Un domani più umano

Si presenta all’orizzonte l’esplosione di alcune tecnologie che possono cambiare il destino degli esseri umani. Non si sa se in meglio o in peggio. Intelligenza artificiale (IA), computazione quantistica, nanotecnologie, criptovalute. L’esplorazione di queste tecnologie pone una serie di dubbi ai quali l’Uomo deve provare a rispondere. Quali stravolgimenti sociali può provocare l’utilizzo massiccio di queste tecnologie? L’elevatissimo livello di specializzazione necessario per maneggiare queste tecniche tende ad aumentare il livello di potere delle classi dominanti costituite da sempre meno individui con sempre maggior potere. Un’espansione della tecnocrazia privatizzata che rischia di vedere gli Stati come spettatori. 

Già oggi l’IA ha dispiegato alcuni effetti sociali come quando JP Morgan ha licenziato 700 avvocati per sostituirli con un software oppure quando Deutsche Bank, per voce di Mark Matthews, ha dichiarato che gli strumenti di apprendimento automatico hanno contribuito a risparmiare 680.000 ore di lavoro manuale. La grande mole di dati disponibili permette l’interazione con umani a livelli sofisticati. Già oggi sistemi come AlphaGo di Google sono in grado di battere un uomo al gioco del Go ed anche in altri campi le IA basate sul silicio sono più capaci della loro controparte biologica basata sul carbonio. È in corso da qualche anno una discussione sul se e quando (c’è chi dice mai) un IA sarà capace di elaborare concetti tipici dell’Uomo. Una discussione che deve tener conto, dal punto di vista meccanicistico, della capacità di elaborazione cerebrale e delle velocità di trasmissione di informazioni al cervello. Mente un cervello umano può stoccare 130 Tb di dati e l’informazione (di cui i cinque sensi sono i recettori), tramite neurotrasmettitori, viaggia a 100 metri al secondo, la capacità di stoccaggio di un sistema hardware può essere molto maggiore e le informazioni (recepibili da sensori che vanno molto oltre i sensi umani) viaggiano alla velocità della luce. A Roma nel tempo in cui il cervello recepisce un calcio a un pallone un IA recepisce il battito cardiaco di un uomo che corre a Dubai indossando uno smartwatch. Come ha detto Stephen Hawking “L’ascesa della IA potrebbe essere la cosa peggiore o la cosa migliore che può accadere per l’Umanità. Forse dovremmo fermarci tutti per un momento e concentrarci non solo su come rendere l’intelligenza artificiale più efficace, ma anche su come possa essere di beneficio per l’umanità“. 

La computazione quantistica promette di ampliare a dismisura la potenza di calcolo superando il codice binario e decriptando tutte le “comunicazioni private” fatte sino ad oggi. L’accoppiamento con l’IA ne fa uno strumento potentissimo. 

Le tecnologie nanometriche (miliardesimo di metro) lavorano alla dimensione della base della vita ovvero del DNA. Già oggi si sta lavorando sulla capacità di utilizzare il DNA per stoccare dati informatici tanto che a giugno dello scorso anno una start up con sede a Boston ha annunciato di aver trascritto su DNA l’intero testo di Wikipedia. 

Le criptovalute si diffondono tanto che alcuni dei giganti tecnologici hanno lanciato l’idea di immettere nel mercato la loro valuta basata su sistemi stabili (stablecoin) dalle fluttuazioni tipiche delle criptovalute. Considerando l’enorme platea globalizzata di utilizzatori delle loro piattaforme i giganti hi-tech possono spodestare gli Stati dalla sovranità monetaria creando un ulteriore marginalizzazione degli stessi a favore della classe globalizzata dominante. La nuova casta elitaria dei sacerdoti del web. 

Sul campo ipertecnologico si gioca la partita tra i due giganti: quello statunitense e quello cinese. All’epoca della guerra fredda la teoria della MAD (Mutua Distruzione Assicurata) impedì che una potenza prendesse il sopravvento sull’altra. Su queste tecnologie il piano è diverso e non ci saranno due arsenali nucleari a fare da contro bilanciamento. Il residuo atomico figlio dell’escalation degli anni ‘50-‘70 del novecento garantisce ancora oggi un ruolo alla Federazione Russa ed ha creato, in uno alla grande disponibilità di risorse energetiche fossili, una convergenza di interessi con il gigante cinese che tende a rendere molto forte il blocco euroasiatico avendo superato le storiche diffidenze tra il regime sovietico e quello maoista. Anche nel contesto della “difesa” si assiste alla smaterializzazione degli strumenti di guerra. La riserva nucleare ha costi molto alti in termini di sistemi di lancio e di manutenzione ma la sua efficacia deterrente garantisce ancora oggi un consolidamento strategico. La fragilità dei sistemi di distribuzione elettrica che costituiscono il sottostante della fibra ottica (sia transoceanica che terrestre) e quindi del web, costituiscono il campo in cui si concentrano i nuovi sistemi di offesa/difesa. La cyberguerra viaggia silenziosa al riparo dagli occhi della moltitudine dei cittadini. In questo quadro (ovviamente non esaustivo) tecnologico l’Uomo diventa sfocato e nell’imperante sistema liberista rischiano di diventarlo anche gli Stati. La soluzione non è ovviamente diventare tutti luddisti (non dobbiamo avere paura della tecnologia) ma dobbiamo sempre di più domandarci come metterla al servizio dell’Uomo. La storia delle trasformazioni tecnologiche connesse alla rivoluzione industriale che inseriva sistemi robotizzati nelle catene di montaggio, ha portato anche benefici alle condizioni di vita della classe operaia. Basta pensare al comparto della verniciatura nel settore della produzione automobilistica (tutela della salute) o a quello del comparto saldature o della movimentazione merci (tutela della sicurezza sul lavoro). 

L’insieme dei cittadini “non dominanti” deve chiedere a gran voce che su queste tecnologie potenzialmente “disruptive” si vada oltre l’approccio del mercato e siano rese aperte e disponibili all’Umanità. Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, in cui al centro del sistema ci siano le grandi masse parcellizzate che oggi spesso lottano tra di loro per cercare di non andare ai margini della società. 

Nel frattempo che il futuro diventi l’oggi la produttività lavorativa aumenta a dismisura e la ricchezza prodotta dal lavoro si allontana sempre di più da quella prodotta dal capitale. L’immissione sul mercato dei nuovi lavoratori espulsi, oltretutto a sempre più alta scolarizzazione, produce maggiore pressione competitiva e quindi un abbassamento del costo del lavoro. Questo avviene soprattutto in quelle società a industrializzazione matura che finora hanno assorbito i lavoratori ad alta specializzazione. La fascia del disagio tende ad ampliarsi creando nuova domanda di giustizia sociale. 

 

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