SUBITO UN SALARIO MINIMO PER DIRE “BASTA” ALLE PAGHE DA FAME

L’introduzione del salario minimo in Italia “scatenerebbe una fuga dai contratti collettivi”, “comprimerebbe verso il basso retribuzioni e diritti”, addirittura “aumenterebbe la disoccupazione e il lavoro nero”. Sono queste alcune delle accuse mosse da coloro che si oppongono a una misura di dignità, che già esiste in 21 Stati membri dell’Unione europea su 27.

Come noto, fin dal 2013 abbiamo lavorato all’istituzione del #SalarioMinimo: esso infatti è stato inserito nella prima proposta sul Reddito di Cittadinanza con lo scopo, sia di aiutare le persone a uscire dalla trappola della povertà, sia aumentare gli stipendi dei cosiddetti working poor, i lavoratori poveri.

Questo perché malgrado il fatto che il nostro sistema abbia un’alta copertura della contrattazione collettiva, recentemente l’INPS ha rilevato che in Italia ci sono 4,5 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 9 euro lordi all’ora, mentre 2,5 milioni non arrivano a 8 euro. Ciò anche a causa dell’enorme quantità di Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), frutto dell’assenza di specifici criteri per individuare gli accordi “leader”.

La nostra proposta intende fissare un principio di buonsenso: nessun lavoratore può guadagnare meno di quanto previsto dai CCNL più rappresentativi, cioè quelli firmati dalle principali associazioni sindacali e datoriali, e, comunque, il salario stabilito dal contratto collettivo non potrà mai scendere sotto i 9 euro lordi all’ora: così facendo, la contrattazione non subirebbe alcun attacco, come invece i detrattori del provvedimento vogliono far credere.

Mettere al primo posto l’allargamento dei diritti dei lavoratori, a cominciare proprio da quello di una giusta retribuzione, significa migliorare la qualità della vita dei cittadini e incrementare i consumi sostenendo la domanda interna. 



Di Tiziana Ciprini:

FONTE : Tiziana Ciprini