Sono d’accordo con Luigi Di Maio

Sono d’accordo con Luigi Di Maio

Sono d’accordo con Luigi Di Maio sull’opportunità di raggiungere un accordo con il Pd per le elezioni comunali del 2021. Però rispetto chi in buona fede ritenga che sarebbe elettoralmente più vantaggioso isolarsi o fare alleanze con altre forze politiche: a patto che riesca ad argomentare la sua posizione. Si tratta infatti di una questione meramente tattica, sulla quale si possono avere opinioni divergenti anche all’interno di uno stesso partito – fino a che non sia stata decisa la linea da seguire.
Trovo invece inaccettabile il rifiuto pregiudiziale di coloro che confondono tattica e strategia e rigettano qualsiasi compromesso, quale che sia, sulla base di una concezione purista e fondamentalista della politica oppure (ma è la stessa cosa) di una negazione della politica in nome di presunti princìpi assoluti e indiscutibili, di un bene che non richiederebbe dimostrazioni e verifiche perché assiomatico, se non di un’ancor più deleteria feticizzazione dei mezzi, trasformati in fini (un caso clamoroso è il limite di due mandati parlamentari, che per alcuni pentastellati non è più uno strumento propagandistico, utile finché utile, ma lo scopo ultimo del loro movimento).
Ci sono circostanze in cui l’intransigenza conviene; come alla fine di settembre nel 1917, quando Lenin prese atto della necessità di agire immediatamente e risolutamente con le proprie forze, giudicate sufficienti in quella particolare contingenza; la questione, scrisse, andava posta in questi termini: “o accettazione completa del nostro programma o insurrezione; non c’è via di mezzo, l’attesa è impossibile; la rivoluzione perirebbe”. La Storia gli diede ragione ma anche se fosse andata diversamente la sua decisione era razionale, fondata su fatti oggettivi. A differenza di pochi mesi prima (“noi vecchi forse non vedremo le battaglie decisive dell’imminente rivoluzione”, aveva detto in gennaio), era arrivato il momento della risolutezza.
Se qualcuno pensa che l’Italia sia nella situazione della Russia di allora, mi spieghi su cosa fonda tale percezione. Perché la mia impressione è che gli italiani, già di carattere poco inclini alle rivoluzioni, in questo periodo siano particolarmente distratti e abulici e che sia indispensabile, non una velleitaria fuga in avanti bensì al contrario una lunga e capillare opera di educazione da parte di un partito capace, come all’inizio del novecento quello bolscevico, di “spiegare pazientemente” i suoi ideali e obiettivi sviluppando nel frattempo tattiche e strategie in grado di attrarre il consenso o almeno l’attenzione del popolo, non di alienarsi l’una e l’altro senza neanche la consolazione di ottenere una ricompensa nell’altro mondo.

Francesco Erspamer