Siamo in procinto di progettare l’Italia che verrà

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Con il voto sulla piattaforma Rousseau il Movimento 5 stelle ha deciso di sostenere la nascita di un governo guidato da Mario Draghi. Questa scelta è un’assunzione di responsabilità e segna l’apertura di una nuova fase in questa legislatura.

Il momento che il nostro Paese sta vivendo è tra i più delicati della sua storia recente. Le emergenze da fronteggiare, l’urgenza di risposte e la necessità di ripartenza richiedono un impegno intenso e serrato da parte della politica e delle istituzioni, capacità di visione e volontà di guardare al di là degli interessi di parte.

Siamo in procinto di progettare l’Italia che verrà e se sarà un’Italia in grado di valorizzare le sue energie migliori, di sviluppare un orizzonte all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione, di proteggere chi è più fragile e tutelare i beni comuni, dipenderà da tutti noi.

Abbiamo l’opportunità di scrivere una nuova pagina di ricostruzione che vede la prospettiva nazionale profondamente ancorata a quella europea. Per superare la crisi l’Unione europea ha messo a disposizione importanti strumenti, che segnano un cambio di passo per molto tempo richiesto, atteso dai cittadini.

Un rapido sguardo a quanto accaduto in questi anni. A partire dalla crisi dei debiti sovrani nell’area euro, passando per il referendum greco del 2015, si è levata sempre più forte la domanda politica per un’Unione europea che modificasse volto, natura e struttura, e che non si riducesse al mero rispetto dei parametri del Patto di stabilità e crescita e dei vincoli di bilancio.

Intorno a quella domanda sono nati movimenti politici, e qualcosa è mutato anche nei partiti tradizionali. Fino a che l’Ue non si è avvicinata a grandi passi a un bivio: ripensare sé stessa o morire.

Difficile negare che – in un contesto ancora segnato da una chiara prevalenza, anche nel sentire comune, delle politiche di austerità – forse l’istituzione europea che per prima ha iniziato a cambiare approccio, rispondendo nei limiti delle proprie competenze a quella crisi, è stata la Banca centrale europea, attraverso l’attuazione di una politica monetaria non convenzionale.

In particolare l’impegno della Bce, presieduta da Mario Draghi, a fare “qualunque cosa serva” per rispondere alla crisi dei debiti sovrani si è sostanziato nell’acquisto sul mercato secondario di un ammontare potenzialmente illimitato di titoli governativi in modo da garantire agli Stati la possibilità di finanziarsi a tassi accettabili. Queste misure hanno permesso ai Paesi più indebitati, tra cui l’Italia, di superare la crisi dello spread, evitando il rischio di default.

Tali misure sono state adottate superando le forti resistenze della Bundesbank e di una parte del mondo politico tedesco. Tanto è vero che il Tribunale federale costituzionale tedesco ha messo in dubbio la proporzionalità tra la politica monetaria condotta dalla Bce e gli effetti di politica economica concretamente prodotti nell’Eurozona.

Nel cuore di una riflessione aperta sul futuro dell’Europa è poi piombata la crisi pandemica, col suo portato drammatico di vittime, effetti sociali ed economici. Una forte attesa di risposte ha accerchiato le istituzioni europee.

A valle di un difficile negoziato che ha visto l’Italia in prima fila, l’Unione ha proposto una serie di strumenti, primo fra tutti la sospensione delle regole del Patto di stabilità e crescita, elemento imprescindibile nel quadro attuale.

Ha poi introdotto il nuovo programma di acquisto di titoli da parte della Bce – che ha portato solo nel 2020 a comprare 100 ulteriori miliardi di debito pubblico italiano, che si aggiungono ai 370 detenuti a fine 2019 – il programma Sure per attenuare i rischi di disoccupazione, e soprattutto il Next Generation Eu: un’iniziativa di enorme portata alimentata in larga misura dall’emissione di quelle “obbligazioni comuni” impensabili all’epoca in cui anche chi scrive era in prima fila nella critica più aspra all’Unione.

Le obbligazioni comuni costituiscono oggi la cifra distintiva e più innovativa della risposta europea alla pandemia. E l’Italia, anche per merito politico del precedente Governo, è il massimo beneficiario di questi fondi.

Penso che nella crisi politica che stiamo attraversando, non possiamo dimenticarci dei risultati recentemente raggiunti, della spinta politica – in cui il M5S è stato essenziale – che è stata necessaria per arrivarci. La crisi politica interna non può essere disgiunta dalla tenuta stessa dell’Unione. Cosa accadrebbe se proprio l’Italia fallisse l’appuntamento con i 209 miliardi del Piano per la ripresa e la resilienza? Che ne sarebbe di questo “nuovo corso” dell’Ue, così faticosamente raggiunto e della nostra affidabilità nel futuro?
Non possiamo permetterci salti nel buio. Siamo in un contesto profondamente cambiato rispetto al momento in cui il Movimento ha mosso i suoi primi passi. E proprio il Movimento 5 Stelle, forza di maggioranza relativa in Parlamento, riveste un ruolo cruciale, nell’ambito dell’asse stabile e leale costruito nei mesi precedenti con Pd e Leu.

Il governo che è sul punto di nascere non potrà mai essere quello dell’austerity. Se mai, il suo opposto. È il governo che deve enucleare in modo dettagliato i progetti dell’Italia che verrà, ed essere in grado di assicurarne la programmazione e la spesa. E dovrà porre in essere quelle riforme strutturali che potranno ridisegnare il Paese in senso economicamente e socialmente sostenibile, migliorando la qualità della vita dei cittadini.
È quindi un governo che, al di là delle singole personalità “tecniche” che lo dovessero costituire, non potrà mai dirsi “tecnico”. Non può esserci progettualità senza la politica, senza il Parlamento. La linfa viene dalla politica, e ben venga che la programmazione e la spesa dei fondi, assieme alle riforme, siano realizzati con le migliori competenze del nostro Paese. Le competenze al servizio delle idee: non è forse questo un elemento che appartiene al dna del Movimento?

Il Movimento è stata la più dirompente e innovativa forza politica degli ultimi dieci anni. Ha imposto nel dibattito temi come la sostenibilità ambientale che finalmente ora sono diventati prioritari nell’agenda. Ha invocato con forza la necessità di anticipare il futuro, di non subirlo. E ora che il futuro deve essere scritto grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza, ora che bisogna guidare la transizione energetica, ora che dobbiamo rafforzare capisaldi della nostra democrazia come la sanità, la scuola, la ricerca, il Movimento deve essere parte attiva e propositiva di questo percorso.

Roberto Fico