Se non ora quando?

Di Ignazio Corrao:

Il rimprovero che arriva da Bruxelles da Marc Lemaitre, direttore generale della DG Politiche regionali, è molto chiaro: Il Sud rischia il taglio dei fondi strutturali se il Governo non rispetterà l’impegno di aumentare gli investimenti pubblici che ad oggi risultano essere inferiori del 20%.
Ereditiamo un ritardo e delle ingiustizie che hanno del clamoroso.
Degli squilibri tra nord e sud figli di una logica coloniale che è sempre passata in Italia come normale, accettata dalla popolazione del sud che si è quasi sentita pure in difetto verso un nord che si è depredato tutto il possibile e anche di più.
Ma cosa fare adesso? Proviamo a parlare di soluzioni.

A livello europeo continueremo a rappresentare i problemi relativi al ritardo dell’adozione dei PO e le difficoltà delle autorità di gestione (Regioni o Città), ma anche da parte dei privati (imprese e organizzazioni) nel rispettare i regolamenti per l’impegno, la spesa e la certificazione.
La Corte dei conti europea ha riscontrato che, per i periodi di programmazione 2007-2013 e 2014-2020, la tardiva adozione del quadro normativo, avvenuta nel primo caso sei mesi prima e nel secondo caso due settimane prima dell’inizio del periodo, ha comportato la tardiva approvazione dei PO.
L’attuazione è iniziata lentamente nel periodo 2007-2013, ma ancor più lentamente nel 2014-2020. Oltre al citato effetto a catena, un’ulteriore ragione del lento avvio è stata la sovrapposizione dei due periodi di programmazione. Ad esempio, la Regione siciliana stava ancora spendendo i fondi del periodo precedente quando era già cominciato il periodo di programmazione successivo.
Il momento è delicato e decisivo, infatti a livello europeo la partita si giocherà sulla gestione del dossier della politica di coesione e del passaggio fra il settennato di bilancio 2014-2020 e il 2021-2027, su cui stanno negoziando proprio in questi mesi le istituzioni Ue e gli Stati membri.
Le novità e le opportunità arriveranno dalla creazione di un nuovo “Fondo per la transizione equa”, il quale dovrà operare in “stretto coordinamento” con quello sociale e il programma InvestEu, successore dell’attuale «Piano Juncker», che a quanto pare non ha avuto i risultati preannunciati e sperati.

A livello nazionale dobbiamo cambiare approccio sulle risorse europee e non considerarle come un fondo cassa per il lancio o il rafforzamento di carriere politiche o campagne di propaganda politica, vedi Patto del Sud di Renzi.
Il ciclo di programmazione 2014-2020 prevede per l’Italia un budget di risorse complessivamente pari a 144.836,88 milioni di euro, di cui 46,4 miliardi di risorse comunitarie (Fondi Strutturali e di Investimento Europei, risorse della Cooperazione Territoriale Europea, Fondo di Aiuti Europei agli Indigenti) e oltre 98 miliardi di risorse nazionali.
L’Italia è il secondo Stato membro per dotazione di bilancio, dopo la Polonia.
Il problema italiano per quanto riguarda lo sfruttamento delle opportunità date dai Fondi Strutturali e di Investimento Europei (SIE) è rappresentato dal tasso di assorbimento (Per “capacità di assorbimento” si intende la capacità di uno Stato membro di spendere in modo efficace ed efficiente) delle risorse finanziarie assegnategli non solo rispetto al PIL, ma anche rapportandolo al tasso di disoccupazione generale e giovanile, alla popolazione, all’utilizzo di internet, al tasso di povertà e della formazione, educazione ed impiego della generazione NEET (giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università).
Abbiamo tempo fino al 2023 per dimostrare che dopo più di 30 anni di politica di coesione siamo in grado di spendere le risorse disponibili, come fa già la Polonia.

A livello regionale e territoriale dobbiamo aprire una stagione di progettazione condivisa e concertata con le Università, le Istituzioni, i privati e le organizzazioni della società civile.
Ad oggi la nostra visione futura di una Sicilia prospera e avanzata è offuscata dall’utilizzo spropositato dei progetti retrospettivi. I progetti retrospettivi sono quelli per i quali sono state sostenute spese o che sono stati completati prima che fosse presentata formale domanda per il cofinanziamento dell’UE o che quest’ultimo fosse formalmente assegnato; in altre parole, sono finanziati ex post e che vengono finanziati per non perdere le risorse comunitarie.
Altro problema evidentissimo è la qualità dei Bandi attraverso i quali vengono stanziate le risorse. Infatti, in Sicilia si osserva un vero e proprio indotto del contenzioso provocato dalla poca chiarezza dei bandi e dalla volontà di indirizzare o dirottare le risorse secondo un criterio clientelare ed elettorale.
Infine, sottolineiamo la mancata utilizzazione delle risorse europee destinate al sostegno di strumenti finanziari, come i fondi rotativi per sostenere gli investimenti e dare una leva espansiva dei fondi europei.

Quindi, a che punto è la creazione di corsi di laurea che possano accettare le sfide dei lavori del futuro? A mio avviso siamo già in ritardo. Sono curioso di conoscere quali siano gli strumenti che si sono attivati per permettere ai nostri studenti di accettare le sfide dell’era della digitalizzazione.

Ma non solo, la società civile deve tornare protagonista, allargando la visione ai prossimi 20 anni per partecipare alla stesura di progetti sostenibili e partecipati, che siano al passo con le nuove dinamiche dell’innovazione sociale. La nostra lotta è quella di trasformare l’attore politico in facilitatore.
Se si spezza l’Italia, si rompe l’Europa e come dice Pino Aprile, “Se le chiacchiere pro-Sud fossero soldi, ne avremmo da comprarci la Cina: tutti hanno scoperto il Mezzogiorno, ora (meno male!) e promettono quello che da più di centocinquant’anni si annuncia per il Sud e si fa al Nord, anche con i soldi del Sud”. Questa è la formula magica che ogni italiano dovrebbe conoscere, capire e spiegare.

Io dico trasformiamo queste chiacchiere in fatti e risultati… utilizzando i soldi però non le parole. C’è una sproporzione di investimenti, una ingiustizia territoriale che si protrae in Italia dai tempi dell’annessione del Regno delle due Sicilia ai Savoia. Sarebbe arrivato il momento che i meridionali smettessero di sentirsi in difetto e cominciassero a pretendere quanto gli spetta. Coraggio!

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FONTE : Ignazio Corrao