Puntiamo sui piccoli comuni per il bene dell’Italia intera

di Patrizia Terzoni e Antonio Federico,  portavoce alla Camera dei Deputati del MoVimento 5 Stelle


Esiste un’altra Italia, troppo spesso dimenticata. Un’Italia che non vive nelle metropoli ma in piccoli centri urbani: dai tradizionali borghi alle zone montane. Un patrimonio da preservare e valorizzare perché rappresenta spesso un modello di progresso basato su salute, sostenibilità ambientale e qualità della vita. E che può diventarlo sempre di più e sempre per più persone.

Ne abbiamo discusso durante il secondo convegno in streaming del ciclo RipartiAmo Ambiente insieme ad Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, Franco Arminio, scrittore e paesologo, Enrico Della Torre, presidente di Appennino Bike Tour e Toni Mira, caporedattore di Avvenire.

Nella scorsa legislatura abbiamo approvato una legge ad hoc per la tutela e la promozione dei piccoli comuni, e oggi, in virtù di quella legge ci sono 160 milioni di euro da destinare a questi territori usandoli in maniera proficua. Ora serve applicare quella legge e innestarla nel nuovo percorso che va avviato per cambiare e innovare radicalmente il Paese anche alla luce della pandemia. Dobbiamo mettere questi comuni nelle condizioni di poter attrarre i giovani, dando contemporaneamente vantaggio anche alle città più grandi soffocate da traffico e smog. 

I circa seimila piccoli centri a rischio svuotamento, sparsi su due terzi del territorio italiano, in quelle che a livello istituzionale sono state definite “aree interne”, sono uno scrigno di opportunità per l’Italia intera: difendono il territorio dal rischio idrogeologico, custodiscono risorse preziose come l’acqua e le foreste, vantano un invidiabile patrimonio naturalistico, agricolo e culturale). Dall’altra parte però pesa la carenza di servizi come scuole, trasporti pubblici, sanità sostenibile, infrastrutture e banda larga. 

Il dibattito è vecchio di quasi dieci anni – la Strategia nazionale per le aree interne è datata 2013 – ma questo è il momento di riaprirlo per compiere in tempi brevi un nuovo passo avanti dopo quello della legge. L’emergenza coronavirus ha riportato l’attenzione su queste aree del Paese perché – dati alla mano – capaci di contrastare meglio delle grandi città la diffusione del virus e di garantire una qualità della vita migliore. Nel corso del convegno “Costruire comunità resilienti, il ruolo di piccoli comuni e zone montane” abbiamo focalizzato l’attenzione sull’iter per arrivare a un piano d’azione efficace per raggiungere l’obiettivo: partiremo da una indagine conoscitiva per tracciare un bilancio della legge sui piccoli comuni, proporremo alla Camera una risoluzione che individui le priorità d’intervento e arriveremo alla legge di Bilancio di fine anno mettendo sul piatto risorse adeguate a realizzare le misure più importanti. 

Servizi pubblici locali, digitalizzazione e connessione veloce, riqualificazione del patrimonio edilizio e lotta al dissesto idrogeologico: sono tanti e diversi i livelli di approfondimenti e di intervento di cui tener conto, ma grazie al lavoro fatto in questi anni, soprattutto dal MoVimento 5 Stelle, non pariamo da zero.  

La legge di Bilancio approvata a fine 2019, ad esempio, assegnava per ciascuno degli anni dal 2020 al 2024, contributi per investimenti destinati ad opere pubbliche in materia di efficientamento energetico – interventi volti all’illuminazione pubblica, al risparmio energetico degli edifici di proprietà pubblica e di edilizia residenziale pubblica, nonché all’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili – e di sviluppo territoriale sostenibile, ovvero in materia di mobilità e messa in sicurezza di scuole, edifici pubblici e patrimonio.

Altri significativi interventi sono quelli finalizzati alla copertura delle cosiddette “zone grigie” con la connessione ultraveloce della fibra. I lavori, cofinanziati al 70% sono stati affidati a Open Fiber e sono già in corso: l’indagine conoscitiva approfondirà lo stato di avanzamento e le eventuali criticità. A questa si affiancano le opportunità derivanti dagli stanziamenti per la messa in sicurezza del territorio e la lotta al dissesto idrogeologico, oppure quelli messi a disposizione per connettere le scuole italiane, a partire da quelle ancora non raggiunte da una connessione stabile, e dotare studenti e famiglie di device adeguati. Se ipotizziamo una ripopolazione di queste aree, dobbiamo dotarle di servizi efficienti e di tutti i supporti necessari a godere di una scuola di qualità, una sanità efficiente, la possibilità di spostarsi nelle città in tempi accettabili anche con il trasporto pubblico, infrastrutture di rete tali da consentire il lavoro a distanza e così via. In tempi di distanziamento interpersonale poi, le scuole di questi territori potrebbero ad esempio avere una disciplina ad hoc per l’apertura, in considerazione del basso numero di alunni e (molto spesso) degli ampi spazi a disposizione. 

Altro esempio di quello che si può e si deve emettere in campo per rendere attrattivi e davvero “vivibili” questi territori: dobbiamo dare una forte spinta alla medicina territoriale, puntare su nuove forme di assistenza domiciliare integrata e su una efficiente rete dell’emergenza, che metta in condizione il sistema sanitario di essere sostenibile e permetta l’accesso a servizi di qualità a tutti i cittadini, in qualunque parte d’Italia abbiano deciso di vivere. Con le tecnologie e le professionalità oggi disponibili è un obiettivo decisamente a portata di mano, in grado di portare benefici a tutti i cittadini. 

Il problema da risolvere, ribadiamo, non è soltanto quello dei piccoli comuni o delle cosiddette aree interne e montane, ma quello di un Paese che ha bisogno di trovare nuovi equilibri e una dimensione che gli consenta di affrontare vecchie e nuove sfide.

Il nostro obiettivo è quello di concentrare finalmente l’attenzione su questa visione, che non è un nostalgico ritorno al passato ma un ambizioso balzo in avanti verso un futuro prospero e sostenibile per tutti.

 

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