NEL PAESE DI STRAFOTTOPOLI

In un paese lontano, chiamato Strafottopoli, vivevano cento famiglie, di queste, solo sessanta famiglie, e un solo componente per famiglia, lavoravano per l’unica fabbrica esistente, le altre quaranta famiglie vivevano senza reddito e senza un lavoro.
Il padrone della fabbrica possedeva già tre ville nel paese di Strafottopoli, e un’altra era in costruzione, lui era proprietario anche di tutti i giornali e le televisioni di Srafottopoli.
Ogni lavoratore restava impegnato a produrre 8 ore al giorno e, alla fine del mese, il padrone pagava loro lo stipendio: 1.200 euro al mese.

Le altre quaranta famiglie soffrivano la fame e additavano il padrone, dell’unica fabbrica esistente, come la causa di tutti i loro mali.

Un bel giorno, un operaio chiedeva di essere ricevuto e il padrone gli concedeva l’udienza: “Caro padrone, ci sono altre quaranta famiglie nel nostre paese, soffrono la fame e sono senza lavoro, non potresti diminuire i tuoi profitti e far lavorare qualche altra persona?” – “Che cazzo dici?” rispondeva il padrone, “non vedi che sto costruendo la mia nuova villa?”
L’operaio insisteva: “vedi, caro padrone, se ti stai costruendo la villa è solo grazie al nostro lavoro, e io mi sento uno schifoso se continuo a lavorare per te mentre altri soffrono addirittura la fame, non potresti diminuire il mio orario di lavoro assumendo altri lavoratori a parità di stipendio!” – “Ma che ti sei bevuto il cervello che non hai!? Ma come ti vengono queste idee geniali, pretendi che io diminuisca i miei profitti per il bene del paese e del prossimo, io me ne fotto!”
L’operaio non ci stava: “sai che ti dico caro padrone? Io mi licenzio, non posso sopportare gli occhi pieni di lacrime dei miei vicini, i poveretti credono che il loro problema sia tu, invece il vero problema sono io che lavoro per te otto ore al giorno per 1200 euro al mese mentre tu ti costruisce ville! Questo non è lavoro, questo è un ricatto, è un infamia!”
Il padrone lo mandava a fare in culo: “fai come vuoi, soffrirai la fame insieme alle altre famiglie!”
Di quel dialogo si era sparsa la voce, e nel paese di strafottopoli, a poco a poco, anche gli altri operai abbandonavano la fabbrica.

Il padrone se ne fotteva: “peggio per voi, io posso anche chiudere, ma voi resterete senza lavoro!”
Nella fabbrica si producevano “cazzilli arrotolati” e gli operai decidevano di occuparla: “siamo in grado di produrre i cazzilli arrotolati anche senza di te, caro padrone!” – “non potete, perché io chiamo la polizia e vi faccio cacciare! Questa fabbrica è nata dal sudore della mia fronte, dalla mia energia, dalla mia capacità imprenditoriale, i contatti con i clienti sono tutti miei!”

Il ragionamento filava, e l’imprenditore aveva le sue ragioni, anche perché nel paese di strafottopoli l’esproprio proletario non era consentito, e la proprietà privata veniva tutelata più della vita delle persone: nessuno poteva pretendere che una fabbrica produttiva limitasse i suoi profitti per condividerli con altri lavoratori, il patto questo era: otto ore al giorno e 1.200 euro al mese, tutto, per sessanta operai! O questo o cazzo!

La lotta tra operai e padrone continuava per giorni, il padrone aveva talmente tanti soldi che poteva restarsene tranquillamente anche con la fabbrica chiusa, a vivere nelle sue ville senza che nulla lo turbasse, ormai con il sudore degli altri e qualche tasse evasa, poteva vivere di rendita.

La solidarietà tra cittadini durava giusto il tempo di qualche mese, i primi operai cominciavano a cedere: “domani torno in fabbrica, ho le bollette scadute e il proprietario di casa vuole il pigione!”
Man, mano, anche gli altri operai tornavano in fabbrica, e il padrone li premiava: “bravi, tornate che a Natale vi regalo un bel panettone con bottiglia, spumante ovviamente”.

La produzione dei cazzilli arrotolati riprendeva alla grande, i turni si raddoppiavano, notte e giorno, come sempre, ma il padrone decideva di licenziare venti operai: “ho comprato questa macchina nuova, superproduttiva, mi sforna duemila cazzili al minuto, licenzio venti operai che non mi servono più!”

Stranamente, nel paese di Strafottopoli, l’esproprio proletario non era consentito, e la proprietà privata tutelata più delle vite umane, ma il licenziamento era possibile, e così avveniva.

Ora, nel paese di Strafottopoli, le famiglie senza lavoro diventavano sessanta! E gli operai quaranta.
La fabbrica produceva lo stesso numero di cazzilli arrotolati, e i profitti per il padrone non erano variati, anzi, aumentavano sempre di più e, oltre alla villa in costruzione, ormai completata, ne costruiva un’altra.

Passavano pochi mesi, veniva eletto un nuovo sindaco, e questo decideva di istituire un reddito di cittadinanza per le famiglie senza lavoro, ovviamente decideva di alzare le tasse al ricco padrone per trovare i soldi.

Apriti cielo, il padrone non era d’accordo, ma il sindaco se ne fotteva: “devi pagare le tasse è obbligo di legge!”
Succedeva che, gli operai che lavoravano per il padrone per 1.200 euro al mese, perdevano la sensibilità umana che avevano dimostrato con le loro lotte per i poveri, e si radunavano dal sindaco: “Ma ti pare bello che noi lavoriamo otto ore al giorno e prendiamo una paga quasi pari al reddito che dai alle famiglie!?”

Il sindaco sembrava sorpreso: “e perché mai ve la prendete con il reddito di cittadinanza? Andate dal vostro padrone e ditegli che vi deve dare di più, non il minimo di sopravvivenza”.

Ora le cose diventavano complicate nel paese di strafottopoli, la dignità delle famiglie, recuperata grazie alla politica del sindaco, dava fastidio sia al padrone, sia agli operai, e questa cosa veniva ribadita dal padrone: “avete visto? Il reddito ai disoccupati mentre voi lavorate per guadagnare uno stipendio, la prossima volta pensateci bene prima di votare certa gente!”
Gli operai restavano convinti che il padrone avesse ragione e si rivolgevano al prete della parrocchia: “padre, ma vi pare normale che noi lavoriamo tutto il mese per guadagnare quasi la stessa somma che il sindaco da alle famiglie dei furbetti?”
Il prete, anche lui, si mostrava arrabbiato: “avete ragione, anche a me il sindaco non ha dato più i soldi per allestire la mensa della caritas, ha detto che la sua legge esiste per tutti i poveri, e ha messo pure i manifesti per qualcuno che non fosse a conoscenza di come fare la domanda per il reddito, non c’è più rispetto per la religione!

Succedeva che, il padrone, andava a trovare il sindaco: “Caro sindaco, vengo in pace, mettiamo da parte le nostre ideologie, ho una proposta da farle: tra qualche mese aprirò un’altra fabbrica e mi serviranno degli operai, se lei quel reddito che da ai cittadini disoccupati, lo da a me, io li assumo!”

Il sindaco rispondeva: “e quanto li pagheresti?” – “1,200 euro al mese! Come tutti gli altri”
Quella risposta suonava sbagliata alle orecchie del sindaco: “caro padrone ma tu mangi pane e volpe? Ma se le tasse che paghi, giustamente più degli altri, te le devo ritornare per aumentare i tuoi profitti? Allora mi prendi per il culo?”
Il padrone faceva finta di non capire: “perché dici questo? Io do lavoro?” – “No, caro padrone, tu non dai lavoro, tu vuoi approfittare della fame della gente, se tu sei imprenditore e veramente ti servono gli operai pagali di tasca tua, e il reddito che perde chi assumi andrà per il prossimo povero, fino all’ultimo che resterà, non ti pare?

I malumori aumentavano e il padrone istigava gli operai, anche il prete si offriva di supporto nella messa della domenica: “Il lavora nobilita l’uomo, questo non è il paese del sussidistan ma il paese di strafottopoli, questo sindaco sta creando troppi problemi, addirittura pretende che la chiesa paghi l’ICI, per dare soldi ai furbetti del reddito, non cadete preda del diavolo!”
Gli operai organizzavano una manifestazione di protesta verso il sindaco, i cartelli gridavano giustizia: “via il sindaco dei fannulloni” – “meno reddito e più lavoro” – “ha ragione il padrone”.

Ormai la guerra tra operai e poveri usciva in campo aperto e i giornali animavano il dibattito, il sindaco, sconfitto alle elezione precedenti, prometteva: “se verrò eletto toglierò il reddito di cittadinanza ai fannulloni!”
Anche il padrone, che editava tutti i giornali del paese scioglieva i suoi giornalisti: “scoperti dieci furbetti del reddito che lavoravano in nero” E così il tono di tutte le trasmissioni televisive.

Quel reddito aveva sconvolto l’esistenza di padroni e operai, la notte non dormivano, non si davano pace; alcuni operai pensavano di farsi licenziare: “mi prendo il reddito e che sono fesso?”

Ma le legge proibiva di licenziarsi, bisognava essere licenziati per ottenere il sussidio, e il padrone non ci pensava proprio a licenziarli, con quelle paghe da fame non avrebbe trovato nessuno disposto a lavorare otto ore al giorno per lui.
Finché, un bel giorno, i nodi venivano al pettine: “caro padrone ci devi aumentare la paga, con lo stipendio che ci dai non ci campiamo!” – “ma voi non sapete quante tasse che pago?” – “vuol dire che ti conviene lo stesso, poi con un poco di evasione, capisci a me…, altrimenti avresti chiuso e ci avresti licenziato da un pezzo! Meglio il reddito di cittadinanza che dare il culo a te per produrre cazzilli a 1200 euro al mese, ti pare?”

Passarono altri mesi, l’aumento di paga agli operai non avveniva, e le elezioni vedevano vincente il vecchio sindaco, che riportava la pace tra il padrone e gli operai, togliendo il reddito ai poveri e abbassando le tasse al padrone, che licenziava altri operai per una nuova macchina di produzione!

E tutti vissero operai, scontenti e poveri, per la felicità del padrone!

BRUNO FUSCO