Marco Travaglio: Prospettive di Governo

Marco Travaglio: Prospettive di Governo


Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2017

Ormai l’abbiamo capito: una nuova legge elettorale che premi la “governabilità” col bonus di maggioranza a chi vince non si farà mai, e forse è meglio così: sia perchè sarebbe l’ennesima porcata della minoranza che ci governa per conservare le cadreghe contro la maggioranza del Paese, sia perchè non è igienico stravolgere le regole del gioco alla vigilia dalle elezioni. Al massimo avremo una legge proporzionale uguale per le due Camere, e sarà già grasso che cola. Quindi, siccome nessuna lista può sperare nel 51%,il prossimo governo sarà di coalizione. Resta da capire tra chi e chi, visto che i possibili vincitori sono tre, e due (o pezzi di essi) dovranno mettersi insieme. Tutti danno per scontato che i 5Stelle, siccome non si sono mai alleati con nessuno, continueranno nel loro dorato isolamento. Dunque, anche se arriveranno primi (come dicono i sondaggi), averanno l’incarico e subito passeranno la mano: l’idea di un governo di minoranza che cerca i voti in Parlamento di volta in volta, su ogni provvedimento, Mattarella non la autorizzerà mai. Anche perchè, almeno per partire, il governo necessita della fiducia delle due Camere, e un premier a 5 Stelle non la otterrebbe mai.
La palla passerebbe al secondo classificato, cioè – sempre stando ai sondaggi – la lista FI-Lega-FdI, che però si spaccherebbe subito: da una parte i salvinian-meloniani, indisponibili a governare col Pd; dall’altra i berlusconiani sempre disponibilissimi a sedersi al tavolo (anzi a tavola) per dare le carte e dettare le condizioni. Pur di tornare nella stanza dei bottoni da protagonista, B. lascerebbe pure governare il leader della terza lista: Matteo Renzi. Ma non è affatto detto che i voti di FI e Pd (più le solite frattaglie centriste) saranno sufficienti per arrivare al 51%. Se lo saranno, avremo una riedizione di quest’orrenda legislatura di inciuci e controriforme dannose. Se non lo saranno, non resterà che risciogliere le Camere, con la stessa legge elettorale e lo stesso risultato, cioè l’ingovernabilità a oltranza. Impasse totale ed eterna. Questo quadro da incubo lo strappare da una sola forza politica: i 5Stelle. Da mesi si favoleggia di una loro alleanza con Lega e FdI. Solennissima sciocchezza, per tre motivi.
1) M5S più Lega più FdI non farà mai 51%.
2) Anche se lo facesse sulla carta, non lo farebbe in Parlamento: gran parte dei parlamentari M5S verranno dal Centro- Sud e fuggirebbero come lepri da un patto con Salvini.
3) Anche se quell’ipotetico polo a tre teste riuscisse ad avere i numeri e a conservarli, governerebbe un paio di giorni, poi esploderebbe in mille pezzi.
I tre presunti “alleati” non sono d’accordo praticamente su nulla, se non sulle critiche all’Ue, all’euro e alle politiche comunitarie sull’immigrazione, che peraltro non piacciono a nessuno, ma purtroppo (o per fortuna) non sono nella disponibilità del governo italiano. E quindi? Massimo Cacciari, a Ottoemezzo e poi sul Fatto, ha estratto l’uovo di Colombo: un’intesa fra i 5Stelle e il Pd. Che, fra tutte le soluzioni difficili, è la meno impossibile. E anche la più auspicabile. A chi sente ogni giorno i grillini e i pidini insultarsi su tutto e accusarsi di tutto (l’ultima bufala è quella della Moretti sul bambino romano sbranato da un topo mandato dalla Raggi), verrà da ridere. Ma solo l’altroieri, zitti zitti, Pd e 5Stelle hanno approvato alla Camera la legge sul testamento biologico. L’anno scorso si erano accordati per sbloccare la paralisi della Consulta. E il ministro Minniti, sulle giuste politiche di accoglienza per i profughi e di rimpatrio per gli irregolari, non fa altro che ripetere ciò che Grillo e Di Battista – tacciati di fascismo, lepenismo, trumpismo e razzismo – chiedono da tempo.
È ovvio che, con questo sistema elettorale, nessun partito dichiarerà prima del voto con chi intende allearsi. Ma una soluzione l’ha indicata ieri sul Fatto Gustavo Zagrebelsky: come prima forza politica del Paese (almeno nei sondaggi), stavolta i 5Stelle hanno la responsabilità di governare e dunque di indicare prima delle urne pochi punti programmatici da sottoporre a chi ci sta (escludendo ovviamente gli impresentabili alla B. & C.). Perché il Pd non dovrebbe essere d’accordo sul reddito di cittadinanza (o come diavolo lo si vuole chiamare), su un vero taglio dei costi della politica, su altri passi in avanti sui diritti civili, sulla contestazione seria di alcuni trattati europei, su politiche umane e rigorose in tema di immigrazione, su un grande piano di manutenzione del territorio e del patrimonio immobiliare e culturale al posto di qualche grande opera inutile anzi dannosa, su una lotta finalmente senza quartiere alle mafie, all’evasione fiscale e alla corruzione, su un ambientalismo anche sull’energia, su una legge elettorale decente ecc.?
Basterebbe che Renzi si ricordasse chi era e cosa diceva quando era popolarissimo, stravinceva le primarie e superava il 40% alle Europee, cioè prima di trasformarsi nel contrario di se stesso. Con quel Renzi, considerato “il più grillino del Pd”, anzi “l’unica alternativa istituzionale a Grillo”, un dialogo Pd-M5S sarebbe facilissimo. Sempreché anche i pentastellati fossero disponibili a smussare le proprie asperità. Se poi Renzi dicesse di no a prescindere, non è detto che lo seguirebbero quei settori del Pd che guardano a Orlando e a Emiliano, e soprattutto quell’area di sinistra-sinistra ora dispersa fra Mdp, Pisapia, Civati, Rifondazione e Verdi. Finora i 5Stelle han fatto benissimo a non scendere a patti con nessuno e per questo gli elettori li hanno premiati. Ma tutto, nella società liquida, cambia molto rapidamente: anche gli umori della gente, sempre più a caccia di politici che, anziché promettere di cambiare tutto, ce la mettono tutta per cambiare qualcosa.