L’uomo è veracemente due

L’uomo è veracemente due

di Davide Gori (Categoria: Attivisti)

“L’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due”, confessa il dottor Jekyll alla fine del romanzo di Stevenson, questa evidenza è la matrice strutturale di quella che possiamo definire la narrazione in cui si consegue la convinzione che nulla sotto la volta celeste sia come sembra e all’interno di ogni essere umano viga una lotta intestina tra due opposti: il bene e il male, il maschile e il femminile, l’attivo e il passivo, dio e il demonio. Il tema del doppio occupa gran parte degli sforzi dei romanzieri del tardo Ottocento, nonché di pensatori quali Sigmund Freud, il quale dedica un approfondito studio sull’origine e l’influenza del sogno nella personalità. Il dualismo tra essere conscio e inconscio, tra il divino, in quanto inspiegabile razionalmente, e l’umano come essenza del conosciuto, dell’intelleggibile, è alla base delle ricerche in campo artistico dei movimenti europei di inizio Novecento. Dal simbolismo, al cubismo, al dadaismo, per finire nel surrealismo di André Breton, la domanda riguardo agli scopi della natura umana, si sono orientati verso quel sub strato della coscienza ove gli istinti primordiali anti razionalistici, dominando incontrastati attraverso un non linguaggio esclusivamente d’immagini, creano quel groviglio di vasi comunicanti riconoscibile in una lettura della realtà orientata verso l’emancipazione totale dell’individuo dal calcolo speculativo. I dejavou, le congiunzioni astrali, il colpo di fulmine sentimentale, gli incastri occasionali di situazioni paradossali nel campo dell’assurdo, rientrano in questa dialogica tessitura di vasi comunicanti tra lo stato cosciente ed incosciente della vitalità, e vanno a decretare, o desecretare, il predominio dell’inusuale, dell’imprevedibile, del non logico, nella realtà accettata e conosciuta.

In quanto predeterminata e preordinata da un potere, sia esso fisico o metafisico, la società meccanizzata, settorializza, stigmatizza, alimenta, in alcuni frangenti storici, l’esigenza impellente di una ribellione di classe all’ordine precostituito: la Comune di Parigi, la rivoluzione bolscevica, la rivoluzione cubana, o quella maoista, sono alcuni esempi della fine dell’Ottocento fino ad oltre la metà del Novecento, di come davanti ad un oggetto opprimente, l’oggetto realtà, l’istintività in questo caso di massa, ma considerabile come corpo unico nell’inevitabile associazione/identificazione del macro nel micro, possa cambiare o deformare le sorti della società intera, sollevando quel tavolo da gioco truffaldino, di cui lo Stato, come sostengono Marx ed Engels, non è altro che il braccio armato della borghesia imprenditoriale. A parte le eccezioni rivoluzionarie di cui abbiamo fatto cenno, il futuro, in tali società capitalistiche ove vige la legge del più forte (o meglio, del più ricco e quindi del più armato), non ha alcunché di incerto, esso è già stato previsto in base alla convinzione secondo la quale soltanto attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali dell’uomo e della natura di cui l’uomo è un semplice elemento, sia possibile garantire la sopravvivenza della società stessa. In ciò si evidenzia un altro dualismo appartenente sì alla società, ma definibile anche nel singolo individuo, dualismo consistente nella legittimazione dell’assunto per il quale sia imprescindibile per garantire il futuro roseo dell’umanità la legittimazione dello sfruttatore attraverso l’accettazione dello sfruttamento. Ognuno è schiavo di se stesso e se infrange tale regola ci sono sempre i manicomi o le patrie galere. L’individualità, e quindi il concetto di libertà individuale, è stata così esaltata e portata alle sue estreme conseguenze in tali visioni edonistiche della natura umana, al solo scopo di segnare a compimento, e quindi esaudire, il progetto di annichilimento delle risorse immaginifiche nel nome della crescita illimitata e sconsiderata dei profitti dei pochi speculatori finanziari. Ciò che siamo per essere accettati dalla società, (l’apparenza, l’oggetto), e ciò che invece si cela nell’interiorità perché risulterebbe totalmente inadatto alla vita comunitaria, (l’essenza, il soggetto), sono stati volutamente separati, riducendo la seconda caratteristica peculiare della personalità, il dionisiaco nietzschiano, a mere esperienze isolate non tacciabili di alcun interesse, o, in caso di perseveranza, a sintomi di malattia psichica. La veglia, o coscienza, e il sogno, l’incoscienza, risultano in definitiva e secondo le regole speculative dettate arbitrariamente dalla concezione utilitaristica, due settori completamente differenti della personalità, non comunicanti. Jekyll il dottore “buono”, educato, perfettamente inserito in una comunità classista dedita più che altro alla forma seguendo le regole del bon ton nella Londra della seconda rivoluzione industriale, e il suo alter ego Hyde, brutale, con fattezze animalesche, tendente alla violenza e all’omicidio, fuori dal controllo del raziocinio positivista: l’uno, Jekyll, esponente di quella sovrastruttura sociale razionalistica e l’altro, Hyde, degno manifestante di quella sotto struttura umana prettamente romantica. L’arbitrio e l’istintività, separati tra loro, non imprescindibili l’un l’altro in quanto rappresentazione tragica della realtà, ma impegnati in un conflitto ove solo uno dei due rimarrà vivo.

Platone ed Aristotele risolvono questa conflittualità, come sostiene Nietzsche, attraverso l’annientamento della componente fatalista, ciò che veniva rappresentato dal coro nella tragedia. In questa concezione strumentale della vita, si inserisce Hegel. Egli adducendo la convinzione filosofica, ma ancor di più antropologica, che non sia possibile, e quindi concepibile la morte o l’esclusione di uno di questi due fattori determinanti per la vita culturale dell’uomo, sostiene che l’esperienza, sia di per sé una prova teorica, la manifestazione della vita stessa. In questo senso il filosofo tedesco si oppone alla scienza e ai suoi modelli, considerando il procedimento pratico per dimostrare una teoria aprioristica (razionalismo/empirismo), una menzogna, una giustificazione della predominanza intellettiva che nulla ha a che fare con la verità della scoperta di sè. Per Hegel la natura umana non ha bisogno di alcuna dimostrazione per essere valutata o giustificata, essa si completa proprio in ciò che viene definito il dualismo conflittuale, si completa nella simbiosi tra pratica e teoria, tra conscio e inconscio, tra limitato e illimitato, tra differente e indifferenziato, tra umano e divino, tra ideale e reale. La poesia per Hegel è l’essenza del tutto, ma la poesia non può essere tale se viene privata della sua componente fatale, nella sua immanenza, se viene depauperata di quell’ignoto che sfugge alle gabbie della logica per sfatare il mito del progetto, dell’effetto. Hegel sa che la pratica e la teoria non hanno alcuna chance di sopravvivenza se isolate l’una dall’altra, poiché per il filosofo la teoria non è antecedente alla pratica, e viceversa, esse camminano insieme, e la personalità, nonché la società, intesa come corpo unico, si forma nel connubio, nella congiunzione, nella penetrazione tra materia e non materia, l’io e l’altro me, il mio omonimo, in un tempo definito, immediato, e in uno spazio limitato: -..la coscienza è per se stessa, è differenziare di ciò che è indifferenziato, ossia autocoscienza. -, ci scrive Hegel nella “Fenomenologia dello spirito”: -…Io mi differenzio da me stesso, e mentre lo faccio, è immediatamente per me che questo differenziato non è tale. Io, l’omonimo, mi respingo da me stesso; ma questo differenziato, questo qualcosa che è posto come disuguale, immediatamente, mentre è differenziato, non costituisce più per me differenza alcuna -. Nietzsche, così come Marx, non possono prescindere nei loro studi ed elaborazioni teoriche proprio dalle intuizioni di Hegel, essi sanno infatti, quanto sia strumentale la concezione unilaterale per definire la natura umana, Nietzsche accusando i platonici e gli aristotelici di avere ucciso la vera cultura ellenistica, privilegiando la forma, l’armonia, la proporzione, l’ordine estetico, il controllo operato dal raziocinio, a discapito della brutalità istintiva, dell’imperfezione appartenente alla natura animale (il dionisiaco), a discapito di ciò che egli reputa l’impertinenza del fato sul quale si fonda non solo la tragedia, con Euripide, ma anche la vita quotidiana nelle polis. Egli accusa i filosofi stessi post socratici, d’aver appositamente dato una rilettura falsata di ciò che fu il senso di comunità nell’antica Grecia, di aver sottratto la potenza tragica (Wagner), il senso di imprevedibilità, di inesorabilità di un destino che incombe malgrado gli sforzi dell’uomo per scansarne gli auspici, (l’Edipo di Sofocle che è in noi), dalla cultura intesa come senso di comunità, come legame. Marx, al contrario, adducendo la convinzione, ripresa da Brecht, che non possa esistere una teoria rivoluzionaria a priori, (l’intellettualismo o individualismo borghese), senza l’azione comunitaria che ne accompagni la nascita e lo sviluppo. In Marx l’oggetto (la realtà, la materia) e il soggetto (l’Io), non possono essere scissi, in questo eterno mutamento di condizioni d’equilibrio, sono le circostanze a determinare il sopraggiungere dell’inesorabilità di un effettivo cambiamento radicale degli assetti di potere. Per Marx l’io non può prescindere dalla coscienza di classe, ed è proprio grazie a quella coscienza e alla lotta conseguente nei confronti della borghesia oppressiva, che l’io può raggiungere la definitiva emancipazione. “In una società socialista”, ci dice Marx, “l’uomo frammentario sarà sostituito dall’uomo completamente sviluppato, per il quale le differenti funzioni sociali non saranno che forme alternative di attività”. Per Nietzsche, solo attraverso la riappropriazione da parte dell’io della componente istintiva, l’uomo può sottrarsi al giogo delle catene preordinate dalla ragione borghese, le sue intuizioni sul superuomo, che possaimo anche chiamare oltreuomo, vertono proprio in questa direzione. Dal carattere brutale, malriuscito, animalesco, dedito alla passione, in primis per la vita stessa, senza alcuna limitazione morale, l’oltreuomo nietzschiano si oppone al proletario marxista nel senso che quest’ultimo, dal carattere estremamente comunitario,​ orientato verso lo studio accurato dell’oggetto realtà in cui è inserito per opporvi una riorganizzazione nella quale vi sia una presa di coscienza della propria condizione di sfruttamento, risulta assolutamente dotato di moralità. Nella visione dei comunisti vi è una netta separazione tra ciò che giusto e ciò che è sbagliato all’interno della società e per giungere al compimento di una società più equa essi non disdegnano affatto la lotta violenta, l’abbattimento del nemico. Nietzsche nel suo percorso che lo porterà fino all’internamento, all’interno di una narrazione sul dualismo stevensoniano Jekyll/Hyde, potrebbe incarnare appieno la caratteristica individualista, fuori dal controllo razionale, mentre Marx, con la sua dialettica ed i suoi studi orientati alla riorganizzazione degli equilibri socio economici delle masse, potrebbe benissimo rappresentare la ragione degli sfruttati e la dualità da essi incarnata, tra socialismo e individualismo, non è altro che lo specchio e l’espressione della tragedia umana.

Per arricchire ulteriormente questo approfondimento sul tema del doppio nella personalità, potremmo fare riferimento anche ad altri esempi letterari, o cinematografici, tra cui spicca un altro personaggio conosciuto con il nome di Jakov Petrovic Goljadkin, personaggio del libro il “Sosia” scritto da Dostoevskij. Umiliato e trascinato fino alla pazzia, dal suo sosia vincente, denominato dall’autore russo con lo pseudonimo di “Goljadkin minore”, Goljadkin, attanagliato dall’invidia, dalla gelosia e dalla smania di competizione con l’altro sé, vedrà la sua vita scivolare lentamente in un baratro nel quale, come inevitabile epilogo, non vi potrà altro che essere l’internamento coatto. Su come è regolata la convivenza tra queste doppie personalità spesso e strutturalmente l’una opposta all’altra, si regge la letteratura “gotica”, a proposito di ciò pensiamo al monaco Ambrosio nel romanzo “Il Monaco” di Lewis, nel quale si evidenzia l’opposizione tutta interiore al personaggio presentato e riconosciuto inizialmente come moralmente retto nell’opinione comune, ma rivelatosi l’opposto nello svolgimento della narrazione, talmente opposto da ricorrere all’omicidio, cedere alla fornicazione​ e addirittura scendere a patti con il demoniaco.

Stevenson, sempre per voce del suo Jekyll, attribuisce alla droga il potere di trasformazione, un mutamento radicale della personalità che viene però spiegato dallo stesso personaggio di scienza protagonista del racconto, come una semplice latenza venuta alla luce. La droga non è il fine, sostiene Jekyll, ma soltanto il mezzo che permette ad Hyde di prendere coraggio ed uscire allo scoperto fino a raggiungere il totale sopravvento sulla personalità: l’istinto vince sulla ragione. Per Stevenson, nel conflitto eterno tra male e bene, e quindi nell’equilibrio di forze tra questi due opposti, è ciò che viene reputato male secondo i canoni di una società educata alle regole classiste della borghesia illuminata, ad avere la meglio sul bene, l’istinto primordiale tanto caro ai romantici tendente sempre alla scoperta della verità insita dietro la facciata accondiscendente predomina sulla ragione, sulla conservazione. In questi termini lo stesso Sigmund Freud nella sua interpretazione dei sogni ammette che tra le società pre aristoteliche vi fosse una predilezione nell’attribuire alla vita inconscia un carattere prettamente divino, volutamente non spiegabile attraverso collegamenti razionali. Proprio attraverso i messaggi del sogno, tali organizzazioni sociali erano in grado di prevedere il futuro e come conseguenza di operare scelte che regolassero la vita collettiva in funzione proprio di quelle predizioni. Il divino sia nella sua accezione benevola che demoniaca, era in stretto contatto non solo con il divinatore, lo sciamano o il capo villaggio, ma con l’intera comunità influenzandone la vita quotidiana.

Nel cinema è di notevole pertinenza a proposito del doppio all’interno di un singolo organismo, la pellicola di Alfred Hitchcock “Psycho”, dove Norman Bates alias Anthony Perkins, si trova in conflitto con lo sdoppiamento della personalità manifestatosi nel dualismo madre/figlio. Il fattore scatenante nel caso della pellicola hitchcockiana è la gelosia alla quale consegue l’omicidio della madre da parte del fragile figlio attanagliato dal complesso di Edipo. Norman dopo averla uccisa, tiene la madre in vita, si immedesima in lei fino ad indossarne gli abiti e la parrucca, a conservarne il cadavere e ad imitarne la voce. Non vuole farla morire trasferendo su di essa le sue stesse pulsioni violente, la sua colpa. La scena finale di “Psycho” è significativa, così come Hyde prende il sopravvento sul buon Jekyll, così Norman oramai rinchiuso in manicomio per i delitti commessi, esterna nell’ultima inquadratura la supremazia della suo doppio psicotico e omicida rigettato nella figura della madre, su quella componente fragile e altruista dietro la quale si celava il figlio. Il male anche in Psycho vince sul bene.

Dostoevskij nel “Sosia” attribuisce al fallimento amoroso il fattore scatenante della comparsa dell’alter ego vincente “Goljadkin minore” nella personalità di Petrovic Goljadkin e il lento naufragare del personaggio dentro le sue paure non determina niente altro che una sua inesorabile caduta agli inferi. Goljadkin minore è ciò che Petrovic Goljadkin vorrebbe essere, dovrebbe essere, per risultare un vincente, conquistare la donna amata e ottenere soddisfazione e successo sul lavoro. Anche nel Sosia il personaggio vittima di sdoppiamento proprio a causa di questa “pazzia” nella quale è oramai totalmente coinvolto, a prevalere non è la caratteristica socievole, razionalmente accettata, pienamente inserita nella società, ma il suo contrario: la totale abnegazione a quel delirio che lo porterà alla inevitabile reclusione in un manicomio . La malattia vince sulla redenzione. Il male ottiene il predominio assoluto sul bene.

Kubrick in “Arancia meccanica” capovolge tale​ struttura, il personaggio di Alex è sostanzialmente un disadattato, un violento, un anti sociale e sarà compito del sistema redimerlo, attraverso il “trattamento Ludovico”, anche qui come in Psycho, citazione volontaria, lo sguardo di Alex è risolutivo e mentre nel libro di Burgess da cui è tratta la sceneggiatura del film, nel personaggio, attraverso le cure dello Stato, prevarrà la redenzione, Alex rigetterà la violenza, Kubrick, al contrario elimina la speranza e farà prevalere ancora una volta, così come Stevenson, l’indole brutale e istintiva nell’uomo, sotto l’egida benevolenza in questo caso dello Stato stesso.

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