L’ITALIA E LA NATO ALLA PROVA SUL FRONTE SUD DELL’ALLEANZA

L’ITALIA E LA NATO ALLA PROVA SUL FRONTE SUD DELL’ALLEANZA

NATO, Fronte Sud, Cina e nuove tecnologie. Questi sono gli argomenti trattati nell’intervista rilasciata a Analytica for intelligence and security studies , a firma del Direttore Andrea Canzilla.

Buona lettura!

L’Alleanza dell’Atlantico del Nord è stata fondata nel 1949 come forza d’interposizione contro le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica, tuttavia già nei primi anni 90’ il politologo Francis Fukuyama tramite la pubblicazione “fine della storia”, sottolineava il fatto che si fosse chiuso il capitolo del bipolarismo che ha visto lo scontro tra liberaldemocrazie e comunismo, rispetto ad allora ci troviamo in un mondo sempre più interconnesso e multipolare, ragion per cui le sfide di oggi sono ben diverse da quelle del passato, ce ne potrebbe parlare?            le frizioni tra la NATO e la Russia causate d’annessione da parte di quest’ultima della Crimea, possono spingerci a rafforzare le nostre difese sul fianco Est?
Se aggiungiamo a questa situazione il ritiro formale dal Trattato INF, c’è il rischio di unanuova corsa agli armamenti?

È ormai chiaro: siamo lontani da logiche e contrapposizioni da Guerra Fredda. Tuttavia, decenni di dura opposizione non si cancellano in poco tempo.
Nuove sfide si interconnettono con quelle del passato.
Oggi le maggiori Organizzazioni Internazionali trovano difficoltà a mantenere insieme Paesi o Alleati che sempre più spesso si affacciano al mondo con politiche unilaterali. Questo ovviamente perché la scala delle priorità e delle esigenze dei singoli Paesi è notevolmente cambiata.
Se prima la necessità quasi omogenea di sicurezza era nella contrapposizione al blocco sovietico, oggi potremmo parlare di una necessità graduale derivante da aspetti sociali, geografici ed economici. Un esempio sono le richieste di sicurezza che i Paesi dell’Est avanzano nei confronti della NATO, istanze che ovviamente sono meno sentite dai Paesi dell’area mediterranea che chiedono, invece,
un rafforzamento del fronte Sud.
La diversificazione delle “agende degli impegni e necessità” dei vari Paesi oggi è più varia che mai.
Questo porta ad avere differenti politiche e visioni persino tra Alleati, con conseguenti divergenze nell’arena internazionale, la Libia ne è un esempio. Per questo eventuali rafforzamenti ad Est dovranno essere controbilanciati da maggiori investimenti su altri fronti o su altri domini operativi.
A questo scenario si aggiunge il parziale ritiro del più grande attore mondiale, gli Stati Uniti, i quali da alcuni anni stanno riconsiderando le loro priorità strategiche.
Tale considerazione, può risultare tuttavia non definitiva, fattore che sta generando incertezza nei paesi alleati.
Non ritengo si possa arrivare nel breve periodo ad una nuova corsa agli armamenti, nel senso tradizionale del termine. Siamo di fronte, piuttosto, ad una corsa verso nuove tecnologie, all’uso delle cosiddette disruptive technologies e dell’intelligenza artificiale in campo militare. Grazie allo sviluppo e all’impiego nel settore civile, l’intelligenza artificiale sta radicalmente cambiando il concetto stesso di guerra. Il suo impiego potrebbe portare ad una rivoluzione in ambito militare e ridefinire persino la nozione stessa di difesa.

Nel 1996, il politologo statunitense Huntington pubblicò il libro “Lo scontro delle civiltà”, nel quale sottolineava che con tutta probabilità “la Grande Cina” avrebbe prima o poi cercato di trasformare il suo potere economico in potere militare, a distanza di quasi un quarto di secolo possiamo affermare questa teoria? In Cina il 30% di tutte le spese per la ricerca scientifico-tecnologica, viene destinato alla ricerca in campo militare, comprendendo anche applicazioni tecnologiche “dual use”. É possibile che nel breve e medio periodo Pechino riesca a colmare il gap tecnologico che ha con la NATO?

Oggi rispetto agli anni del confronto bipolare ci sono alcuni scenari da tenere in considerazione che superano le teorie di Huntington sullo scontro di “civiltà”.
La Cina più che rafforzare il suo potere militare, in senso tradizionale sta continuando a rafforzare il suo potere tecnologico sempre più determinante per gli scenari bellici futuri.
Da qualche anno stiamo vedendo un’attività di propaganda cinese molto chiara. Indicativo è un film “China Salesman ” che di certo non è memorabile dal punto di vista cinematografico, ma estremamente illuminante dal punto di vista dei contenuti. Un giovane ingegnere cinese spedito nel continente africano per una gara sulla telefonia mobile, si trova a dover combattere contro i piani di una spia francese che tramite corruzione deve far vincere il committente occidentale. Un copione piuttosto chiaro.
Quindi l’obiettivo non è tanto colmare il gap tecnologico, il quale è alla loro portata, infatti, le mire politiche e strategiche cinesi fanno leva sull’esportazione di queste tecnologie nei Paesi occidentali.
Parafrasando un po’ Huntington, se l’Occidente ha conquistato il mondo, non tanto con le sue idee ma con la sua “superiorità nell’uso della violenza organizzata”, ad oggi non può imporre un predominio con la stessa arma e per tanto si cercheranno altre strade.

Sembra che il Mediterraneo stia riacquisendo la centralità geopolitica del passato, quali sono le minacce identificate dalla NATO? Quali sono invece i punti di forza che l’alleanza atlantica ha nel mediterraneo? In particolare, considerandone la prossimità geografica, è interessante capire quale sarà il ruolo che l’Italia potrebbe e dovrebbe ricoprire questo fronte. È ipotizzabile un ruolo di direzione oppure un vero e proprio incremento delle operazioni? E come si pone la NATO nei confronti dei nuovi attori nell’area del Mediterraneo?

Quando si parla di Mediterraneo e Fianco Sud si intende un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. Questo comporta una serie di sfide di ordine economico-sociale che vedono nella stabilità dell’Area, un tassello chiave
per la loro risoluzione.
Per troppo tempo, la presenza di una profonda concorrenza tra le potenze europee ha portato ad una mancanza di visione strategica e soluzioni inefficaci contro l’instabilità e il terrorismo nell’area, minando, oltretutto, la credibilità degli Stati europei quando richiedono
ai Paesi locali di cooperare in diversi settori.

Dal momento che i Paesi europei non riescono a trovare un accordo tra loro, risulta difficile chiedere agli altri, spesso rivali di vecchia data,
di cooperare.
Questo ha permesso l’entrata di nuovi attori nell’area mediterranea.
Stiamo parlando della Russia e della Cina, potenze che, con investimenti e politiche precise, stanno guadagnando sempre più voce nell’area.
In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.
La presenza di forte instabilità nella regione, obbliga gli Alleati a mitigare le conseguenze delle minacce alla sicurezza presentate, aiutando i partner ad affrontare le loro sfide di governance, attraverso non solo la presenza militare ma anche con l’utilizzo di strumenti
politici e di dialogo con i Paesi confinanti.
Sicuramente la situazione che al momento desta maggiore preoccupazione è lo stallo della crisi libica, che si protrae da ormai quasi 10 anni e che vede il contrapporsi indiretto di potenze come la Russia, la Turchia con conseguente interessamento dei Paesi limitrofi.
La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army (LNA).
Purtroppo, la Libia a seguito della caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi non è mai riuscita ad effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti.
Da un lato abbiamo il governo di Tripoli, nato con gli Accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu, dall’altro lato vi è invece il governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar (LNA).
Divisione che crea contrapposizioni anche all’interno della NATO. Ne è stato un esempio l’incidente dello scorso 18 giugno che ha visto protagoniste navi da guerra turche e francesi e sul quale l’Alleanza avvierà specifiche indagini.
Nel territorio libico, quindi, si è sviluppato un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici, sempre più terroristi partecipano ai traffici di
armi, droga ed esseri umani e attraggono nuove reclute.
Come abbiamo potuto purtroppo constatare, neanche l’emergenza Covid-19 è riuscita a bloccare la situazione. A marzo è stato invocato un cessate il fuoco globale da parte della comunità internazionale e sostenuta dalle Nazioni Unite per facilitare la risposta all’epidemia
del COVID-19, accolta con favore sia dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) che dall’Esercito nazionale libico (LNA). Tuttavia, entro 24 ore dalla dichiarazione di tregua, entrambe le parti hanno ripreso i bombardamenti, con conseguente ulteriore danno materiale
e perdita di vite civili, impattando conseguentemente sull’emergenza causata dal COVID-19 e sulla risposta umanitaria globale.
La pandemia va a complicare ulteriormente il quadro impattando in maniera decisa anche sull’aspetto economico dell’intera regione, richiamando urgentemente l’attenzione dei Paesi Alleati di fronte a possibili nuove crisi migratorie, economiche e sociali.
L’estremismo violento ed i gruppi politici armati trovano linfa vitale da questi problemi, consentendogli di operare sul territorio con facilità ed avere sempre nuove leve da reclutare.
Per ovviare ai rischi derivanti da questa situazione, la NATO si è adoperata principalmente
in operazioni di counterterrorism, punto di forza dell’Alleanza.
L’impulso italiano e l’intenso lavoro svolto dalla delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, ha contribuito fortemente a orientare lo sguardo dell’Alleanza verso i pericoli e le criticità del suo versante meridionale, sia in termini di pianificazione militare che di rafforzamento della cooperazione pratica e del dialogo politico con i Paesi partner della regione MENA.
Allo stesso tempo, come è stato più volte affermato anche dall’Assemblea parlamentare NATO, bisogna rinforzare la capacità di difesa dei paesi alleati del Fianco Sud per poter al meglio affrontare le sfide che l’area ci pone.
In tale contesto si colloca coerentemente la nuova missione della NATO denominata Implementation of the Enhancement of the Framework for the South , che è finalizzata al rafforzamento della stabilità delle regioni poste lungo il fianco sud della NATO, attraverso attività di formazione e di supporto dei paesi dell’area nell’ambito della sicurezza e difesa del territorio.
Vi è una forte necessità di una risposta internazionale coordinata. I governi della NATO dovranno lavorare più da vicino con i governi della regione e le organizzazioni internazionali per favorire le condizioni per costruire una pace duratura. Ciò è particolarmente importante
in un momento in cui il COVID-19 sta esponendo gravi tensioni e aggravando i conflitti nella regione.
L’Italia ricopre un ruolo di prima linea anche attraverso la recente apertura del Hub NATO Strategic Direction South che, insieme all’Allied Joint Force Command Naples (JFC) , rappresentano un vero punto di forza dell’Alleanza nell’Area.
L’Hub vede lo sforzo congiunto dei partner NATO in un approccio olistico e collaborativo volto al coordinamento, alla sincronizzazione e al raccordo delle attività della NATO rivolte a Sud, ottimizzando al contempo le risorse e massimizzandone l’efficacia, il tutto monitorando
e valutando le dinamiche dell’ambiente operativo della NATO.
L’importante ruolo di collegamento e dialogo con le realtà del Nord Africa permettono,innanzitutto, di far entrare in comunicazione i paesi partner con il mondo NATO, in un’ottica costruttiva volta allo sviluppo di un’area di sicurezza.
Proprio in questa direzione è andato lo sforzo della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO nella recente 64° sessione annuale della NATO PA tenutasi ad Halifax, dove è stata discussa ed approvata la Risoluzione n. 451 volta a
“Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud”.
Quello che si è voluto far comprendere è l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, percepiscono differentemente i rischi di un Mediterraneo nel caos.
Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’Assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni competenti. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata
all’unanimità.

Cash, Capabilities e Contribution , queste sono le famose “3 C” definite al Vertice dei Capi di Stato e di Governo della NATO a Celtic Manor in Galles nel settembre del 2014, potrebbe parlarcene nel dettaglio? Nell’ipotetico del 2% del PIL in spese militari, cosa servirebbe alla nostra componente terrestre, navale ed aeronautica per garantire la massima efficienza operativa nel medio e lungo periodo?

La tematica della condivisione degli oneri tra gli Alleati è questione dibattuta fin dalle origini dell’Alleanza.
Quanto deciso al Vertice del Galles nel 2014 ed in seguito a Varsavia nel 2016 con il Defence Investment Pledge (DIP), continua a rappresentare una delle questioni politiche più discusse all’interno della NATO.
Il Burden sharing richiede, infatti, lo sforzo di ciascun paese alleato a cercare di, entro il 2024, di raggiungere i seguenti obiettivi (cd. “le tre C”):
• 2% delle spese per la difesa rispetto al PIL (“Cash “);
• 20% delle spese per l’investimento rispetto a quelle della difesa (“Capabilities “);
• contribuire a missioni, operazioni ed altre attività (“Contributions “);

La regola delle 3 C impegna quindi, gli Alleati ad un salto quantitativo e qualitativo nella distribuzione dei costi e dei rischi, nel perseguimento di obiettivi comuni.
Fin dal momento del suo annuncio, si è concentrata tutta l’attenzione quasi esclusivamente sull’obiettivo del 2% del PIL (Cash ).
Questo produce una diversità di fatto nella valutazione dei parametri, sminuendo altre voci come Contributions che vedono Paesi come il nostro essere nelle prime posizioni.
Infatti, se lo stesso non si può dire del parametro Cash , in Contribution e Capabilities l’Italia registra buoni risultati.
Guardando ai dati, nel Defence Planning Capability Survey di Maggio 2019, in merito all’impegno italiano, si riferisce ad un rapporto spese Difesa/PIL previsionale, in termini percentuali, pari all’1,17% per il 2019 e all’1,20% per il 2020. Stima che è stata aggiornata all’ 1,22% sempre per il 2020 come riferito dal Ministro della difesa in audizione.
In merito al Capabilities , i dati nazionali risultano coerenti con l’obiettivo NATO del 20% attestandosi ad una percentuale pari al 20,03% per il 2019 e al 21,89% per il 2020.
Ma è sul Contributions che l’Italia fa lo sforzo maggiore, risultando il secondo Paese Alleato in termini di impegno sul campo dietro solo glie Stati Uniti.
L’Italia, sulla base di questi dati, richiede che tali oneri siano valorizzati e messi in linea con altri parametri. Inoltre, siamo fermamente convinti che il parametro del 2% debba includere investimenti finalizzati ad assicurare la difesa nazionale in toto, considerando quindi, anche quelli inerenti alla sicurezza informatica ed energetica.
Il tutto anche di fronte alle importanti innovazioni che stanno portando le “Disruptive Technologies” al concetto stesso di minaccia e quindi anche a quello di difesa collettiva. Gli effetti asimmetrici dei conflitti attuali sono stati amplificati dall’incredibile avanzamento tecnologico degli strumenti di offesa che mettono sotto stress le difese NATO. La minaccia Cyber alle infrastrutture critiche e domini come l’energy security sono fattori che riguardano sempre più il mondo della Difesa, rendendo il quadro geostrategico sempre più complesso.

La velocità con cui gli attori, statali e no, sviluppano nuovi strumenti di attacco, costringe l’Alleanza ed i suoi membri a scongiurare il rischio di restare indietro su capacità chiave in aree militari decisive. L’Italia non è la sola ad aver lanciato questa proposta raccogliendo adesioni anche da molti altri paesi dell’Alleanza.
L’obiettivo del 2% si raggiungerà ma ci vorrà del tempo e soprattutto una strategia di largo respiro che assicuri una corretta allocazione delle risorse destinate alla nostra sicurezza. Un’ottica di razionalizzazione della spesa ed investimento nel futuro che ci deve portare ad essere
sempre competitivi in un quadro internazionale caratterizzato da costanti mutamenti ed innovazioni. Aspetti che non devono far trascurare la Difesa tradizionale, oggi come mai, messa in risalto soprattutto da alcuni Alleati NATO.
Lo strumento militare deve essere sempre più capace di rispondere efficacemente ed in tempi brevi, sviluppando quel concetto di Readiness , elemento chiave della deterrenza militare di un paese. Come richiamato nell’ultimo Concetto Strategico dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Enzo Vecciarelli, la Difesa dovrà gravitare attorno al concetto di “Joint by design ”, per il quale ogni attività militare ed ogni piattaforma necessaria ad espletarla dovranno esser concepite secondo logiche di interconnessione fra sistemi (networking warfare ), di integrazione, digitalizzazione e condivisione delle informazioni (information superiority e information sharing ), di velocizzazione dei
processi di comando, controllo e coordinamento delle azioni, in un’ottica multi dominio (multi-domain warfare ).
Le diverse componenti dello strumento interforze dovranno assicurare la più profonda competenza nel proprio dominio di impiego, in supporto ad altri settori operativi.
Oltre la parte relativa all’aggiornamento e acquisizione dei mezzi, quello che maggiormente richiama la nostra attenzione è la capacità di prontezza dei nostri uomini. Una Forza Armata moderna necessità di un addestramento costante e completo. Per mancanza di risorse, il nostro personale è costretto troppe volte a fare meno ore di addestramento del previsto e questo, in un esercito del
nostro livello, non deve accadere.
L’addestramento è un investimento diretto alla salute e professionalità dei nostri ragazzi, che a loro volta, assicurano la nostra sicurezza.
Per questi motivi continuiamo e continueremo a sostenere che è giusto aumentare la spesa per la Difesa, ma a condizione che la spesa per lo spazio, il ciberspazio e la protezione delle infrastrutture civili siano incluse nei calcoli del 2%, al fine di continuare a costruire al meglio una forza in grado di affrontare le minacce di oggi e di domani.



Di Luca Frusone:

FONTE : Luca Frusone

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