Libertà di stampa, riportare il tema in Parlamento

Libertà di stampa, riportare il tema in Parlamento

Il tema della tutela della libertà di stampa meriterebbe di essere citato nelle Aule parlamentari ogni giorno, per questo ho presentato e discusso nel merito una interpellanza urgente, partendo dalle storie di alcuni giornalisti italiani minacciati a seguito del loro lavoro di inchiesta.

Ho chiesto al Governo una seria e trasversale riflessione sul concreto da farsi, al di là delle misure già in essere, per la tutela della libertà di stampa, intesa anche come protezione dell’incolumità della classe giornalistica operante in Italia.

Non pretendo di esaurire il tema con questa interpellanza, ma anzi ribadisco che questo atto è solo il primo step di un percorso che chiedo venga condiviso in ambito parlamentare, e che sia in grado di essere trasferito all’esterno dei Palazzi, partendo dalla FNSI, dall’Ordine, dai sindacati dei giornalisti e da chiunque si senta chiamato in causa, compresi i cittadini che dovrebbero sempre pretendere che la stampa sia sì libera ma anche protetta.

Buona lettura!

Illustrazione dell’interpellanza

“Presidente, gentile sottosegretario, lei oggi è chiamato a rispondere per conto del Governo ad un atto che contempla al suo interno un tema di grande rilevanza per l’intera tenuta del sistema democratico, non solo del nostro Paese; un tema, quello della libertà di stampa, che meriterebbe di essere citato nelle Aule parlamentari ogni giorno, perché collegato a strette maglie alla formazione dell’opinione pubblica, che proprio in queste Aule ci tiene in vita, stimolandoci all’approfondimento e alla risoluzione dei problemi.

Non a caso ho citato all’inizio della mia interpellanza tutti quegli articoli che scendono poi a cascata a partire dal 21 della Costituzione; l’ho fatto per imprimere pubblicamente l’idea di quanto la libertà di stampa, intesa come libera manifestazione del pensiero e in grado di comprendere anche la divulgazione di opinioni e informazioni, sia formalmente riconosciuta non solo in Italia, ma nel panorama internazionale e sovranazionale.

Nonostante a questo diritto sia stata data ampia identità normativa, ci ritroviamo però a scontrarci con un paradosso di realtà. La posizione dell’Italia è ancora molto bassa nella classifica maggiormente riconosciuta sulla libertà di stampa, e ad oggi ci sono ancora decine di giornalisti italiani che per aver ricevuto minacce a seguito del loro lavoro di informazione sono costretti a vivere sotto scorta; in particolare rilevavo che nel 2020, già in questo primo semestre i dati sono raddoppiati rispetto a quelli di tutto l’anno 2019.

Solo una ragione di opportunità mi induce poi a non menzionare alcuno dei numerosi giornalisti italiani caduti per aver onorato la verità nella storia della nostra Repubblica; anzi, voglio qui ribadire gli ultimissimi dati del Centro di coordinamento per le attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, istituito presso il Ministero dell’Interno, che non ho avuto modo di inserire tuttavia nell’interpellanza perché riunitosi pochi giorni fa. Alla luce di questi accertamenti, si rileva che nei primi mesi del 2020 sono 83 le minacce denunciate da giornalisti. Gli 83 episodi sono stati portati a conoscenza nel primo semestre dell’anno, mentre nell’intero anno precedente ne erano stati rilevati solo 79. Il dato dell’anno corrente mostra quindi una forte accelerazione del fenomeno; un fatto che non può essere sottovalutato, proprio come hanno avuto modo di richiamare sia il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti che il presidente dell’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”. Infatti nel 2020, come dicevo prima, il ritmo mensile delle minacce risulta raddoppiato, sia rispetto al 2019 che al 2018.

Tanti, troppi sono i giornalisti che nel nostro Paese vivono sotto la minaccia delle mafie; e scusandomi per non citarli in questa sede, sappiano che non solo ne ho conoscenza, ma mi ritengo impegnata a dare loro tutto il mio sostegno. I dati sono importanti tanto quanto le storie dei giornalisti minacciati, anche pubblicamente sui social; poi qui si aprirebbe un’ulteriore parentesi, come rilevo nella mia interpellanza tramite il breve accenno alle inaccettabili circostanze che hanno riguardato ad esempio il giornalista Iacoboni de La Stampa, la freelance Porsia, Nello Scavo di Avvenire. Le loro storie, ma a maggior ragione il loro lavoro di inchiesta e approfondimento, richiedono maggiore tutela, perché le storie, gli intrecci, le interpretazioni che ci offrono sono spunto di riflessione e conoscenza per l’Italia, che a livello internazionale dovrebbe garantire e pretendere maggior rispetto. Sulla base di una mia analisi, non sottovalutando la pericolosità ovviamente di queste minacce, tuttavia ritengo che dalla Libia non possa venire alcun concreto pericolo; altrettanto da Malta, per quanto sconsiglierei comunque a chi si avventura in questi Paesi di andarci senza un grado sufficiente di preparazione e di precauzione.

L’unica seria minaccia, tuttavia, può essere rappresentata dalle mafie italiane, la ‘ndrangheta in particolare, di certo presente e operante anche nei Paesi in oggetto e non solo lì ovviamente. I crimini e gli intrecci denunciati da Porzia e Scavo sono, per quanto significativo, un piccolo scorcio di verità della immane, difficilmente raccontabile e a volte addirittura indicibile complessità dei giochi che si stanno evolvendo nel nostro Mediterraneo. Così, mi sento infine di rivolgere un appello, nel rispetto del punto di vista di chi oggi vive sotto scorta, perché pur sempre di un punto di vista si tratta, invitando tutti e soprattutto gli editori a porre sempre al centro del proprio lavoro e delle proprie scelte innanzitutto l’interesse nazionale. Per questo chiedo a lei, sottosegretario, ma in particolare a tutto il Governo – infatti, ho ribadito, la scelta di indirizzare questa interrogazione alla Presidenza del Consiglio era proprio per allargare la platea di chi stesse lavorando su questo tema – una seria e trasversale riflessione sul concreto da farsi, al di là delle misure già in essere, per la tutela della libertà di stampa, intesa anche come protezione dell’incolumità della classe giornalistica operante in Italia. Inoltre, chiedo in maniera specifica, riconoscendo l’importanza di non far rimanere l’accaduto disatteso a livello pubblico, cosa si intenda fare per stigmatizzare l’atteggiamento di Gafà nei confronti di Nello Scavo anche alla luce degli incarichi che la personalità citata detiene presso il Governo maltese, Paese membro dell’Unione europea dal 2004, grazie”

Risposta del sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Gianluca Castaldi

“La ringrazio Presidente Spadoni, così come ringrazio gli onorevoli deputati Ermellino e Schullian. L’interpellanza in oggetto affronta il tema della tutela della libertà di stampa e di informazione sotto il profilo del vulnus che ne deriva concretamente per l’effetto dei frequenti atti intimidatori, attacchi verbali e minacce di morte rivolte nei confronti di giornalisti, alcuni dei quali costretti a vivere purtroppo sotto protezione. In particolare, gli interpellanti citano i casi dell’ex direttore de la Repubblica, Verdelli, che il 14 marzo 2020 è stato messo sotto scorta per le minacce subite dai gruppi di estrema destra, del giornalista di Avvenire, Nello Scavo, minacciato da un personaggio ritenuto contiguo alle autorità di Governo maltese e della freelance Nancy Porzia, minacciata nel 2019 dal trafficante libico Bija assieme al collega Scavo, con il quale è stata messa sotto scorta. Inoltre, gli interpellanti rappresentano che, all’inizio dell’aprile 2020, il Ministero della Difesa russo, tramite il suo portavoce, il maggiore generale Igor Konashenkov ha diffuso una nota con cui attacca il quotidiano La Stampa, accusandolo di alimentare fake news russofobiche da Guerra fredda.

In riferimento alle premesse formulate dagli onorevoli interpellanti, si ritiene opportuno ribadire preliminarmente come, per il Governo italiano, l’informazione costituisca un bene collettivo primario, indispensabile per il funzionamento delle istituzioni democratiche. Nell’informazione si saldano due principi fondanti del nostro sistema costituzionale, che trovano pari tutela nell’articolo 21 della nostra Carta fondamentale: la libertà di pensiero e il pluralismo delle fonti. La libertà di pensiero, intesa come il diritto di ciascuno di manifestare la propria opinione, è condizione necessaria e imprescindibile per la sopravvivenza di un regime democratico, ma essa trova concreta espressione e garanzia solo nel pluralismo, cioè nella possibilità materiale, per ciascun cittadino, di formarsi, attraverso l’accesso a più fonti, un libero convincimento personale. Se è vero, come affermato dalla Corte costituzionale, che l’informazione esprime non tanto una materia, quanto una condizione preliminare per l’attuazione dei princìpi propri dello Stato democratico, è la difesa di questa condizione preliminare il punto fermo che deve orientare, oggi più che mai, l’azione del pubblico decisore, in presenza dei profondi mutamenti economici e tecnologici ai quali stiamo assistendo.

Le intimidazioni ai giornalisti sono un fenomeno in allarmante crescita, purtroppo, nel mondo, non solo nei regimi illiberali e non solo nei teatri di conflitto. Secondo gli ultimi dati UNESCO, nel 2018 sono stati 1.010 i giornalisti uccisi, dei quali una larghissima parte, il 93 per cento, era costituita da dei cronisti locali, da professionisti che raccontavano la vita e le difficoltà delle comunità in cui abitavano, denunciando i traffici e il malaffare che le inquinavano. Anche in Italia, come in altre società democratiche e aperte, gli episodi di intimidazione e violenza ai danni dei giornalisti si stanno, purtroppo, moltiplicando, raggiungendo settori e aree del Paese fino a pochi anni fa immuni da questo fenomeno. Secondo i dati diffusi sempre dell’osservatorio congiunto FNSI e dall’Ordine dei giornalisti, tra il 2006 e il 2018 sono stati oltre 3.700 i giornalisti vittime di gravi episodi, in Italia. È cresciuto anche il numero dei giornalisti costretti a vivere sotto la protezione dello Stato: sono professionisti colpiti per il solo fatto di fare il loro mestiere, per il loro sforzo di illuminare periferie e territori in cui prospera la criminalità organizzata, alimentando, con la loro testimonianza, la speranza di un futuro migliore per le intere comunità, uno dei numeri molto allarmanti e in costante crescita, che segnalano tuttavia anche un problema più profondo.

Per queste ragioni, con l’obiettivo di proteggere e tutelare la libertà di informazione, nello scorso autunno, il sottosegretario all’editoria, Martella, ha inviato una lettera al Ministero dell’interno per chiedere la convocazione del Centro di coordinamento delle attività di analisi e scambio di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, ai fini di un’attenta analisi degli episodi che si erano da ultimo verificati.

Il primo quesito posto dagli interpellanti è relativo a quali iniziative, anche di tipo normativo, si intendano intraprendere per garantire in maniera concreta la tutela della libertà di stampa, anche intesa come protezione dell’incolumità della classe giornalistica operante in Italia. A questo proposito, segnalo che tutti i presidi normativi a tutela della libertà di stampa previsti nel nostro ordinamento derivano direttamente dall’articolo 21 della Costituzione, che consente la libera espressione di pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure e si può procedere al sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi e nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescrive per l’indicazione dei responsabili. La disciplina in ordine alla stampa è contenuta nella legge n. 47 del 1948, con riferimento alla quale è stato presentato al Senato, il 20 settembre del 2018, in stato di relazione, il disegno di legge n. 812, recante modifiche alla legge 8 febbraio 1948 n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale, al codice di procedura civile ed al codice civile in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante, nonché di segreto professionale e disposizioni a tutela del soggetto diffamato, nonché alla Camera dei deputati, il 27 marzo 2018, assegnata – non ha ancora iniziato l’esame – la proposta di legge n. 416, recante modifica alla legge 8 febbraio 1948 n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale e alla legge 3 febbraio 1963 n. 63, in materia di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di contrasto delle liti temerarie, di segreto professionale e di istituzione del giurì per la correttezza dell’informazione. Tali proposte di legge affrontano il tema, molto rilevante, dell’utilizzo intimidatorio delle querele per diffamazione: oggi moltissimi professionisti sono intimiditi attraverso l’arma della querela-bavaglio e della richiesta di esosi risarcimenti in sede civile. Il pronunciamento della Consulta sulle eccezioni di legittimità costituzionale relative alla pena detentiva per i giornalisti, del 9 giugno scorso, ha ribadito la necessità e la rilevanza di un intervento del legislatore su questi temi, accordando al Parlamento un tempo congruo – dodici mesi – per l’adozione di un provvedimento che realizzi il necessario bilanciamento tra la massima tutela della libertà di stampa e l’efficace protezione della dignità della persona. Il Governo, può starne certa, darà il suo contributo affinché si realizzi questo obiettivo.

Con riferimento alle misure adottate dall’Esecutivo sulla base degli elementi forniti dal Ministero dell’Interno, si segnala inoltre che, con il decreto del Ministro dell’Interno del 21 novembre 2017, è stato istituito presso il Ministero dell’Interno il Centro di coordinamento per le attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti. Questo Centro di coordinamento, attraverso il potenziamento degli strumenti di monitoraggio e lo scambio di informazioni tra i diversi soggetti interessati, promuove approfondimenti ed analisi sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti e formula anche proposte finalizzate all’individuazione di mirate strategie di prevenzione e di contrasto. Con un successivo decreto del Capo della polizia, Direttore generale della pubblica sicurezza, del 10 settembre 2018, è stato costituito anche l’organismo permanente di supporto al citato Centro di coordinamento, quale sede privilegiata di confronto tra referenti nel mondo dell’informazione e rappresentanti delle articolazioni dipartimentali competenti ratione materiae e al fine di individuare, a livello operativo, gli interventi più idonei rispetto alla criticità del contesto. Tale organismo, presieduto dal vicedirettore generale della pubblica sicurezza e al quale partecipano anche i rappresentanti della Federazione nazionale della stampa italiana e del consiglio dell’Ordine nazionale dei giornalisti, ha il compito di effettuare un costante monitoraggio del fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, proporre al Centro di coordinamento iniziative e strategie di prevenzione e contrasto di livello strategico, riferire periodicamente al Centro di coordinamento sull’andamento del fenomeno e sugli sviluppi delle iniziative in corso.

Nell’ambito dei lavori dell’organismo permanente in questione è emersa l’esigenza sul territorio, in chiave tanto repressiva quanto preventiva, di avere un impegno corale di tutte le risorse, avvalendosi anche del contributo dei referenti nel mondo dell’informazione che potrebbe risultare prezioso per sviluppare un’approfondita conoscenza del fenomeno in specie. In tale ottica, il 27 novembre 2018, il Capo della Polizia-Direttore generale della pubblica sicurezza ha emanato una circolare con la quale invita i prefetti e i commissari di Governo delle province di Trento e Bolzano nonché il presidente della regione autonoma della Val d’Aosta ad analizzare, in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, anche allargato ai referenti locali delle associazioni di categoria e del settore dell’informazione, eventuali elementi di criticità relativi al fenomeno degli atti intimidatori nei confronti di giornalisti nonché a voler enucleare, a livello anche locale, gli interventi più idonei per la prevenzione delle attività delittuose in parola. È stato, inoltre, richiesto di valutare l’opportunità della creazione e del consolidamento, a livello locale, di una rete di cooperazione tra i citati organismi rappresentativi del mondo della stampa e le forze di polizia, anche attraverso l’attivazione di punti operativi di contatto al fine di agevolare la più proficua interazione in ambito provinciale, favorire un costante e tempestivo flusso informativo sulla particolare delittuosità e sui possibili futuri scenari di rischio nel territorio di competenza. Al fine di garantire tale costante monitoraggio degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti è stato inoltre strutturato un flusso informativo con le forze di polizia che inviano alla direzione centrale della polizia criminale, con cadenza mensile, le segnalazioni relative al fenomeno. Il 24 gennaio 2020 il Ministro dell’Interno ha emanato un’altra circolare diretta ai prefetti, ai commissari di Governo, alle province di Trento e Bolzano e al presidente della giunta regionale della Val d’Aosta con cui dispone l’inoltro, a carattere semestrale, dei dati relativi agli atti intimidatori verificatisi nelle rispettive province perpetrati nei confronti di giornalisti, indicando altresì eventuali iniziative assunte e le misure adottate al riguardo. Tali riscontri vengono poi utilizzati al fine di elaborare in sede centrale idonea valutazione e conseguente indirizzi sia sotto il profilo tecnico operativo, nell’ambito del citato organismo permanente di supporto, sia sotto il profilo strategico, nell’ambito del predetto Centro di coordinamento. Si rappresenta che sono state indette due riunioni del citato organismo permanente la cui seconda, in data 8 luglio ultimo scorso, in videoconferenza con la Prefettura di Caserta. Fanno seguito altri incontri sul territorio sollecitati dal Ministro dell’Interno per contrastare più efficacemente il fenomeno degli atti intimidatori in esame.

Per quanto concerne il tema della concessione delle misure di sicurezza alle persone esposte a particolari situazioni a rischio, si rappresenta che la materia è disciplinata in maniera dettagliata dal decreto-legge 6 maggio 2002 n. 83, convertito in legge 2 luglio 2002, n. 133, istitutivo dell’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza personale (UCIS). A tale ufficio spetta assicurare suddette misure in via esclusiva e in forma coordinata in conformità alle direttive del Capo della polizia-Direttore generale della pubblica sicurezza, avvalendosi di un’apposita commissione centrale consultiva e basandosi sulle informazioni raccolte e le analisi effettuate in via preliminare dagli uffici per la sicurezza personale istituiti in ogni prefettura. In conformità a quanto previsto dal decreto ministeriale 28 maggio 2003 e dalle direttive del Ministero dell’Interno con circolare apposite, le misure di protezione del personale adottate dall’UCIS sono soggette a periodiche revisioni sulla base dei dati informativi relativi all’attualità della situazione a rischio, desunte anche dal contesto ambientale e dall’analisi e credibilità della minaccia. A tal fine, i prefetti delle province interessate procedono al riesame semestrale delle singole posizioni e dei correlati livelli di rischio valutati in sede di riunione tecnica di coordinamento, comunicando ogni utile elemento informativo che rende opportuna la modifica o la revoca delle misure già adottate. In modo analogo, sia a livello locale che centrale, si procede ad una aggiornata valutazione dell’esposizione del rischio personale ogni qualvolta emergano nuove circostanze che rendano necessario un adeguamento dei dispositivi tutori in atto.

Quanto ai dati rilevati sul territorio negli ultimi anni, si evidenzia che, nel 2018, le forze di polizia hanno segnalato 73 episodi intimidatori nei confronti di giornalisti (18 dei quali consumati tramite Internet e social network, che sono il 24 per cento del totale). La matrice è riconducibile per: 14 episodi ad attività di contrasto alla criminalità organizzata; per 24 ad attività socio-politica (di questi 8 tramite web), che sono circa il 33 per cento, e 35 atti ad altri contesti (di cui 7 via web), pari al 48 per cento.

Nel 2019 le forze di polizia hanno segnalati 87 episodi intimidatori nei confronti dei giornalisti (di cui 20 consumati tramite social network pari al 23 per cento del totale). La matrice è riconducibile per: 16 episodi ad attività di contrasto alla criminalità organizzata (1 via web) pari al 18 per cento; 25 casi ad attività politica (di cui 5 via web) pari al 29 per cento; 46 atti ad altri contesti (di cui 14 via web) pari al 53 per cento.

Nel 2020 le forze di polizia hanno segnalato 83 episodi intimidatori e nel totale sono 10 episodi riconducibili ad attività di contrasto alla criminalità organizzata (di cui 3 via web) pari al 12 per cento; 37 ad attività socio-politica (di cui 19 via web) pari al 44,6 per cento; 36 atti ad altri contesti (di cui 14 via web) equivalenti al 43,4 per cento.

Nel corso del 2019 gli 87 atti di intimidazione hanno interessato complessivamente 16 regioni italiane; in 5 di queste (Lazio, Lombardia, Campania, Calabria e Sicilia) si sono verificati il 65 per cento del totale degli episodi, quindi 57. Per la georeferenziazione dell’atto d’intimidazione è stato preso in considerazione il luogo dove lo stesso è avvenuto e quello in cui la parte lesa ha esposto denuncia-querela. In merito alla matrice degli atti di intimidazione consumati nelle cinque regioni richiamate si può rilevare che 12 casi sono riconducibili alla criminalità organizzata (quindi il 75 per cento di quelli riferiti alla medesima matrice nell’anno di riferimento sull’intero territorio nazionale); 18 sono da attribuire a questioni socio-politiche (72 per cento di quelli riferiti alla stessa matrice nel 2019) e 27 relativi ad altri contesti (58,7 per cento di quelli riferiti ad analoga matrice nell’ambito segnalato).

Nel 2020 gli 83 atti di intimidazione hanno interessato complessivamente dieci regioni. Lazio, Campania, Sicilia, Calabria e Lombardia, cinque di queste, hanno avuto 70 episodi, quindi l’84,3 per cento del totale degli atti intimidatori. Per la georeferenziazione dell’atto di intimidazione è stato preso in considerazione il luogo, come già detto, dove è avvenuto lo stesso o quello in cui la parte lesa ha sporto denuncia-querela. In merito alla matrice degli atti d’intimidazione consumati in queste cinque regioni richiamate si può rilevare che dieci casi sono riconducibili alla criminalità organizzata (il 100 per cento del totale); 35 a questioni socio-politiche (94,6 per cento del totale) e 25 risultano relativi ad altri contesti (pari al 69,4 per cento del totale).

Per quanto attiene ai dispositivi di protezione in atto nei confronti dei giornalisti richiamati nell’interpellanza, si comunica che Carlo Verdelli, Sebastiano (detto Nello) Scavo e Nancy Porsia sono destinatari di misure di protezione, mentre, per il giornalista Jacopo Iacoboni, non risulta essere stato adottato alcun dispositivo di protezione alla data odierna. Risultano attivi nei confronti dei giornalisti 21 dispositivi di protezione UCIS, di cui 3 di secondo livello, 4 di terzo livello, 14 di quarto livello. A questi vanno aggiunti 191 dispositivi di vigilanza di vario tipo: vigilanza generica radiocollegata; vigilanza dinamica dedicata; vigilanza ad orari convenuti espletate dalle forze dell’ordine.

Con riferimento al secondo quesito posto dagli interpellanti con il quale si chiede di sapere se, nel caso specifico del giornalista Scavo, il Governo intenda stigmatizzare pubblicamente l’atteggiamento di Gafà anche alla luce dei suoi incarichi presso il Governo maltese, che tra l’altro è il Paese membro dell’Unione europea, sulla base degli elementi forniti dal Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale si segnala che il signor Neville Gafà non ricopre a tutt’oggi alcun ruolo nell’ambito delle istituzioni maltesi né ha mai ricoperto in passato le funzioni di Capo di gabinetto né di direttore del Primo Ministro, come invece erroneamente riportato da alcuni articoli di stampa italiani che sono citati nell’interpellanza. Il signor Gafà risulterebbe essere stato in passato nei ruoli della pubblica amministrazione maltese ma, da quando il Primo Ministro, Robert Abela, ha assunto la guida dell’Esecutivo nello scorso gennaio, nessun incarico gli è mai stato conferito. Pur non risultando comunicati ufficiali da parte del Governo maltese, il Ministero degli Esteri maltese, in contatti informali con la nostra ambasciata a La Valletta, ha stigmatizzato l’episodio delle dichiarazioni citate dagli onorevoli interpellanti, assicurando che sarebbe stata avviata l’apertura di un’indagine a cura della magistratura locale. Nelle prossime settimane, ove non vi fossero seguiti formali di questa indagine, il Governo solleciterà nuovamente per via diplomatica le autorità maltesi”.

Replica 

“Grazie, Presidente, e grazie a lei, signor sottosegretario, per aver risposto al monito e all’invito insiti nella mia interpellanza. Non darò ovviamente un giudizio frettoloso sulla risposta ricevuta, perché il tema della libertà di stampa è talmente importante da non potersi limitare ad una frase che esprime soddisfazione o scontento. Proverò invece a fare un ragionamento e a spiegare perché quest’atto non si conclude qui oggi ma continuerà e sarà mia cura portarlo avanti in altre forme e contesti proprio per perseguire l’obiettivo per cui è nato, ossia l’invito alla riflessione e al dibattito pubblico, anche in quest’Aula, ma non solo. Infatti, lei ha convenuto con me di quanto sia diffuso e importante il problema relativo alle minacce ricevute da parte delle mafie. Probabilmente, ripeto, è soltanto per ragioni di sensibilità che non ho menzionato alcuno, ma questo è probabilmente un punto nodale, che ha bisogno sicuramente di una riflessione più ampia e continuata nel tempo. Così come bene ha fatto il Ministro Lamorgese a riprendere con forza il discorso attraverso il Centro e provando a coordinarsi, perché appunto non credo che nessuno di noi singolarmente abbia delle risposte da poter fornire a questi problemi, dialogando anche con i parlamentari. Si raggiungono i risultati non solo da un punto di vista normativo ma proprio da un punto di vista etico e morale, infatti prima citavo anche gli editori. Tutti conosciamo la situazione della pubblica informazione in Italia, molto spesso ci sono dei casi estremi, viviamo in un panorama che non possiamo far finta di non conoscere, che è molto vario. Non intendo certo esprimermi in un giudizio nel merito, però è ovvio che bisogna tener conto anche di questo e che probabilmente una riflessione a questo punto è necessaria.

Mi hanno fatto anche molto pensare le parole che ho letto nell’ambito delle memorie depositate in Commissione Difesa per quanto riguarda le interlocuzioni sulla relazione missioni internazionali, in particolare l’autrice è la giornalista Nancy Porzia, che figura appunto fra i giornalisti presenti all’interno dell’atto. La giornalista scrive: “La politica che si autolegittima sulle emergenze perde la visione d’insieme, e nel lungo periodo mette a repentaglio gli stessi interessi che prova a tutelare”. Certo, il contesto in cui la giornalista pronuncia queste parole fa riferimento alla Libia, ma sfido chiunque sia dotato di perspicacia e sensibilità politica a non ammettere quanto quella stessa frase sia estendibile a qualsiasi contesto che riguarda il mantenimento e la tutela della cosa pubblica. Credo sia un bel richiamo per tutti, specialmente per chi siede sugli scranni del Governo e del Paese ed è chiamato più di tutti a dare seguito al potere esecutivo in nome e negli interessi della Repubblica; bene pubblico che si ciba anche di conoscenza e dei giudizi che derivano dalla conoscenza stessa. È ovvio però che tale conoscenza e cotanti giudizi debbono poter essere comunicati in maniera universale e libera, perché altrimenti rischierebbero di non svolgere i loro compiti, ossia di contribuire alla crescita del Paese; una crescita che va pensata su più fronti, a partire da quello a me più caro della cultura, passando poi per quello economico; soprattutto, una crescita che deve essere in grado di mantenere con autorevolezza il suo ruolo anche a livello internazionale. Questo per trasmettere quanto per me, parlamentare e cittadina della Repubblica italiana, sia importante accelerare concretamente sulla tutela della libera manifestazione del pensiero, intesa, in questo caso specifico, come libero diritto ma anche come dovere di divulgare informazioni specialmente sensibili, come quelle veicolate dai giornalisti citati nell’atto. Si tratta di giornalisti minacciati all’estero per conto dell’Italia e in patria a causa appunto della criminalità organizzata, che semina odio e violenza.

Lo stato d’animo di chi giustamente ha paura di rimetterci anche in termini personali, di rimetterci la propria vita semplicemente perché persegue la verità e svolge il suo lavoro va compreso, accolto e poi protetto e supportato. Pertanto, seguo con interesse il lavoro portato avanti dal Ministro dell’Interno, che con il Centro di coordinamento sugli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti coinvolge l’Ordine competente, la Federazione nazionale della stampa italiana e tutti gli enti terzi ugualmente interessati a questo tema. Auspico che alle storie dei giornalisti minacciati, non storie personali ma patrimonio della conoscenza di tutti, venga dato uguale o maggiore seguito di quello che viene già dato ai numeri, alle percentuali con cui di solito vengono affrontati questi temi in politica. Si sta parlando di diritti menzionati all’interno di una Carta costituzionale, non di assiomi la cui evidenza è esplicita. Dico questo perché anche la libera manifestazione del pensiero e di stampa è quotidianamente minacciata dall’uso malsano e smodato che gli stessi cittadini fanno dei social. Molto spesso facciamo queste riflessioni nel momento in cui si verificano, come dicevo prima, degli episodi e dei casi limite, però è necessaria una riflessione seria anche su questo tema. Non vorrei fare un po’ la parte dell’apocalittica, ma evidenzio come, anche in questo caso, la quasi assenza dello Stato, anche a livello normativo, generi gap culturali enormi. Ribadisco, quest’interpellanza è solo il primo step di un percorso che chiedo venga condiviso in ambito anche parlamentare e che sia in grado di essere trasferito all’esterno dei palazzi, partendo dalla Federazione nazionale della stampa, dall’Ordine e dai sindacati dei giornalisti e da chiunque si senta oggettivamente chiamato in causa. In questo alveo includo anche i cittadini, che sono i primari fruitori delle informazioni che vengono diramate e che dovrebbero sempre pretendere che la stampa sia, sì libera, ma anche protetta”.

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QUI IL TESTO DELL’INTERPELLANZA



Di Alessandra Ermellino M5S:

FONTE : Alessandra Ermellino M5S