Le richieste di asilo riprendono ad aumentare: l’Ue perde un’altra occasione.


L’Europa del 2020 ha registrato il più basso numero di richieste di asilo dal 2015 a oggi. Di 471.300 soggetti richiedenti asilo, circa 21 mila ha presentato la sua richiesta in Italia, confermando il nostro paese agli ultimi posti per il minor numero di richieste di asilo, lì dove ai primi posti rimangono la Germania con più di 120 mila richieste, la Francia con 93 mila richieste e la Spagna con circa 88 mila1.

A osservare l’infografica pubblicata qualche mese fa dal Consiglio europeo, è possibile notare come, nonostante siano ormai lontani i tempi dei drammatici esodi della rotta balcanica del 2015, non dobbiamo illuderci. Il 2020 è stato un anno eccezionale, le misure restrittive anti Covid e gli aggressivi interventi securitari di frontiera hanno rallentato gli ingressi, ma le istanze di aiuto e protezione torneranno presto ad aumentare2.

A fronte di siffatte previsioni, la domanda giunge dirompente: cosa stanno facendo i governi nazionali? Cosa l’Unione europea?

Sul fronte europeo, qualcosa stava per succedere lo scorso settembre quando, su insistenza del governo italiano, si è tenuta in Commissione parlamentare europea delle libertà civili la discussione sul “Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo”. Un momento di approfondito dibattito che, pur consapevole della necessità di modificare un regolamento tanto anacronistico come quello di Dublino, si è presto arenato a causa delle profonde divergenze nazionali.

L’Unione sa, ormai da anni, quanto sia necessaria un’accelerazione e armonizzazione delle procedure di gestione degli arrivi (encomiabile ma da sola insufficiente è la trasformazione dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo in un’Agenzia UE per l’asilo); quanto sia necessario un miglioramento dei sistemi di accoglienza e quanto sia altrettanto necessario rimodellare le politiche di controllo delle frontiere e di cooperazione nella lotta al traffico di migranti, troppo spesso inadeguate ad assicurare la tutela dei diritti umani.

Le storture di tali sistemi (controllo, ingresso, accoglienza) sono molte e tutte da risolvere urgentemente.

Quando interverremo per ridurre la permanenza all’interno dei centri europei e dei paesi terzi cooperanti? Quando agiremo in via preventiva per evitare i sempre più numerosi casi di sfruttamento del lavoro dei migranti, di sfruttamento della prostituzione o dell’attuale, drammatico aumento dei casi di tentato suicidio da parte dei richiedenti asilo? Quando provvederemo a introdurre, in fase di accoglienza, soluzioni abitative e lavorative uniformi per tutti gli Stati membri?

Negli ultimi anni, nulla si è fatto sulla necessità della ripartizione obbligatoria di quote e nulla sul principio di gestione della richiesta di asilo a carico del primo Stato di arrivo. Già da qualche anno, l’Ue avrebbe potuto superare i limiti del sistema di registrazione della Banca dati EURODAC attraverso il sistema di profilo sulla persona richiedente asilo, ma nulla. Ciò che resta sono continue sparizioni, pericolose tensioni tra governi Ue e di Stati terzi – come il recente tra Polonia e Bielorussia3; ciò che resta è l’approvazione di disorganiche politiche emergenziali4, talora stipulate in totale spregio ai Trattati; e il rafforzamento di politiche securitarie, ad oggi destinatarie di maggiori stanziamenti anche in sede di bilancio europeo, a scapito del settore dell’accoglienza e dell’integrazione che, invece, meriterebbe molto di più5.

La possibilità che uno Stato membro possa discrezionalmente manifestare la propria solidarietà limitandosi a sostenere le spese di rimpatrio effettuato nel territorio di un altro Stato membro, ritengo sia nulla. O meglio, non è un intervento lungimirante, ma solo un’occasione per esporre il rispetto dei diritti umani alle solite strumentalizzazioni propagandistiche, giochi diplomatici, inaccettabili condizionamenti.

Rimettere politiche tanto delicate come quelle in materia di immigrazione alle sole iniziative di governo non fa altro che acuire le già troppe divergenze e continua a esporre le persone a un circolo di violenze e abusi senza fine6. Come i disastri umanitari di Moria e di Lesbo. Come gli annegamenti davanti alle nostre coste. Come i violenti interventi militari in mare7. Come l’inferno libico.

È ora che ci si renda conto che solo attraverso una politica umana, sincera, e sensibile alle evidenze economiche e sociologiche del fenomeno migratorio, si potranno impedire drammi come questi. Non è più ammissibile che per arrivare in Europa si debba accettare il rischio di morire; che i richiedenti asilo debbano disperare per anni all’interno di centri sovraffollati e insicuri; che taluni governi continuino spregiudicatamente ad aggirare i Trattati e ad aggravare inutilmente le restrizioni alle frontiere.

In questo scenario, l’Italia ritengo stia cominciando a diventare un buon esempio, ora attraverso interventi governativi come il decreto immigrazione del governo Conte che, con un giro di vite nei confronti di pregresse e inconsulte scelte ministeriali, ha nuovamente ampliato la possibilità di ottenere il permesso di protezione speciale, ora convertibile anche in permesso di lavoro; ora attraverso importanti pronunciamenti giurisprudenziali, come quello della Consulta, sentenza 186 del 2020, per il tramite del quale l’Italia ha riconsegnato ai soggetti migranti la possibilità dell’iscrizione anagrafica dopo l’ottenimento del permesso di soggiorno; e ancora, grazie alle azioni dei Ministeri degli Esteri, Economia e Finanze e del Lavoro, attraverso i quali l’Italia ha cercato di affrontare a monte le cause dell’immigrazione, investendo negli ultimissimi anni in circa 25 paesi africani.


Di fronte un’Europa così incerta, l’Italia deve continuare in questa direzione e attuare politiche virtuose che prediligano l’accoglienza, l’integrazione e il dialogo, forte, magari, di un solido sistema di incentivi per la regolazione dei flussi, conferendo all’azione di respingimento militare funzione residuale. Permettere l’ingresso con visti per motivi di lavoro permetterebbe, ad esempio, di ridurre il numero di richieste di asilo – talora per alcuni l’unico modo per entrare in Europa, di allentare così il sovraffollamento dei centri di accoglienza, di miglioramento le attività di accertamento e valutazione circa la situazione dei soggetti richiedenti; di permettere, a chi può, di entrare attraverso vie legali e sicure
8.



Di Azzurra Cancelleri:

FONTE : Azzurra Cancelleri

LINK: https://www.azzurracancelleri.it/le-richieste-di-asilo-riprendono-ad-aumentare-lue-perde-unaltra-occasione/