La politica degli annunci frustra anche la speranza

Volevo condividere con voi questa riflessione letta stamattina.

Anche io sono stufo di sentire: “faremo se…”; “promettiamo che…”; “vinceremo quando…” e vorrei ascoltare più: “abbiamo fatto…”; “oggi sono stati…”.

La politica degli annunci, quotidianamente smentiti dai fatti frustra non solo la quotidianità di chi lotta per tenere in piedi un’attività o una famiglia, ma anche le nostre legittime ambizioni a sperare che domani andrà finalmente meglio.

ABUSO DI FUTURO: TASSIAMO I PROCLAMI E PUNIAMO IL REATO DI FALSA PROMESSA

di Alessandro Robecchi

Il futuro è sopravvalutato.

È un concetto che contiene tutto: prospettive, speranze, desideri di cambiamento, annunci roboanti, promesse. Persino lo slogan appeso a balconi e finestre (un anno fa: oggi suona grottesco) era al futuro: “Andrà tutto bene” (sic).

Andrà quando? Dopo, un domani, o un dopodomani, o chissà. Andrà, vedremo.

Così emerge un piccolo sospetto, di quelli che rodono e stanno lì in agguato come un retropensiero: che il futuro, il coniugare ogni verbo di speranza al futuro, sia solo un tentativo per spostare l’attenzione al domani, una speranzosa distrazione alla desolazione dell’oggi.

Non passa giorno – si può dire non passa ora – che non si sentano proclami su quel che succederà.

Tutti i lombardi vaccinati entro giugno (questo era Bertolaso), no, tutti quelli di Brescia vaccinati entro luglio (ancora Bertolaso, il mago Do Nascimiento era più credibile), no, tutti gli italiani entro l’estate (Speranza), no, vaccineremo mezzo milione di persone al dì (il generale Figliuolo), no, tutti gli anziani entro aprile, no, il 60 per cento della popolazione entro settembre.

Si sposta l’asticella in su e in giù, e a ogni proclama sul luminoso futuro segue il contro-proclama a stretto giro: vi ricordate quello che si diceva ieri sul vostro futuro? Be’, non era vero.

Doccia scozzese, un po’ bollente, un po’ gelata, ed è passato un altro giorno.

Ora, da qualche settimana, tiene banco la promessa più solenne, quella del generale Figliuolo, che insiste sulla sua previsione (o sarà una speranza?) di 500 mila vaccinazioni al giorno.

Se arrivano i vaccini, se la macchina si metterà in moto, se tutti sapranno fare il loro, se…

Insomma, si tratta di un futuro, sì, ma con molte incognite, condizioni e varianti, e già in contemporanea (non domani, ma oggi) il futuro annaspa un po’ e i titoli recitano: “Il cambio di passo slitta a maggio”.

Voilà, un futuro con l’elastico.

Nel frattempo, viene accolto come un proclama di vittoria il quotidiano arrivo di fiale: oggi scaricato un milione di dosi!

Oggi ne arrivano un milione e mezzo!

Ma la piccola esultanza dei telegiornali, svapora poi nell’accavallarsi delle cronache, con gli ottantenni ancora in cerca di una puntura, le categorie furbette che tentano il salto della fila, i problemi logistici, le Regioni che barano, i governatori che fanno il gioco delle tre carte, il governo che fa la faccia militaresca dell’efficienza, e noi che aspettiamo ’sto famoso futuro, sotto forma di iniezione.

Ora l’allarme è chiaro: se oltre a confondere il presente si pasticcia anche con il futuro, ogni proclama e previsione diventerà quel che è: parole al vento, rassicurazioni che non rassicurano nessuno, anzi, che finiscono col creare una diffidenza naturale, un’irritazione endemica.

E se si può avere un sogno declinato al futuro, oggi, sarebbe quello di cominciare a sentir parlare al passato.

Esempio: “Ehi, voi! Ieri abbiamo vaccinato mezzo milione di persone!”; oppure: “Ecco fatto! Tutti i vecchi e i deboli sono al sicuro!”.

Urge una moratoria sui verbi declinati al futuro, una tassa sulle previsioni che somigliano più a un afflato della speranza che a un calcolo reale, forse addirittura serve il reato di falsa promessa sulla salute.

“È lei che disse ad aprile tutti vaccinati? Ci segua in questura, per favore”.

Non succederà, ovvio, e il balletto sul “domani” continuerà, come un enorme esperimento sociale: vediamo quanto futuro ipotetico riusciamo a darvi in cambio di un presente di merda.

Domani. Vedremo. Chissà.



Di Massimo De Rosa:

FONTE : Massimo De Rosa