La mia PA del futuro

Il mio intervento pubblicato su Il Riformista – Economia di oggi.

La pubblica amministrazione soffre di problemi infrastrutturali e culturali di proporzioni rilevanti da decenni, per troppo tempo è stato terreno di contesa e di scontro ideologico, eppure l’ammodernamento dei processi amministrativi e l’efficientamento della macchina amministrativa con una preponderante digitalizzazione e rivisitazione delle modalità lavorative non sono questioni secondarie a qualunque idea o ideologia politica. Sono obiettivi imprescindibili.

Nessuno può negare una certa debolezza e inadeguatezza di dirigenti e dipendenti della PA così come non si può negare la mancanza di visione della classe politica che non ha saputo dare il dovuto impulso all’innovazione dell’amministrazione pubblica. Si è sbagliato, tutti, e nessuno può tirarsene fuori. La vera questione, quella che coinvolge politica, amministrazione, parti sociali e cittadini è come adeguare la PA in fretta e senza passi falsi, senza facili strumentalizzazioni e polemiche.

Non credo che la mera presenza sul luogo di lavoro attesti il buon lavoro, e per questo sono stata tacciata di essere di “sinistra”. Non credo che il lavoro possa essere slegato dal risultato misurabile, e per questo sono stata tacciata di essere di “destra”. Semplicemente credo che la PA debba avere il dovere di offrire nel minor tempo possibile il miglior servizio possibile a cittadini e imprese. Non possiamo prescindere da questo e non possiamo anteporre le esigenze dei lavoratori ai diritti dei cittadini che devono fruire di quei servizi, è una questione di serietà professionale, è una questione di alto senso dello Stato che è alla base di ogni cittadino. Lo deve essere.

Sono ministro della Funzione pubblica da 1 anno e chi lo è stato prima di me può confermare che rappresentare l’amministrazione tutta è un compito che mette parecchia pressione addosso. Nel settembre 2019, mentre affrontavo le questioni in sospeso della Funzione pubblica, iniziavo a farmi un’idea più precisa sulla PA del futuro, quella che non poteva prescindere dal mondo digitale. La prima questione irrisolta e mai affrontata dalla politica era l’interconnessione delle banche dati delle pubbliche amministrazioni, perché chi se ne è occupato non ha portato a compimento il progetto? Perché muoversi tra i ministeri, e così tra gli uffici pubblici da Dogliani a Canicattì, avere i loro dati, interconnetterli, gestirli, non è compito semplice. Ma dovevo provarci e dovrò riuscirci.

Il programma che presentai al Parlamento rilanciava già il principio del once only: un documento, un dato, una informazione che un cittadino ha già presentato ad una PA, e quindi è già in possesso di quest’ultima, non può essere più richiesto da altre PA perché le amministrazioni si devono parlare, devono essere interconnesse e aiutare il cittadino non appesantirlo con richieste doppie, triple o peggio. Questo significa avere database aggiornati, documenti digitalizzati e PA che dialogano in autonomia fra loro. Questo significa rivedere il modo di lavorare, reingegnerizzare i processi amministrativi, adattarli ai portali web, dire addio al .pdf da stampare e firmare. Occorreva prendere in mano due tentativi di ammodernamento e metterli insieme: la valutazione delle performance di Brunetta e lo smart working di Madia.

Lo smart working è il cuore pulsante di una struttura amministrativa che ripensa i suoi processi adattandoli alla rete, il lavoro che mette al centro il risultato, il servizio erogato al cittadino con efficienza e buona fede. Cambiare modalità lavorativa rimette in discussione la valutazione delle performance, la digitalizzazione stessa rende la valutazione oggettiva e misurabile. Pubblicare i tempi di erogazione di una pratica online permette ai cittadini di sapere in quanto tempo, ad esempio, posso avere un certificato a Torino o a Roma. Una sana competizione implicita che non stressa i dipendenti ma mette i dirigenti in condizione di misurare i loro eventuali gap e risolverli.

Un risparmio di tempo del dipendente pubblico e del cittadino sugli spostamenti, un efficientamento di spazi e risorse. A questo riguardo abbiamo chiesto di utilizzare parte dei soldi del Recovery plan per restaurare nell’ottica green spazi di demanio pubblico con l’obiettivo di creare veri e propri hub della pubblica amministrazione sul territorio, presidi di coworking, sedi concorsuali decentrate, sedi di formazione, laboratori dell’innovazione amministrativa dove si incontrano pubblico e privato.

Con lo sblocco del turnover abbiamo aperto a nuove figure tecniche, a nuove modalità concorsuali: non dovrebbe interessarci solo lo studio fine a sé stesso delle leggi ma capire che doti di leadership ha il candidato, che capacità ha di risolvere problemi sotto stress. La formazione continua sarà il pilastro portante soprattutto per chi rischia di essere emarginato dalle nuove tecnologie, non intendo lasciare indietro nessuno. È importante assumere giovani preparati ma lo è altrettanto formare adeguatamente chi già lavora per la PA. Non una pubblica amministrazione vista come ultima spiaggia da chi cerca disperatamente una sistemazione vitalizia ma una prima scelta per chi ha ambizioni personali.

Alle amministrazioni, dopotutto, non servono figure dirigenziali timide o esperti giuristi privi però di concretezza gestionale, ma veri e propri manager pubblici. La mia idea è quella di sviluppare un soggetto nazionale per la selezione e la formazione del dipendente pubblico, dirigenziale e non dirigenziale, di ogni comparto, ambito o livello, che offra una didattica specifica e di qualità, continuativa e orientata alla concretezza, in grado di arricchire i lavoratori pubblici perché diano il pieno contributo alla società e all’economia.

La crisi del Covid19 avrebbe potuto affossare l’Italia e nell’arco di qualche giorno ci siamo ritrovati a scegliere tra due sole possibilità: chiudere tutte le amministrazioni pubbliche o lasciarle aperte. L’ho detto a più riprese e lo rivendico: lo smart working ha salvato la macchina dello Stato. Nonostante le facili polemiche sul lavoro da casa durante il periodo di lockdown ho tentato in tutti i modi di riaffermare la centralità dei dipendenti pubblici italiani: è grazie a medici, infermieri, forze di polizia, insegnanti e non solo che l’Italia ha ritrovato una nuova dimensione di normalità senza essere abbandonata a sé stessa. La PA in presenza o da remoto ha saputo fare la differenza.

Non sono mancati rallentamenti o difficoltà nell’erogazione di alcuni servizi, e nessuno li ha mai negati, ma se vogliamo investire su una Pubblica amministrazione moderna ed efficiente dobbiamo trattarla come tale, capirne i problemi ed affrontali, senza pregiudizi e senza piaggerie. Una visione proiettata sul risultato non può cedere a soluzioni sommarie. Amministrare la PA è come amministrare la più grande impresa del Paese e nessuno amministra la propria azienda insultando i dipendenti. Le grandi famiglie italiane che hanno saputo fare impresa hanno messo il lavoratore al centro, hanno fatto del suo benessere il valore aggiunto del prodotto. Quando difendo i dipendenti pubblici lo faccio con quest’ottica, difendo i miei eroi quotidiani, difendo loro per nobilitare lo Stato tutto perché lo Stato siamo noi.

Dobbiamo essere onesti, le criticità continueranno ad esserci soprattutto in questa fase di transizione digitale che si interseca con la più grande crisi globale di sempre, ma non per questo dobbiamo cedere a facili strumentalizzazioni su disservizi, incapacità o debolezze. Un esempio su tutti è la gestione delle pratiche INPS tanto criticata ma i dipendenti hanno evaso in un singolo mese di lavoro le pratiche evase nell’anno precedente. Non sempre la percezione del cittadino è oggettiva e chi racconta l’amministrazione pubblica deve raccontare con la stessa passione anche gli sforzi, non solo le negligenze.

Se la PA è motivata l’Italia corre. La macchina dello Stato ha una grande opportunità di rinnovamento e se saprà coglierla, se sapremo guardare all’obiettivo senza gridare al complotto a tutti i costi forse avremo la più grande chance della Storia per tornare competitivi. Una PA traino dell’Italia che soffre è quanto di più bello si possa immaginare e non ci sono motivi per non renderlo concreto. La crisi ci ha messo in ginocchio ma ci ha anche offerto questa opportunità, non sprechiamola.



Di Fabiana Dadone:

FONTE : Fabiana Dadone