Iva al terzo settore: segnale preoccupante per l’economia sociale

Francamente sono perplessa rispetto alla scelta di rendere le imprese non profit soggette all’IVA. In questo modo rischiamo di non riconoscere la specificità di questi enti, che non possono essere accomunati ad attività commerciali. Si tratta piuttosto di realtà che operano per l’interesse generale, secondo un principio di sussidiarietà. Se le si obbliga ad aprire una partita Iva si nega la loro stessa natura, che è quella di concorrere al bene comune della Repubblica, non di operare nel mercato in concorrenza “sleale”.

Tra l’altro il decreto Fiscale appena approvato in Senato prevede il passaggio da un regime di esclusione a uno di esenzione. Il che significa che, pur non dovendo versare nulla all’erario, le associazioni benefiche e gli enti del terzo settore (anche senza svolgere attività commerciali), dovranno entrare comunque in un regime di rendicontazione. Ciò implica l’obbligo di far fronte a oneri aggiuntivi e altri adempimenti burocratici, in poche parole, nuovi costi (anche per le realtà più piccole).

Senza contare che la decisione arriva mentre sono ancora in via di definizione diversi aspetti fiscali della riforma della riforma del Terzo settore, che stanno già complicando la vita di questi soggetti.

Non vedo ragioni per un provvedimento simile. Spero che si riesca a modificare il decreto e che si tenga conto dei numerosi rilievi già avanzati da chi vive ogni giorno la realtà del volontariato sui territori.



Di Alessandra Ermellino:

FONTE : Alessandra Ermellino