Israele e Palestina, per costruire insieme una pace duratura

La crisi israelo-palestinese è periodicamente protagonista nella stampa di tutto il mondo, nonostante sia stata – nel corso degli ultimi decenni – al centro di vari tentativi risolutivi a livello diplomatico. Ad oggi manca una soluzione in grado di essere strutturale e capace di cogliere le esigenze di entrambe le parti coinvolte. 

Ho deciso quindi di offrire il mio contributo a livello parlamentare, depositando una risoluzione che chiede al Governo italiano di intervenire – nelle sedi opportune  – affinché venga promossa una nuova visione che, in sintesi, superi lo schema del “due popoli, due Stati”. I contenuti del mio atto ruotano intorno a una sola domanda: “Siamo certi che la proposta dei due Stati sia attualmente conciliabile con la realtà sul territorio?”. Vorrei che sul punto, partendo dalla III commissione di Montecitorio, si iniziasse a discutere sulla scia di un’analisi dell’attuale scenario storico, culturale, politico e geopolitico. 

La storia relativa alla crisi ci dice che “nonostante gli intensi sforzi umani […], il vicino Oriente, culla della Civiltà e fonte delle tre grandi religioni, non gode ancora dei benefici della pace”. Non a caso ho ripreso un passaggio tratto dall’Accordo-Quadro di pace in Medio Oriente, sottoscritto nel 1978 dal Primo Ministro israeliano Begin e il Presidente egiziano Sadat, su spinta dell’allora Presidente americano Carter nell’ambito dei cosiddetti accordi di Camp David. Lo cito perché credo che questa specifica cornice storica sia rimasta indenne al tempo, difatti solo il 21 maggio scorso, al termine di alcuni giorni di conflitto, il Governo israeliano e Hamas hanno dichiarato l’ultimo cessate il fuoco. 

A livello culturale, poi, dobbiamo scontrarci con alcune evidenze: l’area subisce ormai da tempo la crescente influenza di un’intera generazione di arabi – israeliani (ormai il 20% della popolazione) che hanno accettato di diventare cittadini dello Stato ebraico, imparando la lingua, studiando e divenendo parte integrante della società civile.

Dal lato politico il territorio vive una nuova stagione grazie alla coalizione di governo di unità nazionale che prevede una rotazione tra due figure, Bennet e Lapid, in cui per la prima volta nella storia di Israele vi è anche il partito arabo Ra ‘am, guidato da Mansour Abbas con l’ espressione di due Ministri. È facile pensare che questa inedita realtà politica potrebbe nel breve periodo accelerare verso una ricomposizione dell’assetto statale interno e favorire l’inclusione della minoranza arabo israeliana. C’è poi il presidente americano Joe Biden che sin dall’inizio ha mostrato un profilo collaborativo e certamente più distensivo rispetto al periodo Trump. Infine è necessario che io accenni agli Accordi di Abramo, grazie ai quali  si sono create nuove opportunità di dialogo fra Israele ed alcuni rilevanti Paesi arabi.

Sul versante geopolitico, Israele e la Palestina rimangono il fulcro di un ingranaggio fragile in quanto in esso convergono i conflitti tra i mondi sciita e sunnita insieme al disegno della Fratellanza Musulmana. Ne fanno parte i Paesi del Golfo, con la differenziazione del Qatar più prossimo alla Turchia di Erdogan, Hamas, l’Iran, gli Hezbollah del Libano, dove tra l’altro è presente da anni un contingente italiano e infine i campi profughi palestinesi in Giordania.

Con l’augurio che questo atto possa dare avvio a una discussione utile per arrivare a un accordo complessivo che punti tangibilmente alla pace, aggiungo che è innanzitutto necessario superare facili schemi ideologici che puntano a individuare “il colpevole”. Questo però non significa rinunciare a individuare responsabilità precise all’interno di entrambe le parti, ma riconoscere che non si ha a che fare con blocchi omogenei, ma piuttosto nel contesto con realtà che presentano infinite sfumature e radicali contrapposizioni. 

Nei miei impegni al Governo ho chiesto che lo Stato italiano si faccia promotore di una soluzione che miri alla pacificazione definitiva dell’area, anche attraverso la rivalutazione del ruolo delle migliaia di Cristiani che, pur convivendo con le dinamiche di scontro tra israeliani e palestinesi, non sono stati finora debitamente coinvolti, sebbene costituiscano una risorsa decisiva su cui investire per un processo di distensione.  E che infine, si riesca a valutare anche la questione delle diaspore che, in mondi diversi ma interconnessi, vantano da entrambe le parti una grande trasversalità politico-culturale. 



Di Alessandra Ermellino:

FONTE : Alessandra Ermellino