In tre milioni senza studi e senza lavoro: il limbo dei non visti. Intervista al Fatto Quotidiano

Diamo un nome di fantasia a questo ragazzo di 23 anni di Giugliano, in Campania, uno dei comuni più grandi della città metropolitana di Napoli, sentito in un focus group all’Istituto Giuseppe Toniolo per realizzare uno studio al titolo “Intercettare i Neet: strategie di prossimità”. Nel dibattito pubblico sono figure altrettanto mitologiche. L’acronimo non aiuta: “Not in Education, Employment, or Training” quindi (soprattutto) ragazzi che non studiano, non lavorano né sono in alcun percorso professionalizzante. Bamboccioni? Non proprio. La società non li vede. Nella nomenclatura Ue delle politiche del lavoro rappresentano lo “spreco” delle energie e dell’intelligenza delle nuove generazioni. “Arrivare a 30-35 anni che poi non sai cosa fare… potrebbe aprire le porte a… magari… delle strade che hanno poco a che fare con la legalità”, racconta un altro ragazzo. Al sud, più che al nord.

L’Italia è in testa alle classifiche per numero di neet. Nel 2020 erano più di 3 milioni tra i 15 e i 34 anni, uno su quattro, il tasso maggiore dopo Turchia, Montenegro e Macedonia. Nella fascia di età scolare (15-19 anni) sono il 75% in più della media europea; nella fascia di età universitaria e oltre (20-24 anni) il 70%. Secondo il report, coordinato anche dal ministero delle Politiche Giovanili guidato da Fabiana Dadone e dall’Anci, ci sono diversi tipi di problemi: dalla difficoltà a raggiungere i ragazzi più a rischio perché socialmente emarginati all’assenza di adeguata offerta di lavoro, fino alle difficoltà psicologiche, la mancanza di cooperazione tra le diverse realtà del territorio e l’incapacità di fare rete con le istituzioni. Tre i grandi assenti – si legge nello studio – La scuola, i centri per l’impiego e le amministrazioni comunali. “La parola d’ordine è libertà: avere la piena libertà di poter decidere. E la piena libertà si acquisisce quando si hanno gli strumenti per poter iniziare il proprio percorso”, osserva un altro intervistato. Lo status economico, ad esempio, influisce sia se basso sia se alto. “Nel primo le ridotte opportunità possono portare a interrompere gli studi per dedicarsi alla famiglia, aiutandola economicamente fin da molto giovane con lavoretti saltuari”; nel secondo i ragazzi “vedono il lavoro come il mezzo di compensazione e riconoscimento del proprio valore. Laddove ciò non avvenisse molti degli intervistati affermano che una volta entrati nel circolo dei neet il senso di autoefficacia inizia a diminuire e la motivazione viene meno, portandoli sempre più a evitare un confronto con il mondo esterno, considerato come scarso di risorse e fonte di delusioni (bassi stipendi, contratti precari, scarsi diritti)”. Lo racconta un altro partecipante: “È inutile che io vada a lavorare per essere sfruttato per 4 euro all’ora se non ho questa esigenza così forte”. È difficile ingaggiare un giovane se la proposta non è stabile o accattivante. Uno stage sottopagato non restituisce dignità e motivazione. Anzi. Vorrei “un salario giusto – dice uno degli intervistati – : se lavoro per l’azienda 24, 18, 12 ore settimanali, vorrei non mi venisse fatto prima il contratto a tempo determinato, rinnovato fino al limite massimo concesso per legge per poi passare all’apprendistato etc.”, soprattutto se si è considerati validi ed essenziali.

La strategia suggerita è semplice: “Punterei su delle politiche di anti sfruttamento”. Altro scoglio, lavoro nero e criminalità. “Ci sono anche persone che lavorano, cioè… non sono dichiarati. Una percentuale che figura come neet ufficialmente che però fa magari lavoro in nero”. Viene descritto come un circolo vizioso perché “il mercato locale non offre alternative valide ”e così si percepiscono retribuzioni molto basse per orari di lavoro molto pesanti. “Inoltre , molti ragazzi e ragazze principalmente del comune di Torino, hanno affermato che il lavoro in nero nelle loro vite ha rappresentato una tappa quasi obbligatoria per l’ingresso nel mondo del lavoro”. Complice anche la non conoscenza dei loro diritti. “È un fenomeno su cui non si è investito abbastanza negli anni – spiega la ministra Dadone al Fatto – e la parte più complessa è agganciare i ragazzi sui territori e offrire informazioni e orientamento sulle opportunità e sulle progettualità come quelle di Garanzia Giovani, ad esempio. Tantissimi non sanno neanche che esistono”. Con il ministro del Lavoro Orlando, mercoledì è stato firmato il piano “Neet Working ”. “Si basa su tre azioni: emersione, dunque il rintracciare tutti gli inattivi, soprattutto quelli in difficoltà, delusi o che non confidano nelle proprie potenzialità o nelle offerte di lavoro; ingaggio, per coinvolgere i ragazzi ricorrendo a strumenti innovativi come gamification, musica e sport e, infine, l’attivazione, coinvolgendo tutti i soggetti responsabili sui territori per le politiche attive, la formazione e l’orientamento”.

Sono poi stati destinati 20 dei 35 milioni del Fondo politiche giovanili alla creazione di 7 hub territoriali sperimentali per agganciare questi ragazzi anche sul tema dell’auto-imprenditorialità, magari proprio sul loro territorio, per soddisfare esigenze loro e del mercato del lavoro locale. “Qualcuno sosterrà che è il solito intervento sociale, di natura solidaristica, meramente ‘passivo’- continua Dadone – Rispedisco le critiche all’ipotetico committente perché si tratta, invece, di un vero investimento sulle potenzialità delle ragazze e dei ragazzi del nostro Paese, per far emergere le loro forze e permettere loro di gestire le debolezze, trasformare in risultato concreto tutto ciò che hanno dentro. L’Italia deve essere un Paese per giovani, l’ultima volta lo è stata agli albori della Repubblica, tocca a noi avere la forza e il coraggio di assumere scelte strategiche e divisione”.



Di Fabiana Dadone:

FONTE : Fabiana Dadone