In questi giorni ricordiamo l’anniversario del disastro di Chernobyl.

Quando non morirono, si ritrovarono con arti amputati a causa di tumori o ustioni da radiazione. Altri svilupparono malattie genetiche o immunodeficienza. Decine di migliaia di uomini, spinti da false promosse di salari decenti e pensioni anticipate, pagarono per negligenza altrui a Chernobyl, diventando “liquidatori”, così venivano chiamati.

Li spedivano sul tetto ormai semi esploso del reattore nucleare a buttar giù grafite e macerie piene di radiazioni. Li spedivano ad interrare scorie con livelli di radiazioni enormi. Erano figli di contadini che per la disperazione della fame avevano accettato quel lavoro inumano dietro la promessa di una vita migliore.

Negli anni gli fu tolto quasi tutto. Mentre morivano di tumore, mentre vivevano patendo come cani per il bombardamento radioattivo subito a Chernobyl, si vedevano progressivamente togliere ogni beneficio promesso. Tanti di loro, oggi, vivono con 70 euro al mese. Altri sono morti da un pezzo.

In questi giorni ricordiamo l’anniversario del disastro di Chernobyl. E in questi giorno il primo e l’ultimo ricordo va a loro. A chi non c’è più, ma anche a chi ancora vive e lotta, con la speranza che le situazioni di indigenza in cui sono stati costretti trovino una soluzione. Se non dai loro paesi, dall’Unione Europea, che farebbe un gran bel gesto a promuovere un’iniziativa a sostegno di queste persone, che non avendo colpa alcuna contribuirono a rimediare ad un disastro che avrebbe potuto avere conseguenze più gravi per tutto il nostro continente.

Leonardo Cecchi