il coraggio è il presupposto della civiltà, oltre che della democrazia e dell’eguaglianza.

“Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Io credo che la scienza non possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando coll’andar del tempo avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità”.

Così il Galileo di Brecht nell’ultimo monologo, aggiunto nel 1947 nella seconda edizione del dramma, dopo che le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki gli avevano tolto ogni dubbio sulla resa incondizionata della scienza al capitalismo. In quello stesso anno, dopo essere stato costretto a testimoniare davanti alla famigerata Commissione per le attività antiamericane, abbandonò per sempre gli Stati Uniti per tornare in Europa.
Da allora la situazione è peggiorata, in maniera accelerata a partire dagli anni ottanta e novanta. In pochi decenni il liberismo edonista ha anestetizzato i popoli, rendendoli così disperatamente attaccati alla vita e alle proprie abitudini da essere disposti, per conservarle, a piegarsi a qualsiasi sopruso e a fabbricarsi le illusioni necessarie per giustificare la propria ignavia. Di ordigni nucleari ce ne sono di più adesso che ai tempi di Brecht, e più distruttivi: ma chi ci pensa più? Agli italiani neanche importa che sul loro territorio ce ne siano decine, sotto il diretto controllo del presidente americano, a trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica ossia della ragione che le aveva rese (dicevano) necessarie. Alle anime belle basta non pensarci; del resto riescono anche a non vedere l’implacabile scadimento dell’ambiente e della qualità dell’esistenza.

In questo senso il Covid ha confermato le più ottimistiche previsioni delle multinazionali e della destra più becera al loro servizio: una significativa parte della gente ho ormai perso qualsiasi contatto con la realtà e vive esclusivamente di virtualità e di aspettative indotte. Ovvio che si possa fare a meno delle religioni e in particolare di quel comunista del papa; sono bastati i media a convincere decine di milioni di italiani che l’epidemia fosse una montatura e più in generale che qualunque ostacolo al banale conformismo dei riti consumistici e alle proprie pulsioni egoistiche non possa che essere un complotto, perché come dice il documento fondativo del paese oggi dominante, gli unici diritti inalienabili sono individualistici e riguardano la conquista della felicità privata, la difesa a ogni condizione della propria vita e naturalmente la libertà personale di affermarsi sugli altri. Doveri sociali, neanche uno, e comunque sono considerati degli oneri fastidiosi, sgraditi, ingiusti.

Quando una catastrofe ambientale o nucleare, ancora adesso evitabile ma a quel punto non più, annienterà la nostra specie, moriranno anche loro, però con la boccuccia aperta in una smorfia di indicibile stupore, senza aver capito nulla e prendendosela con le stelle come il Don Ferrante manzoniano e gli eroi di Metastasio. Ovvio: sono quello che sono, inutile aspettarsi scintille di intelligenza o di coscienza in cervelli educati da Mediaset e sui social. Ma gli altri? Ce ne sono tanti eppure non fanno che subire, quasi che la cosa non li riguardasse o non ci fosse niente da fare. Svegliatevi. Non sono solo gli scienziati ad avere responsabilità: sono tutte le persone di buona volontà, intendendo con questa espressione coloro che mettono la collettività prima di sé stessi, lo Stato prima dei privati, il dovere prima del piacere, anzi, che considerano l’adempimento dei loro doveri nei confronti della famiglia, degli amici, delle comunità, del paese, degli autentici piaceri. Ma serve coraggio: che non è un optional, come crede (perché gli fa comodo) un altro personaggio dei Promessi sposi, il vile don Abbondio, e vi ripetono giornalisti e conduttori televisivi, ben più vili di lui; al contrario, il coraggio è il presupposto della civiltà, oltre che della democrazia e dell’eguaglianza. A maggior ragione oggi, in piena deriva individualista, mentre il qualunquismo, la superficialità e il consumismo ebete stanno infittendo la millenaria nebbia di superstizioni denunciata da Brecht.

Francesco Erspamer