Gratteri: in questi cinquant’anni le élite politiche hanno continuato a fare orecchie da mercante

Gratteri: “Alla domanda se sia ottimista sul futuro della Regione, il procuratore risponde raccontando i passi in avanti compiuti ma mette in campo anche i limiti da superare. «Io devo fare indagini per contrastare le mafie, devo lavorare col codice in mano. Però è chiaro che le mie indagini, le indagini che io coordino con il mio Ufficio e con la polizia giudiziaria, hanno delle ripercussioni sul piano sociale». E proprio a queste ripercussioni sul piano sociale il procuratore si riferisce.
Si riferisce, spiega, a gente che ha un titolo di studio, non il semianalfabeta nutrito di cultura mafiosa accerchiato da amici e parenti ‘ndranghtisti o con filosofia di vita ‘ndranghetista: «Io sto parlando di professionisti.
Ciò che vedo e noto in quest’ultimo periodo è sentire ragionamenti di gente di ceto medio, sul piano culturale e sociale, che dà solidarietà a chi, secondo le nostre indagini, ha commesso reati anche gravi per ingordigia, non per uno stato di necessità. Questo mi preoccupa, mi fa pensare a quanto tempo serva ancora. Io mi sono accorto in questi ultimi due anni di quanto numerosa sia questa fascia sociale media che dà solidarietà perché rimane male perché tizio o caio è indagato.»

Corradino Mineo: “La Mafia non è solo e per forza la sopravvivenza di legami ancestrali premoderni, un antico patto tra famiglie per sfruttare gli sfruttatori venuti dal nord in Sicilia, un patto di sangue per il controllo dell’acqua e dei pascoli in Calabria. No! Purtroppo la Mafia si forma ovunque ci sia da mafiare.
Quindi quando un agrario assenteista delegava a un campiere avido di potere il controllo del feudo e delle persone che ci lavorano o quando una borghesia parassitaria si spartisce tutte le provvidenze che arrivano in regione, disdegna ogni investimento produttivo, ma distribuisce elemosine parassitarie o ancora quando un imprenditore senza mercato ottiene con le tangenti commesse pubbliche e l’intermediario, il Buzzi, il Carminati impone il silenzio con la minaccia.
Che la Mafia fosse essenzialmente una borghesia parassitaria e intermediaria e i killer fossero piuttosto lo strumento non il core business, come si direbbe oggi, lo spiegava a noi studenti nel lontano 1968 Mario Mineo.
Nel corso dei decenni questa teoria è entrata nel diritto, prima con il sacrificio di Chinnici, di Falcone e con il lavoro di procuratori come Scarpinato e Pignatone, ora è stata fissata addirittura in una sentenza d’appello. Ma in questi cinquant’anni le élite politiche e in generale la classe dirigente hanno continuato a fare orecchie da mercante.

Mi è capitato di recente di incontrare al sud gente di sinistra che diceva: “Ma non possiamo penalizzare gli imprenditori che ci sono qui nel meridione.
Sì, imprenditori come i cugini Salvo, che avevano ottenuto l’appalto delle esattorie siciliane, o più recentemente come quel Montante, presidente di Sicindustria, che è stato scoperto con le mani nel sacco a spiare magistrati e poliziotti per gestire i suoi affari e gli affari dei suoi amici.”

Continua a confermarsi che la Mafia è essenzialmente una borghesia parassitaria e intermediaria fatta da colletti bianchi più o meno insospettabili, politici, impiegati pubblici collusi in ogni amministrazione statale, compresa giustizia e polizia, avvocati, commercialisti, prestanome incensurati. Al sud è una borghesia senza antagonisti e concorrenti da combattere con ogni strumento legale e culturale.

Francesco Pirrone