Giuseppe Conte in memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato

Il 9 maggio 1978 si è aperta una ferita nella nostra storia. Quel giorno l’Italia è stata privata di due grandi personalità, che ancora oggi – a distanza di oltre quarant’anni – continuano a parlarci dei loro progetti di vita, delle loro idee, del loro impegno politico, della loro passione civile.

A Roma, in via Caetani, fu ritrovato il corpo esanime di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse.

Gli insegnamenti e l’esperienza di vita di Aldo Moro ci restituiscono il senso profondo delle istituzioni, il rispetto costante dei valori democratici, il significato rinnovato della laicità, l’intuizione della politica come pratica che supera i conflitti attraverso il dialogo incessante, la convinzione che governare “𝘴𝘪𝘨𝘯𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘪𝘯𝘨𝘰𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘦𝘥 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘴𝘦, 𝘮𝘢 𝘯𝘦𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘷𝘶𝘰𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘮𝘶𝘰𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘢”.

Qualche ora prima, a Cinisi, presso i binari della ferrovia, venne ritrovato il corpo senza vita di Peppino Impastato, ucciso su mandato del boss Gaetano Badalamenti, ma imbottito di tritolo, a voler simulare un maldestro tentativo di azione terroristica o anche un suicidio.

La vita di Peppino Impastato è una storia di coraggio e di ribellione: una sfida aperta, lucida e provocatoria, contro la mentalità mafiosa, che, attraverso i ricatti, priva della dignità, fiacca la mente, uccide i sogni e le speranze prima di sopprimere le vite.

La nostra comunità nazionale esibisce, a volte, debolezze. Inciampa per alcune fragilità che stentiamo a superare. Ma la nostra forza è che la stragrande maggioranza degli Italiani si riconosce in questi esempi di vita, apprezza questi progetti, queste anime che continuano a nutrire il nostro senso civico, il nostro impegno politico e sociale. Ci predispongono a una nuova primavera d’Italia.

Giuseppe Conte