Giuseppe Conte: estratto dell’intervista rilasciata a TPI

Nei giorni scorsi ho rilasciato un’intervista a Luca Telese per il primo numero dell’edizione cartacea di TPI. Condivido con voi un estratto della nostra chiacchierata ⤵️

Presidente Conte, Renzi promuove il referendum contro il reddito di cittadinanza.
(Sorride). «Facciano, facciano. Li aspetto al varco».
È il più importante provvedimento-bandiera del suo governo: la preoccupa l’offensiva?
(Sorriso, faccetta). «Zero. Non mi spaventa affatto. Noi daremo battaglia, e io sarò in prima fila per difendere il reddito».
Dicono: «Nessuno vuole più lavorare per colpa di questo sussidio». E l’argomento-cardine è: il reddito crea legioni di “divanisti”.
«È propaganda: che non sia vero lo dicono i numeri e l’incrocio dei dati. Ci sono solo 12mila percettori di Rdc realmente occupabili! Non può essere questa la causa della mancata disponibilità di manodopera, dunque».
Come spiega, allora, tutte le denunce?
«Il “divanismo” è uno slogan: serve a screditare i tanti che, grazie a quel sussidio, percepiscono perlopiù da 300 a 500 euro, ma così riescono ad uscire dalla soglia della povertà assoluta. La verità? Non si vuol tenere conto che 2/3 dei beneficiari sono anziani, bambini, persone disabili non sono in grado di lavorare».
Non crede che la legge vada corretta?
«Ogni vera riforma, dopo due anni, ha tutto da guadagnare da un tagliando. Anzi».
Cosa?
«Girando l’Italia trovo tanti cittadini che prendono il reddito. Mi dicono: “Ridatemi dignità sociale. Fatemi fare lavori utili alla collettività, non voglio essere mantenuto”».
Ci sono anche tanti furbetti, però.
«Vero. Ma nessuno in Italia propone di cancellare le pensioni di invalidità perché ci sono i finti invalidi. Bisogna riflettere su questa offensiva e sui suoi reali obiettivi».
Lei dice “fare un tagliando”. A cosa?
«Oggi so molto più su chi prende il reddito: solo 1/3 sono persone davvero “occupabili”. Tutte usano il reddito per cibo e generi di prima necessità, non per le vacanze a Formentera!».
E lei cosa modificherebbe?
«Quel che non ha funzionato non è la parte dell’assistenza, ma il collocamento al lavoro. Su quel terreno bisogna intervenire».
Però?
«L’obiettivo di questa campagna non è rendere più efficiente lo strumento, ma distruggerlo. Il vero movente è ideologico: cancellare una misura sociale, riportare indietro le lancette della storia. Da sempre sono le classi più povere a lottare per rivendicare diritti sociali e condizioni migliori. Qui è tutto capovolto! Alcuni politici che godono di posizioni privilegiate si accaniscono contro i poveri.Questo non lo accetto».
Il Pd è con voi a tutela del reddito o no?
(Pausa, sorriso). «Ci sarà, ne sono certo».
È un’offensiva politica e culturale?
«Certo: è una guerra contro i più deboli vigliacca e miope. Non considerano che coesione sociale e senso di comunità sono fattori di sviluppo, che fanno più forte e ricca l’intera nazione».
Crede che sia un’iniziativa popolare?
«In questi giorni giro molto da Nord a Sud, parlo molto con i cittadini. Non hanno parola sui media: ma sono con noi. Malgrado tutto gli sforzi delle vecchie élite e dei professionisti della politica, il consenso sull’abrogazione del reddito non c’è».
Il fronte del No: da Confindustria ai grandi giornali, da Italia viva a Fdi, alla Lega.
(Sorriso di sfida). «Se vogliono riuscirci dovranno passare sul mio cadavere».
Addirittura.
«Sul tema del reddito scatta in me un sentimento che supera la disputa politica».
Perché?
«Mi indigna l’idea – eticamente inaccettabile – dei privilegiati che si accaniscono contro i poveri. Dei garantiti che fanno guerre sante contro i non garantiti!».
Faccia dei nomi però.
«I nomi? Eccoli. I capofila politici di questa battaglia sono: Renzi, Salvini, Meloni. Se lei guarda le loro biografie, scopre che tutti e tre – fin da ragazzi – campano di politica. Vivono da decenni di rendite garantite. Dalla politica».
Vuol tornare a cavalcare l’antipolitica?
«Al contrario: loro, con questi comportamenti, aizzano l’antipolitica. Personalmente ho il massimo rispetto per la politica, quando però non perde – come invece accade in questo caso – il contatto con la realtà e la sua funzione sociale».
Renzi eletto in provincia, Meloni e Salvini consiglieri provinciali e comunali da quando erano ventenni. Che c’è di male?
«Io ai giovani che vogliono fare politica dico: prima costruitevi un profilo professionale, per non dipendere dalle alterne “fortune” della politica. Ma se fai politica dovresti sempre mantenerti umile, con l’orecchio poggiato a terra. E mai perdere la capacità di ascoltare chi non ha voce».
Il “nuovo” Giuseppe Conte, leader del “nuovo” M5s, batte l’Italia palmo a palmo. Ma guai a dirgli che è «un tour elettorale». Lui ripete: «È un grande viaggio di ascolto nell’Italia profonda», e lo ha ribattezzato: «La politica è ovunque». L’ho seguito domenica nel profondo nord, in Piemonte, tra Torino, Nichelino, Carmagnola, fino a Savona, in Liguria. La settimana scorsa, a Reggio Emilia, nelle cucine del Pd, lo hanno salutato intonando “Bella ciao”. Eppure, a leggere i giornali, il tour sarebbe una costellazione di gaffes, claques organizzate, parole dal sen fuggite, come nei titoli sulla presunta “crisi”: «Lavorare per il bene comune è una faticaccia enorme, non credo che fisicamente reggerò a lungo». L’uomo che intervisto a Carmagnola, dopo tre bagni di folla in piazza – invece – pare uscito da una stireria. Camicia siglata, viso sorridente, vestito impeccabile anche dopo un comizio sul tavolo, ore di selfie, grande attenzione ai piatti senza olio («Devo restare in forma»). Ottimismo: «Il mio lavoro va oltre la campagna elettorale. Continuerà dopo il voto». Conte corre con una squadra leggera ma mediaticamente agguerrita: due filmakers e due fotografi due macchine in staffetta per coprire ogni evento in diretta social.
Crede ai social come canale diretto?
«Sono strumenti utilissimi per informare le persone che ti seguono. Per questa via offri una “presa diretta” sulle iniziative che porti avanti, alimenti il rapporto con i cittadini. Ma il contatto fisico, parlarsi e guardarsi negli occhi, ricevere lettere, petizioni, messaggi è insostituibile. Lei avrà notato, peraltro, che anche quando parlo nelle piazze con il microfono in mano invito spesso le persone a parlare. E siccome nessuno si tira indietro vengono fuori confronti molti schietti e vivaci».
Comizi interattivi. A Savona un signore riprendeva col cellulare mentre lei parlava del reddito, e urlava indignato «Vigliacchi! Vigliacchi!». Una signora a Carmagnola le gridava: «Peppe, rimetti il cash-back!».
«A loro, e a tutti, do sempre la stessa risposta: per essere cittadini non basta una croce su una scheda elettorale. Devi partecipare attivamente ai progetti di cambiamento sociale e sostenibilità ambientale che migliorano il nostro futuro».
È “stanchino” come Forrest Gump?
(Ride). «Stanco? Le giornate passate con i cittadini mi trasmettono grande energia. Ho appena iniziato. Qualche volta ricorro all’autoironia. La gente capisce. Alcuni giornalisti talvolta faticano».
Quindi non vuole gettare la spugna?
«Scherza? Sto facendo una campagna di “ossigenazione”».
In che senso?
«Letterale: respirare a pieni polmoni, arieggiare la mente. Devo riossigenare me stesso, nel dialogo con le persone».
Per lei o per chi la viene a sentirla?
«Per entrambi, ma soprattutto per me».
Lo spieghi.
«La pandemia quando eravamo al governo nella fase critica del Covid, ci ha chiuso in casa, ci ha sottratto il contatto vitale con la gente. Io torno a respirare solo ora, recuperando questo dialogo».
Lei studia sempre da leader di tutto il centrosinistra, come voleva il padre nobile del Pd, Goffredo Bettini?
«Oggi sono il leader del M5s che lavora a un progetto che porti l’Italia a correre e migliori la qualità di vita dei cittadini, in vista delle scadenze fondamentali del 2030 e del 2050. Ci porteranno, rispettivamente, a un drastico taglio di emissioni e alla completa neutralità climatica».
Non ha risposto sulla leadership, però.
«Siamo all’inizio di un cammino. L’alchimia vincente va costruita giorno dopo giorno. Quanto a Bettini: è una testa pensante. Mi colpisce la sua generosità di pensiero e la sua passione politica disinteressata».
Si poteva fare di più sulle alleanze, alle amministrative? La destra marcia divisa ma colpisce unita.
«Ho assunto il mio incarico che molte partite erano già chiuse. Serve un grande lavoro».
Lei ha strappato 209 miliardi di fondi per il Recovery italiano: ma non li gestirà.
(Sospiro). «Non è un cruccio per me. Importante è che siano arrivati in Italia e che vengano spesi bene».
Renzi uccise il suo governo per due motivi che oggi ha dimenticato: “O il Mes o addio” e “Conte lasci la delega dei servizi segreti”. Deluso?
(Filo di sorriso, sguardo). «La delusione viene quando dai credito a una persona e riponi in lei una fiducia particolare. Non è questo il caso».
E i due ultimatum che fine hanno fatto?
«Anche i cittadini più distratti hanno percepito che erano posizioni pretestuose. In ogni caso: la delega ai servizi la diedi a uno stimatissimo dirigente dello Stato prima che il governo cadesse. Quanto al Mes: neanche Draghi lo ha preso. Ma nessuno, a quanto pare, ne sente la mancanza».
Anche adesso è convinto che non fosse utile prendere il Mes?
«Oggi si può dire tranquillamente che ci ho visto giusto. Con le poche decine di miliardi del Mes avremmo allertato i mercati, subito l’occhiuta sorveglianza finanziaria prevista da questo accordo intergovernativo e sarebbe certo stato molto più difficile convincere gli altri Paesi della utilità del Recovery Fund».
Un ministro del Pd, Gualtieri, racconta: «Nei giorni della trattativa ci fu grandissima sintonia con Conte: riuscì a strappare più del massimo che immaginavo».
«Lo ringrazio di questo giudizio. La trattativa fu lunga, stressante, molto difficile. I preparativi furono molto impegnativi e parlai molto alle tv e ai giornali dei Paesi più riottosi a introdurre il Recovery Fund. La partita decisiva si giocò in quattro giorni e quattro notti del luglio 2020. E – per quel che mi riguarda – in nove minuti di intervento nel consiglio europeo, in cui capii che era in gioco tutto».(…)
Qualcuno cerca di minimizzare il peso di quella trattativa.
«Si può dire di tutto. Ma basta rileggersi le parole dei frugali della vigilia per misurare i nostri risultati. Ci abbiamo creduto a dispetto dei paesi che ci dicevano “No”. Battendoci come leoni, con la forza di un intero Paese. Questa è la verità storica su quella trattativa. Il resto sono fantasie».
Cosa resta della politica del Conte Bis? Le sue piazze ne hanno grande nostalgia.
«Molto. Non uso la parola “nostalgia”: la maggior parte delle nostre conquiste sono in vigore ed efficaci».
È stato cancellato il cash-back.
«Un errore. In piena pandemia lo abbiamo usato per sostenere e salvare i negozi di prossimità incentivando i consumi, ed evitando che l’unico canale, per effetto del lockdown, ingrassasse le vendite e il monopolio di Amazon».
Misura costosa, dicevano i suoi critici.
«Abbiamo ottenuto un enorme gettito aggiuntivo per effetto delle tantissime transizioni digitali. Ma ancora di più per via indiretta, grazie a migliaia di migliaia di pos attivati, mettendo in crisi i pagamenti in nero».
Lei rivendica il bonus 110%?
«Con orgoglio: va difeso e rinnovato. Ci sono numeri inconfutabili. Ma soprattutto: non c’è una città italiana dove una sola azienda che lavora al 110% sia libera. Non una che non sia al record di fatturato!».
C’è stato un boom di richieste.
«Il Sole 24 ore stima questo gettito in 6,5 miliardi di fatturato, una manovra finanziaria. Con la cessione del credito anche per il bonus ristrutturazioni al 50% e il bonus mobili abbiamo sostenuto e rilanciato interi settori di mercato».
Eravate contestati – dal solito Renzi, ma non solo – anche per il blocco dei licenziamenti.
«Critiche molto miopi. È sotto gli occhi di tutti, oggi, che aver accompagnato il più alto numero di persone possibili con gli strumenti di tutela ha salvato centinaia di migliaia di posti di lavoro!».
E se il blocco fosse finito un anno fa?
«In alcuni settori – vedi turismo ed export – siamo alla ripresa piena. Avessimo sbloccato un anno prima, quando lo chiedevano tutti, avremmo avuto 1,5 milioni di disoccupati da gestire, costi sociali immani. E aggiungo una cosa importante».
Quale?
«I nostri bonus non sono stato sussidi clientelari a pioggia. Il 110% è uno strumento potente per ridisegnare le nostre città, gli spazi collettivi, per realizzare la rigenerazione urbana che è un pilastro della transizione ecologica».
Per lei quella stagione non è chiusa?
«Questo governo nasce con una missione ben precisa: mettere in sicurezza il Paese dalla pandemia e ben avviare l’attuazione del PNRR. La dialettica politica tornerà a farsi sentire presto. Ci confronteremo con tutte le forze politiche. Il M5s parte avvantaggiato. Ha nel Dna la transizione ecologica e digitale e l’attenzione per il benessere equo e sostenibile dei cittadini. Vedo altre forze politiche concentrate su visioni rimaste al secolo scorso».
La Lega sta esplodendo sul tema del green pass. E voi?
«Noi, il nuovo corso del M5s, intendo, siamo figli dell’esperienza di quel governo che ha posto il tema della sanità pubblica e della responsabilità collettiva al centro della sua agenda. Io sono per rispettare i diritti e le scelte di tutti, ma non ho nessun dubbio sulle politiche vaccinali».
E il suo partito è d’accordo?
«In decine di piazze non un solo militante ha contestato questa linea. Sono venuti a contestarci – vedi Desio – alcuni No vax».
Sia sincero: le spiace non essere lei a chiudere i progetti del Recovery?
«Ma noi non siamo mica su Marte! Siamo in questo questo governo, partito di maggioranza, a vigilare, per impedire che su quelle risorse si avventino i soliti noti: gruppi industriali, apparati di potere».

E crede di riuscirci?
«Parlo di numeri reali. Dobbiamo sostenere piccole e le medie imprese. Ce ne sono 3.000 nate da inizio anno. Start-up incentivate, anche, dai fondi per l’innovazione di Cdp ed Enea Tech creati da noi. Abbiamo finanziato Transizione 4.0, vogliamo abolire l’Irap sgravando le aziende di costi fissi onerosi, spostare prelievo fiscale sulla produzione reale».
Una signora in piazza le ha gridato: “Io ho perso la fiducia nella politica!”.
(Sorride). «Le ho risposto: “Se è venuta fin a qui vuol dire che non ha perso la speranza”».
Lo pensa davvero?
«Certo. La partita è ancora aperta, è lunga, e la dobbiamo giocare fino in fondo».

[versione integrale dell’intervista nel numero in edicola]

Giuseppe Conte