Ergastolo ostativo: quanto realmente funzionano i sistemi di protezione dei collaboratori di giustizia?

La sanzione penale deve avere un volto umano. Anche quando viene irrogata a spregiudicati criminali,
membri di cosche mafiose, autori di atti talmente efferati da mettere in discussione, talora con peculiare
efficacia persuasiva, la tenuta dei fondamentali valori di civiltà.
L’impressione generale è che il dibattito sul tema dell’ergastolo ostativo e l’umanità della pena sia salito agli
onori della cronaca per qualche voce accademica eccessivamente garantista. In realtà, si tratta di una
questione dibattuta ormai da anni e che ha più e più volte interessato la giurisprudenza costituzionale, la
quale ne ha messo in discussione sia le ragioni di politica criminale sottese all’ergastolo ostativo sia, e forse
con maggior rigore, la stessa ammissibilità costituzionale ai sensi degli artt. 3 e 27 Cost.
In breve, i soggetti condannati alla pena dell’ergastolo sono generalmente ammessi a una serie di benefici
penitenziari che, in base al nostro ordinamento, operano solo e soltanto in favore di coloro che abbiano già
scontato un determinato periodo di reclusione e che, inoltre, abbiano tenuto un comportamento tale da
esplicitare un serio ravvedimento per gli atti commessi. .
Sulla base di simili presupposti, l’ordinamento prevede altri benefici, come ad esempio i cc.dd. permessi
premio che, al fine di consentire il libero sviluppo della persona umana, nonché in attuazione delle finalità
positive della pena, permettano “di coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro”.
Tuttavia, in forza del combinato disposto artt. 22 c.p., 4 bis e 58 ter dell’ord. pen., il nostro ordinamento
preclude ad alcuni di questi l’accesso ai benefici penitenziari. Ciò, sia in ragione del particolare disvalore dei
fatti da loro commessi sia in considerazione di una pericolosità sociale degli stessi dedotta dalla mancata
collaborazione con la giustizia.
In altre parole, l’ergastolo con divieto di accesso ai benefici è quello che, tendenzialmente, viene definito il
“vero e unico ergastolo”.
Tale misura, come noto, ha una natura bifronte. Infatti, se da un lato, rappresenta lo strumento più severo
elaborato dal nostro sistema penale nell’ambito della lotta alla mafia, e quindi dotato anche di un enorme
valore simbolico, dall’altro, mostra una certa carenza laddove rinuncia a tutta una serie di accertamenti sulla
pericolosità del condannato, ovverosia, per i casi di associazione di stampo mafioso, sul mantenimento, da
parte di questi, di rapporti con l’organizzazione criminale di appartenenza.
La scelta di non collaborare non sempre, però, è indice di mantenimento di un rapporto con l’organizzazione
criminale di appartenenza. Le ragioni, spesso, sono diverse. Il più delle volte hanno a che fare con la
preoccupazione di subire ritorsioni o che a subirle siano i propri congiunti; capita che alcuni soggetti non
collaborino per il rischio di complicare la propria strategia difensiva, o per rendere delle dichiarazioni auto
incriminanti o tali da addebitare a terzi fatti sui quali rischiano di assumere, per legge, la qualifica di
testimone.
Per meglio intendere, fu la stessa Consulta che, con sentenza 306 del 1993, precisò come il profondo difetto
dell’ergastolo ostativo fosse proprio la scelta di ancorarne l’applicabilità alla mancata collaborazione da parte
del reo. In particolare, i giudici affermavano che, se la “ collaborazione può certo assumere un valore
indiziante …. dalla mancata collaborazione non può invece trarsi una valida presunzione … che essa sia
indice univoco di mantenimento dei legami di solidarietà con l’organizzazione criminale ”.
In quella stessa sentenza, poi, la Consulta individuava nel criterio della collaborazione “una scelta di
politica criminale adottata per finalità di prevenzione generale e di sicurezza collettiva, una sorta di
scambio tra informazioni utili a fini investigativi” , ma del tutto inadeguata rispetto “alla possibilità per il
detenuto di accedere al normale percorso di trattamento penitenziario ”.
E allora, realizzare un intervento di riforma allineato alle indicazioni della Corte costituzionale, non significa
allentare la reazione penale, ma rendere il sistema il più attento all’umanità della pena e permettere al
condannato, chiunque esso sia, di intraprendere un percorso riabilitativo o, quantomeno, avere l’opportunità
di farlo.
Il divieto di accesso ai benefici è uno strumento indispensabile e ritengo irrinunciabile, figlio di una grande
intuizione di politica criminale, ma ciò, ecco, non significa che esso debba continuare a connotarsi di termini
come quelli vigenti.
E’ necessario, invece, che alla base del mantenimento dei divieti vi siano periodiche, serie e motivate
valutazioni sulla condizione del soggetto condannato, tali da non rendere il divieto in questione lo strumento
attraverso il quale forzare la Carta costituzionale ed escludere dai benefici anche coloro il cui percorso
rieducativo raggiunga esiti positivi.
A ciò, peraltro, si aggiunga come risulti, già da tempo, assai irragionevole la presenza all’interno dell’art. 4
bis, e quindi insieme a quelli di criminalità organizzata e di terrorismo, anche di altre fattispecie penali che,
per le rispettive peculiarità, non potrebbero certamente porsi sullo stesso piano.



Di Azzurra Cancelleri:

FONTE : Azzurra Cancelleri

LINK: https://www.azzurracancelleri.it/ergastolo-ostativo-quanto-realmente-funzionano-i-sistemi-di-protezione-dei-collaboratori-di-giustizia/