Ci si può dare una verniciata di rosa o di verde o di arcobaleno, ma le cose non cambiano

Nadia Urbinati: “Nel PD neppure un briciolo di solidarietà femminile. Dove ci si gira si vedono litigi, invidie, sgambetti. Sembra che ci siano tanti partiti quanti sono i/le “dirigenti” che a questo punto dirigono solo se stessi. Il PD non ha dirigenti.”

Corradino Mineo: “Madia come Serracchiani. Le donne del Pd alle prese con le correnti che, dice Madia, avrebbero trovato un accordo con il vecchio capogruppo maschio, Del Rio, per “cooptare” la sua rivale., Serracchiani.

Ho pensato, fin dal primo momento, che la mossa di Letta -cambiare i capi gruppo invocando il riequilibrio di genere- non avrebbe coperto a lungo la sostanza vera del problema. Che sta nella composizione materiale del Pd: partito di nominati, con correnti senza idee, in realtà semplici cordate, con un personale politico che teme di perdere il posto e cerca visibilità.
Ciò detto, che questo confronto, non edificante, abbia oggi per protagoniste delle donne, non è male.
Anche perché fa cadere gli alibi.
Ci si può dare una verniciata di rosa o di verde o di arcobaleno, ma le cose non cambiano, se non si torna al confronto tra idee e non si restituisce agli elettori il potere di scegliere le elette e gli eletti.”
Il merito di Letta è stato appunto quello di far venire allo scoperto la sostanza vera delle correnti, la loro inconsistenza politica e la lotta per la verghiana “roba”, sola vera motivazione che le contraddistingue. Il re ora è nudo e non può nascondere le sue meschine ambizioni sotto rivendicazioni identitarie o la questione delle alleanze, su cui ricattare il segretario di turno.
Un partito di cooptati non può avere futuro né radicamento, la militanza diventa carriera ed è il leader, l’amministratore delegato del partito, il punto di riferimento, almeno fino a che i patti di sindacato non cambino e lo sostituiscano.
Le cordate di potere aziendale non collaborano, ma entrano in concorrenza senza esclusione di colpi.
Il congresso avrebbe dovuto registrare gli equilibri, i rapporti di forza e gli accordi raggiunti tra le cordate indipendentemente ed al sicuro dai gradimenti di base.
Avrebbe dovuto farlo nel più breve tempo possibile per mettere l’elettorato innanzi al fatto compiuto prima che la sua insoddisfazione verso lo spettacolo dato da una politica così miserabile tracimasse in una irresistibile spinta d’opinione a cambiare la ragione sociale del partito.
L’attacco concentrico a Zingaretti sembrava poter ottenere agevolmente il risultato sperato, le sue inaspettate dimissioni invece hanno messo di nuovo tutto in discussione.
Ora le correnti sono pesantemente in discussione e sulla difensiva, ora è importante che sia Letta a far presto a cambiare la natura del partito, prima che le correnti superino sorpresa e sconcerto e tornino a compattarsi per impedire i cambiamenti che le minacciano.

Problemi non molto dissimili affliggono i 5 stelle. La differenza sta nel poter illimitato ed indiscutibile del garante, che nessuna cordata di eletti può mettere in discussione. La delega a Conte per la trasformazione del movimento in partito sembrava poter cambiare le cose, ma il nuovo altolà sui due mandati, rimette nelle mani del vertice piuttosto che dei meetup, come si pretenderebbe, la selezione dei candidati e questo ne impedisce di fatto crescita e formazione, si ritorna all’originario conflitto tra i gruppi locali e la loro legittimazione che non risiede sul campo locale, ma nel gradimento di Grillo.

Francesco Pirrone