Catullo, l’aeroporto con grandi potenzialità mal sfruttate

L’ultima volta che qualcuno, nel resto d’Italia, ha sentito parlare dell’aeroporto di Verona è stato probabilmente qualche giorno prima di Pasqua, quando è partito un volo per le Canarie, proprio in quei giorni da «zona rossa nazionale».

Sono stati i classici quindici minuti di notorietà, perché l’aeroporto Catullo è in difficoltà da anni. E non perché sia uno scalo «senza futuro», anzi. Prima della pandemia, la provincia di Verona, assieme alla più ampia area del Garda ha visto una crescita costante degli arrivi e delle presenze turistiche. Eppure, l’aeroporto Catullo è cresciuto meno dei diretti concorrenti di Bergamo, Bologna e Treviso. Forse il motivo sta nelle scelte industriali effettuate da Save socio di maggioranza dal 2014, a seguito di una “cessione” definita irregolare da Anac e da Corte dei Conti.

(Dettaglio: Save è lo stesso gruppo che gestisce l’aeroporto di Venezia, altro concorrente, per questioni di «bacino» di Verona. Un conflitto di interesse grande come una casa su cui si è sempre soprasseduto).

Gli investimenti, insufficienti, non sono stati in grado di mettere il Catullo al passo con i tempi. Si dice, ancora dopo anni, che Save ha preso in mano un aeroporto «fallimentare» eppure l’interesse del mercato, a cominciare da quello di fondi e altri aeroporti internazionale nella gestione dello scalo, dimostrano il contrario.

Proprio in questi giorni, il Catullo è al centro di una serie di mosse tattiche tra Save, società privata, e i soci pubblici, tra cui figurano la provincia e il Comune di Verona, oltre che le province di Brescia, Trento e Bolzano. L’impressione, però, è che il pubblico sia sempre più ridotto a un ruolo secondario mentre i responsabili della gestione degli ultimi sette anni continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

Servirebbe un segnale forte. Un segnale che la politica locale, purtroppo, sembra essere incapace di dare.



Di Francesca Businarolo:

FONTE : Francesca Businarolo