Battaglie ardue, da vincere con truppe ben addestrate

Alla destra attuale la politica e la democrazia non piacciono: ovvio, visto che fin dalle loro etimologie le due parole rimandano a due concetti, quello di “polis” (Stato, città) e quello di “demos” (popolo), antitetici rispetto ai suoi obiettivi, che sono le privatizzazioni e la globalizzazione economica. Per questo dal 2018 i loro giornali hanno quotidianamente invocato nuove elezioni ma al momento buono le stanno evitando: la nomina di Draghi conferma un modus operandi collaudato con i colpi di mano che, ignorando e tradendo la volontà popolare, portarono al potere Monti nel 2011 e Renzi nel 2014. Non illudetevi che possano pagare per questo: grazie al monopolio dell’informazione e della ricchezza i poteri forti si sono comprati anche le coscienze di molti italiani, che drogati di consumismo e interessati solo al successo individuale appoggeranno l’uomo delle banche e multinazionali straniere (a cominciare da quelle degli Elkann – o ancora la chiamate Fiat e credete che sia italiana e fabbrichi automobili?) e gli daranno il mandato che fin dal primo giorno, pregiudizialmente, hanno negato a Conte rendendo difficile il suo lavoro e impossibile la soluzione di alcuni gravi problemi della società italiana, a cominciare dalla presenza di una casta corrotta e stupida e dunque priva di qualsiasi dignità e orgoglio nazionale.

Tutto ciò è inevitabile: decenni di sbandamento della sinistra e i gravi errori commessi dal M5S hanno lasciato un drammatico vuoto politico, immediatamente riempito dal liberismo più selvaggio: basta che leggiate i più recenti proclami di Salvini, inneggianti in modo aperto al libero mercato integrale, alla deregulation totale (niente controlli sui cantieri, sui prodotti e sull’operato delle imprese), a una bassissima flat tax che arricchirebbe i ricchi e taglierebbe i servizi sociali; e che vi ricordiate che a votare Lega, questa Lega, sono tanti lavoratori e piccoli commercianti, che verranno massacrati da questo rigurgito di thatcherismo ma quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi o forse neanche gli importerà perché per consolarsi troveranno qualcuno che starà peggio e gli basterà.

Non tutto è però perduto a patto che non si facciano altri errori e che in particolare venga evitato quello, capitale, di pensare che il liberismo possa essere combattuto con l’antipolitica e la sfiducia nello Stato. Perché il liberismo promuove e comporta la negazione della politica ponendo l’individuo e la sua libertà al di sopra della società e del bene comune (come diceva Thatcher e ripete Salvini, “la società non esiste, esistono solo gli individui”); e qualsiasi retorica antipolitica è in questo momento storico (ma forse in ogni tempo) liberista. Spero dunque che la sinistra ritorni alla politica dopo l’ubriacatura di qualunquismo blairiano, veltroniano e piddino; ma soprattutto mi auguro che a politicizzarsi sia, da sùbito, il M5S.

Se accadesse, persino la dittatura morbida di Draghi potrebbe diventare un’occasione di riscatto, forse l’ultima per la mia generazione. Cosa intendo per politicizzazione? Innanzi tutto definire con chiarezza la propria ideologia e i propri fini ultimi, che devono essere nobili, irrinunciabili e molto generali; in contrapposizione ai dogmi liberista della libertà (privata) e della meritocrazia (chi ha successo si prende tutto), suggerirei quelli dell’eguaglianza (economica) e della solidarietà (riconoscimento delle capacità però senza consentire lo sfruttamento dei più deboli). Ma una volta individuati questi grandi obiettivi, i mezzi per raggiungerli (strategie e tattiche) devono essere efficaci (e non necessariamente nobili) e adeguabili alle diverse contingenze (cioè tutt’altro che irrinunciabili). L’inattesa e clamorosa vittoria del 2018 e le conseguenti responsabilità di governo hanno imbalsamato il M5S impedendogli di evolvere e maturare; tornando all’opposizione potrà invece farlo. Deve farlo. Adesso. Per esempio, nella nuova situazione può e deve rifiutarsi di sostenere Draghi (come furbescamente farà Meloni) e premere per elezioni anticipate, può e deve porre con chiarezza un veto assoluto a qualsiasi futuro dialogo con Renzi: entrambi gli atteggiamenti una settimana fa sarebbero stati sbagliati ma oggi sono opportuni e secondo me vantaggiosi. Per non dire della necessità di lanciare già ora un programma elettorale che serva da guida contro Draghi e dei suoi alleati: sappiamo tutti che lo scopo di questo governo è dirottare le centinaia di miliardi del Recovery Fund verso le grandi corporation in cambio di vaghe promesse (amplificate dei giornali) di posti di lavoro (precari e a cottimo ma questo non lo diranno); per cui il M5S dovrebbe ripetere ossessivamente che lo scopo dello Stato è invece aiutare e proteggere i cittadini ordinari e le piccole e medie imprese e che l’unico modo per farlo è penalizzare i milionari e le grandi imprese (già pericolose e immorali quando producono ricchezza per sé stesse, intollerabili quando pretendono sovvenzioni o agevolazioni) con una tassazione progressiva, con leggi antimonopolio e con la nazionalizzazione dei settori di grande importanza strategica.

Battaglie ardue, impossibili da vincere senza truppe ben addestrate, fidate, disciplinate, coraggiose, convinte delle proprie possibilità e dei propri valori. Essenziali sono pertanto, e urgenti, alcune modifiche interne. Non c’è bisogno di cambiargli nome ma nei fatti il Movimento deve diventare un partito, accettando fino in fondo la propria responsabilità storica invece di nascondersi dietro l’alibi di un impegno limitato nel tempo, ad aprire come Giovanni Battista la strada a un futuro Messia. No, non verrà nessun Messia e il massimo a cui l’Italia sana possa aspirare, oggi e nei prossimi decenni, è proprio il M5S; se fallirà, resteranno solo sciacalli e iene a banchettare sulle carcasse delle speranze disattese.
A differenza di un movimento, un partito è fatto per durare; ciò significa costruire una base stabile, che resti fedele perché ha interesse a farlo: una specie di clientela, solo non basata sul favoritismo personale bensì sulle garanzie offerte a essa in quanto categoria o classe sociale. Diventare partito significa costruire una rete territoriale, che permetta ai simpatizzanti di incontrarsi e di diventare militanti e ad alcuni militanti di diventare quadri e dirigenti, professionalmente: senza norme autopunitive e implicitamente antipolitiche (dunque liberiste) come il limite di mandato per i propri rappresentanti e il drastico taglio dei loro stipendi. Diventare partito significa costruire un apparato propagandistico che attraverso propri media (e appena possibile la Rai) renda note alla gente le posizioni del partito e i suoi interventi.
Il principale ostacolo non è mai la forza e aggressività del nemico ma la propria debolezza e pigrizia.


Francesco Erspamer