“Banche venete tra silenzi e complicità” le parole di Cecilia Carreri

Visti gli importanti argomenti trattati e la ricchezza di contenuti esposti in occasione della conferenza del 19 settembre “Banche venete tra silenzi e complicità” riportiamo qui la trascrizione degli interventi dei relatori. Nell’ordine: Emanuele Cozzolino, Enrico Cappelletti, Cecilia Carreri, Antonio Tanza, Alessio Villarosa, Gianni Girotto, Laura Bottici, Mario Michele Giarrusso.

3/8 Cecilia Carreri

Questa la mia prima apparizione in pubblico, ho rifiutato molti inviti ma ho deciso di accettare questo.
Volevo fosse la mia prima volta perché qui a Roma siamo nel cuore delle istituzioni e questa vicenda
riguarda le istituzioni, riguarda Governo e Parlamento. Nella mia battaglia con le istituzioni, non ho mai
avuto una risposta formale dal Ministro della giustizia ma il Direttore Generale mi ha detto che “non c’è
spazio per Cecilia Carreri”. Frase che ho tenuto come titolo del mio libro perché riassume la vicenda mia e
della Popolare. Ho servito lo stato per 30 anni e non mi aspettavo di certo una risposta di questo tipo. È una
tragedia sociale, migliaia di famiglie senza soldi, senza lavoro, forse altri 900 esuberi del comparto bancario
ed è una tragedia che non ha messo in ginocchio solo il “ricco nordest” ma un po’ tutta l’Italia. Le
ripercussioni sono pesanti a livello nazionale. Basti pensare ai miliardi di euro che il Governo ha dovuto
stanziare per il salvataggio di queste banche. Il titolo del convegno è azzeccato, silenzi e complicità, è
proprio questo che ci sta preoccupando. Dopo il salvataggio da parte del Governo è partita una campagna
mediatica strategica che ritengo preoccupante: il Corriere Economia del 9 settembre riporta la notizia che il
ministro Padoan tramite il Mef ha dato vita ad un programma di educazione finanziaria anche a livello
scolastico. Assistiamo ad una campagna molto sofisticata di copertura del fenomeno e dello scandalo delle
banche. Quindi l’intervento del Governo è stato: elargizione a favore delle banche per il salvataggio e
intervento scolastico. Dice che i risparmiatori truffati erano anziani o ne sapevano poco. Modo raffinato per
dire che erano degli ignoranti e non si sono informati bene. Avrete notato uno sbiadimento delle notizie
sulla banca, siamo in campagna elettorale, sembra che questa patata bollente delle banche nessuno voglia
procrastinarla oltre. Il tema della complicità e silenzio risale a lunga data, risale al 2002 quando ricevo il
famoso fascicolo che conteneva una perizia della banca. L’ispezione della Banca D’Italia letteralmente
feroce, durissima, e rilevava fatti di estrema gravità nella gestione della Banca Popolare. Fatti di rilevanza
anche penale e stimolava la magistratura ad un intervento pregnante di investigazione sulla gestione della
banca. L’ ispezione è del 2001, il fascicolo mi arriva nel 2002 da parte del Procuratore Fojadelli con la
richiesta di archiviazione. Il quale mi ferma anche per strada dicendomi “ti arriva questo fascicolo vedi di
archiviarlo che sono tutte sciocchezze”. Il fascicolo me lo sono studiato a fondo e non erano sciocchezze.
C’era addirittura la perizia disposta dalla Procura che confermava le risultanze della Banca d’Italia quindi
c’era un quadro compatto. Perfino la perizia della Procura dava ragione alla Banca d’Italia. Vedo che le
indagini non sono state fatte, è stato raffazzonato qualche interrogatorio, addirittura convocazioni senza
indicare il campo di imputazione. Decido di respingere la richiesta di archiviazione soprattutto nell’ottica di
salvare quello che si poteva salvare perché già allora ci sarebbero stati dei filoni investigativi estremamente
interessanti, da approfondire. Nella consapevolezza che mi sarei trovata di fronte a un muro di gomma da
parte della Procura, decido di mandare a processo quello che avevo già nel fascicolo. E qui iniziano le
complicità e i silenzi. Con un andamento mai visto, anomalo, il procedimento non riesce ad avanzare oltre
l’udienza preliminare, mai vista una cosa simile. È un palleggio da un giudice all’altro. Si scopre che tutti i
giudici di Vicenza hanno conti in Banca Popolare, debiti, mutui, e si astengono. Alla fine resta Stefano
Furlani che continuerà a prosciogliere Zonin provocando impugnazioni feroci alla Procura Generale di
Venezia. Rarissimo che la Procura impugni. Addirittura Furlani manda alla Corte Costituzionale, con la
prescrizione che incombe. Il processo resta fermo 4 anni in Corte D’Appello a Venezia e nel libro scrivo chi
c’era in corte d’appello. Nel 2009 arriviamo al crollo di quel fascicolo, finisce nel nulla e Adusbef continua a
martellare la Procura con esposti. E arriviamo all’esposto del 2009 in cui si mette nero su bianco che il
valore delle azioni è gonfiato. Il senatore Lannutti fa un’interpellanza e chiede cosa stia succedendo. Viene
archiviato per l’ennesima volta il fascicolo senza informare la parte offesa e ritorna indietro con la
Cassazione e ritroviamo il Furlani che per l’ennesima volta proscioglie. Scopro queste cose nel 2015. Mentre
sono esausta per la battaglia con le istituzioni perché “non c’è spazio per quel giudice” mi scrive una mail il
giornalista Claudio Gatti del Sole 24 Ore: “dottoressa che cosa ne pensa del fatto che il procuratore
Fojadelli è stato inserito in una controllata della Banca Popolare di Vicenza?”. Vi assicuro che per un

magistrato al quale hanno strappato la toga di dosso nel modo in cui hanno saputo farlo, ricevere una mail
di questo tipo e ricordare Fojadelli che mi fermava per strada… Ero spaventata, il cerchio si era chiuso, ho
capito tante cose e mi sono interessata alla banca e ho trovato la stessa situazione del 2002. Mi è
dispiaciuto tanto non aver potuto fare le indagini fin dal 2002 e la mia domanda di trasferimento in Procura
che ho fatto più volte non è mai stata presa in considerazione dal CSM. Mi sono passati davanti gli uditori.
Non mi hanno voluta perché ero il giudice che rifiutava le archiviazioni. Perché non guardavo in faccia
nessuno, nessuno mi invitava a cena, non avevo tessere, non avevo poltrone. Cos’era sta banca, già nel
2012 si capiva: il presidente era un imprenditore, come ce ne sono atri che hanno occupato le istituzioni
per oltre 20 anni e sappiamo i risultati. L’imprenditore ha un approccio particolare nei confronti della
finanza e della politica e anche Zonin aveva questo approccio e già nel 2002 si capiva che la banca era la
cassaforte che serviva anche agli interessi di tante società. Le sue e quelle di altri importanti imprenditori
del Veneto. Erano gli anni di maggior espansione per la Popolare, per esempio in Sicilia con Salvatore
Cuffaro e in Calabria con Monorchio, l’ex ragioniere dello stato. La banca cioè stava comprando altre
banche e quindi questa ispezione della Banca D’Italia dava molto fastidio perché interveniva in un
momento di grande espansione della Popolare di Vicenza. C’era la complicità di una intera città: dei
professionisti, avvocati, notai, in quel momento BPVi era un fortino d’acciaio inespugnabile. C’era un
legame fortissimo tra tessuto sociale, imprenditoriale, il contesto dei professionisti e la banca. Il collegio
sindacale era completamente silente. Perché i sindaci della banca erano contemporaneamente sindaci delle
società di Zonin e sindaci delle società degli amici di Zonin. E troviamo sempre gli stessi personaggi e mai
una voce di dissenso. Il CdA raccoglieva imprenditori e professionisti legati al territorio e alla banca. Quali
erano i meccanismi che legavano la banca al tessuto imprenditoriale del Veneto? Se si aveva interesse ad
entrare nel CdA e ad appoggiare i ripetuti aumenti di capitale della banca, in cambio si fruiva di
finanziamenti stratosferici. Addirittura arriviamo alla costituzione di fondi esteri pronti a rimborsare gli
azionisti privilegiati qualora volessero andarsene. Tutto quel che vi dico è documentato ma a che serve
tutta sta carta depositata se nessuno la legge e se nessuno ne sa dare la giusta interpretazione giuridica e
penale! La magistratura si presenta sempre impreparata a questi grandi appuntamenti. Impreparata col
terrorismo, impreparata con i sequestri di persona, con mani pulite. Anche all’inizio di mani pulite non si
capiva, i colleghi eccellenti di Milano sono dovuti ricorrere ai consulenti. E lo stesso adesso, non si capisce
fino in fondo la corruzione. Ed è una battaglia persa, lo dicono Scarpinati e di Matteo. Perché il reato di
corruzione ha una pena che si prescrive in tempi brevi perché scatta dal fatto commesso, non dalla
denuncia. Quindi è una prescrizione veloce e il magistrato non riesce ad arrivare ad una sentenza definitiva.
La “banca del territorio” era questa, fatta di infiltrazioni tra tessuto sociale e imprenditoriale creando una
rete di cointeressi reciproci per cui nessuno fiatava. Era una macchina ben oliata perché faceva comodo a
tutti e soprattutto al contesto imprenditoriale. Zonin ha usato la banca per le sue società. Negli ultimi anni
prima di dare le dimissioni si è portato a cassa altri 150 milioni di euro per le sue società e mentre la banca
è chiusa il gruppo Zonin va benissimo. Questa è la banca del territorio. E questa la spiegazione di tanto
silenzio e di tanta omertà. Il Governo si è limitato a tirar fuori i soldi e a mandare a scuola “questi ignoranti”
ma non va bene perché non basta e la magistratura non fa supplenza. In questi casi lo deve fare. Deve fare
quello che il potere politico non fa. Vogliamo dire che non lo fa perché siamo impreparati? Perché c’è
carenza di organico? Non siamo preparati a capire cos’è un’operazione finanziaria? Una triangolazione con
Lussemburgo, con l’offshore, con le società che faceva la Banca Popolare di Vicenza? Abbiamo paura di fare
le rogatorie perché quello che ci arriva da Lussemburgo non riusciamo a capirlo? Se il magistrato ha questa
paura è meglio che cambi mestiere. Ma parliamo di mafia. Quando ho iniziato a vedere questa banca che si
diffondeva anche nel sud Italia e ho visto le foto di Zonin insieme a Salvatore Cuffaro e ho letto che Cuffaro
accoglieva a braccia aperte tutto il CdA e il presidente della Banca Popolare di Vicenza sono andata ad
approfondire questa strana espansione in Sicilia e Calabria. Ho conosciuto Falcone che ai corsi sulla mafia ci
parlava di quella dei film di Coppola. Ma quella mafia non c’è più, si è trasformata, sono cambiate tante
cose proprio a partire dalle stragi. Le stragi erano un segnale per lo Stato. La trattativa fu un patto di non
belligeranza. Lo Stato ha sempre cercato una via d’uscita, una sanatoria. Di fatto Capaci è stata la fine, da
allora la violenza e il sangue non sono più corsi per le strade di Palermo. C’è stato uno strano cambiamento
dal ‘93 perché la mafia ha seguito un’altra strada. I vecchi padrini erano ergastolani, e la mafia è diventata
altro, si è infiltrata nelle istituzioni, nell’economia e nella finanza ed è diventato fenomeno nazionale. Non
abbiamo trovato nessuno mentre consegnava la bustarella. Nessuno è più così ingenuo, anche la corruzione

è cambiata siamo arrivati a metodi più sofisticati, la famosa “rete di protezione”. I giornalisti a cui va la
nostra gratitudine hanno scoperto che nell’organico della BPVi c’era la guardia di finanza, i magistrati, figli,
nipoti di magistrati, funzionari della Banca d’Italia. Questa è la corruzione 4.0. Non è più la bustarella di
mani pulite di Mario Chiesa, siamo a livelli molto più raffinati, crearsi la rete di protezione. Per esempio
Zonin ha comprato il palazzo monumentale Repeta di Vicenza, sede storica della Banca D’Italia. La vogliamo
chiamare una tangente? È costato 9 milioni di euro. Altro esempio: per anni la Procura della Repubblica di
Vicenza è stata in affitto in un palazzo in centro storico di proprietà di della BPVi. Perché in Sicilia Maiolini
assumeva magistrati figli di magistrati nella Banca Nuova aperta in Sicilia dalla BPVi? Un metodo che
funzionava. I giornali avevano scritto ma le procure sono disattente. Dal 2015 ennesimo fascicolo su BPVi
ma non si sa nulla di Banca Nuova di Sicilia e Calabria! Se non qualche trafiletto in testate locali, “ci sono i
truffati anche qui!” dicono. C’è stato anche un processo per usura. Maiolini è stato condannato, il
vicepresidente Marino Breganze è stato assolto. Che ne sappiamo di questo processo? Come la vogliamo
chiamare questa situazione? Dell’infiltrazione dei poteri forti nell’ economia e nella finanza le banche sono
il veicolo. Scarpinati e di Matteo dicono che ci sono forti legami tra corruzione e la nuova mafia “la
corruzione è oggi il principale strumento di penetrazione delle mafie nelle istituzioni. Si è ridotto il tasso di
violenza perché non c’è più bisogno di uccidere. Corrompi!” Questa frase riassume tutto quanto detto
finora. E si corrompe tramite finanza, economia e banche e queste banche avevano assunto a sistema la
corruzione sotto forma di assunzioni nel CdA. Le indagini sulla loggia P3 sono state un po’ una delusione
però ricordatevi che questi faccendieri che fanno da tramite tra poteri forti e istituzioni pilotando incarichi,
poltrone, nomine dei magistrati e addirittura i processi disciplinari dei magistrati sono una realtà che fa
parte del sistema. La loggia P3 ha un legame con la mafia, è lo stesso sistema 4.0 con il quale noi avremo a
che fare nei prossimi anni. Scusate se mi sono dilungata ma sono stati 10 anni di battaglia e sofferenza. Per
un giudice vivere senza toga è difficile. E si son chiusi con un “non c’è spazio per il giudice Carreri”. E quindi
non c’è spazio.



Tutti i diritti sono degli autori indicati alla fonte: Emanuele Cozzolino : http://www.emanuelecozzolino.it/home/banche-venete-tra-silenzi-e-complicita-le-parole-di-cecilia-carreri/