Di Battista: Mi indigna solo il fatto che si parli più del ponte dello stretto che della revoca delle concessioni autostradali

Sebbene nell’era del “governo di tutti” NON CAMBIARE OPINIONE pare essere una pratica infantile, ingenua, da coglioni insomma, volevo dirvi che riguardo al PONTE SULLO STRETTO non ho cambiato idea. Mi indigna solo il fatto che si parli più di tale opera che della revoca delle concessioni autostradali (sembra che la parola “revoca” sia stata bandita dal vocabolario degli esponenti del M5S), della bonifica/riconversione dell’ILVA o delle migliaia di piccole opere che salvano vite, creano posti di lavoro e rilanciano sì l’economia. Quella vera, non quella “sommersa” che arricchisce quei boss primi sponsor del Ponte di Messina. Tuttavia sarebbe riduttivo parlare solo di possibili infiltrazioni criminali. Il tema qui è più ampio e investe l’idea stessa di società che vogliamo. L’idea di mobilità, di urbanistica, di lavoro, di sviluppo.

Di Battista: Mi indigna solo il fatto che si parli più del ponte dello stretto che della revoca delle concessioni autostradali - M5S notizie m5stelle.com

Il “governo dell’assembramento” pare abbia dato copertura politica a tutti coloro che si battono da anni per imporre il grande a discapito del piccolo. Grandi opere portatrici di consenso elettorale e sprechi contro piccole opere sinonimo di benessere e qualità della vita. Fusioni bancarie tra colossi finanziari contro le banche di credito che se non fossero stare infiltrate dalla politica funzionerebbero ancora. Grandi imprese contro piccoli e medi imprenditori trattati da eroi quando si ammazzano e dimenticati quando c’è da prendere decisioni politiche. Grandi gruppi editoriali (vedi gruppo Elkann-GEDI) contro la piccola e libera informazione fatta da paladini della libertà di stampa che hanno i lettori come padroni. “Più grandi sono i media dell’informazione, meno coraggio e libertà vengono consentiti. La grandezza significa debolezza” sosteneva Eric Sevareid, grande giornalista della CBS.

Nel Paese del sottosopra si fa a gara per pronunciare le parole “Ponte sullo stretto”. Come se solo pronunciando tali paroline si possa entrare in società (o nelle società che contano). Chi si oppone è un oscurantista, un retrogrado, un inetto. Per l’establishment, il quale si arricchisce molto più con le inaugurazioni che con la messa in sicurezza, chi ricorda lo stato comatoso in cui vertono strade e autostrade, è uno stolto. Chi osa menzionare il fatto che – per esempio – per andare in treno da Palermo a Trapani (107 km) ci vogliono 4 ore e 23 minuti, viene tacciato di populismo. Chi crede che il futuro debba essere il ripopolamento delle aree interne con conseguenti finanziamenti di opere per rendere fruibili, vivibili e godibili tali aree viene considerato un povero nostalgico.

Più ascolto politici parlare del Ponte sullo Stretto e più penso che la pandemia non ci abbia insegnato nulla e che, nonostante la retorica, non andrà affatto tutto bene. La pandemia avrebbe dovuto insegnarci che l’attuale modello economico non è più sostenile. Si basa sulle crescite esponenziali che, come ricorda Massimo Fini, con la natura hanno poco a che vedere. Ebbene il futuro è il decentramento e si potrà realizzare con una sola grande azione: LA MANUTENZIONE dell’esistente.

Se la ferrovia Roma-Viterbo (costruita durante il fascismo) diventasse un’infrastruttura moderna e funzionale decine di migliaia di persone vivrebbero in provincia spostandosi a Roma quando necessario. I vantaggi sarebbero ambientali, economici, psicologici, umani.

Ci vogliono far credere che i denari del recovery saranno infiniti. Come fosse un piano Marshall all’ennesima potenza. Non sarà così. Al contrario, in assenza di una severa legge sul conflitto di interessi (in particolare sui conflitti tra politica e finanza) vedrete che le fette più grandi andranno ad ingrassare i soliti noti. Ergo occorre combattere contro lo sperpero di denaro di cui il Ponte sullo Stretto diverrebbe uno dei tanti protagonisti.

Si tratta di decidere quale società costruire. Una società che si basa sulla redistribuzione o una che prosegue la strada dell’accentramento. Una società che mette al primo posto manutenzione, sicurezza, infrastrutture diffuse, cultura, ambiente e qualità di vita, o una che a chiacchiere parla di transizione ecologica ma in realtà sogna piloni di calcestruzzo alti più della Torre Eiffel.

Non si tratta solo di soldi. Si tratta di politica. Si tratta di vita. Non vi è alcuna opera pubblica che sia maggiormente legata al concetto di redistribuzione della manutenzione/ammodernamento dell’esistente. E questo vale anche per lo stretto di Messina. Punto.

Alessandro Di Battista