Luoghi lontani

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C’è un avvenimento che oggi risulta quanto più attuale e che potrebbe chiarire meglio come sia necessaria la consapevolezza da parte della società umana di una riconquista di capacità. Nel 2017 il direttore medico del dipartimento sulla ricerca dell’azienda biotecnologica ModeRnA, Tal Zaks, durante una conferenza al TED (Tecnhnology Entertainment Design) dichiara ufficialmente di aver ackerato il software della vita​ (hacking the software of life) e che questo risultato cambi in modo rivoluzionario il pensiero sulla prevenzione e il trattamento delle malattie. “Il corpo umano”, secondo Zacks, “è fatto di organi, gli organi sono fatti di cellule, in ogni cellula c’è questa cosa che chiamiamo​ RNA messaggero, abbreviato in​ mRNA, che trasmette le informazioni fondamentali dal DNA dei nostri geni alla proteina,​ che è ciò di cui siamo sostanzialmente composti. Questa è l’informazione fondamentale che determina ciò che la cellula effettivamente farà. Pensiamo a questo come a un sistema operativo, e non è solo in ogni cellula del nostro corpo, è in ogni cellula di ogni organismo vivente. Se​ possiamo cambiare ciò che chiamiamo software della vita,​ allora possiamo introdurre una linea di codificazione per ogni malattia”. Al di là dei giudizi di merito sull’efficacia o meno di questa nuova rivoluzionaria scoperta, è preminente analizzare il linguaggio utilizzato per illustrare gli obbiettivi raggiunti nella ricerca biomedica di una società per azioni quotata in Borsa, e questo obbiettivo non risulta altro che dalla constatazione di un dato di fatto emergente dal significato delle parole contenute nelle frasi “hackerare il software della vita” e “pensiamo a questo come a un sistema operativo”, “possiamo cambiare ciò che chiamiamo software della vita”. L’essere umano subordinato nel ciclo produttivo alla macchina, non solo in senso prettamente fisico ma anche sovra materiale, in quanto macchina sistemica, può benissimo essere considerato, per ciò che concerne la sua cura (manutenzione), anch’esso come un oggetto meccanico. “Hacking”, dal verbo inglese to hack, attaccare, intaccare, nel gergo informatico significa violare un sistema per danneggiarlo o acquisire informazioni riservate, quindi, attaccare​ il codice genetico per riprodurre in serie il programma copiato equivale all’assunzione e svelamento di un mistero a cui la scienza presume di aver trovato la soluzione. Essa crede di aver scoperto il segreto, o software, della vita e quindi, secondo una logica induttiva, attraverso l’intervento dell’uomo per la cura delle malattie, il dono dell’immortalità. Fin dall’antichità, come ci enuncia Guenon nel libro “Il RE del Mondo”, la ricerca del calice di eterna vita, o Graal, è stato il principio di racconti avventurosi o miti religiosi con connotati fortemente simbolici. I Cavalieri della Tavola Rotonda, nelle saghe arturiane, si misero alla ricerca del Graal, che, nelle leggende di origine celtica, è presentata come la loro principale funzione. In tutte le tradizioni è fatta in tal modo allusione a qualche cosa che, a partire da una certa epoca sarebbe andata perduta o sarebbe stata nascosta: è, per esempio, il​ Soma​ degli Hindu, o il​ Haoma​ dei Persiani, la bevanda d’immortalità, la quale ha, precisamente, un rapporto molto diretto con il Graal, poiché questo è, dicesi, il vaso sacro dell’ultima cena che contiene il sangue del Cristo, sangue che è anch’esso considerato una bevanda di immortalità. Nella leggenda del re pescatore, custode del Graal, narrata per la prima volta da Cretien de Troyes nel 1181 nello scritto “Perceval ou le conte du Graal” (“Perceval o il racconto del Graal”), si narra la storia di un sovrano ferito all’inguine da una lancia, (lo stesso sangue contenuto nel Graal sarebbe stato raccolto dalla ferita inferta a Gesù con una lancia nel costato durante la crocifissione), sul cui regno, proprio a causa della lesione che lo affligge, grava una maledizione che rende aridi i raccolti, soltanto con il ritrovamento del Graal, o con il suo riconoscimento, può ritornare la fertilità e l’abbondanza. Ma mentre Perceval nel racconto di de Troyes non riuscirà nell’impresa, Terry Gilliam nell’omonimo film “La leggenda del re pescatore”, rilegge e risolve le vicissitudini del sovrano ferito mantenendo intatta l’accezione simbolica di perdita e ritrovamento. Il giovane re, nel racconto contenuto nella pellicola di Gilliam, viene investito dall’apparizione del Santo Graal, simbolo della grazia divina, attraverso la quale egli dovrà sostenere l’incombenza di custodire il calice per guarire il cuore degli uomini dall’avidità e dall’ambizione. Accecato da tale potere il sovrano si sente non un semplice ragazzo ma onnipotente e questa compiacenza e soddisfazione gli impedisce di afferrare il calice che viene smarrito lasciandogli soltanto una ferita nella mano. Con l’andar del tempo il giovane re diviene adulto ma la ferita non si rimargina e il suo regno cade nella carestia. Non può amare e si ammala. Un giorno un giullare entra nel castello e trova il re da solo, ma essendo egli un semplice di spirito non vede un re ma un uomo sofferente e quindi chiede quale sia il motivo di tanta agonia e il re risponde “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Il giullare prende una tazza accanto al letto e la porge al sovrano e quest’ultimo cominciando a bere si rende conto che la ferita si sta rimarginando, allora osserva la semplice tazza e si accorge che è il Santo Graal. Si rivolge al giullare stupito: “Come hai potuto trovare tu ciò che i miei più valorosi cavalieri non hanno mai trovato?” e il giullare risponde: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete”.​ Il re ha smarrito il Graal perché ha smarrito la capacità di vederlo, accecato dall’ambizione si è sostituito alla natura (Dio) credendo di non aver più bisogno di essa, bastando a se stesso grazie al potere racchiuso simbolicamente nella coppa.

Interferire nel processo vitale, con la biogenetica, così come dichiarato da Tal Zacks, attraverso una procedura di sintesi in laboratorio, equivale alla sostituzione di ciò che viene reputato retaggio esclusivo di Dio (natura), con un’ideologia prettamente meccanica, atrofica nei riguardi delle potenzialità che appartengono alla natura stessa, -nella concezione secondo cui con natura si intenda tutto ciò che esiste materialmente a prescindere dall’uomo in quanto da quest’ultimo riconosciuta e venerata-, e quindi equivale all’appropriazione da parte dell’uomo di quel mistero insoluto che è l’origine della vita. Gian Battista Vico nella seconda sezione, ‘Elementi”, del libro primo della sua “Scienza Nuova”, chiarisce questa presunzione, -la stessa del re pescatore davanti al potere del Graal-, quando sostiene che l’uomo conosca perfettamente le proporzioni matematiche poiché è lui a produrle attraverso le sue postulazioni arbitrarie, definizioni e costruzioni: mentre non gli sia possibile altrettanta conoscenza della natura, appunto perché non è stato lui a produrla. Per Vico il Vero, quella costante che attraversa tutte le epoche e le storie dell’umanità, non è un elemento prodotto esclusivamente dall’intelletto umano, non può avere connotati speculativi, ma è riconoscibile in un istinto originario, primordiale, in una propensione alla creatività da cui deriva la degnità. Per Vico il Vero non può essere niente altro che l’intuizione poetica. Egli opponendosi a Cartesio, -per il quale ogni esperienza umana e osservazione dei fenomeni naturali deve essere subordinata alla ragione scientifica, e il corpo e la mente sono entità separate in conflittualità tra loro in una sorta di dominio della tecnica, da cui deriva la stessa tecnologia moderna-, impone una riflessione su ciò che ha spinto l’uomo in ogni epoca a sviluppare capacità, o al contrario ad atrofizzarle, in funzione di uno sviluppo culturale e quindi sociale che per Vico non è sempre stato tale: “lo spirito dopo aver seguito la parabola di progresso, dopo essersi sollevato dalla sensazione all’immaginazione e alla ragione universale, dopo aver asceso dalla violenza all’equità, è costretto in conformità con la sua eterna natura a ricadere nella violenza e nella sensazione. La civiltà finisce nella barbarie di riflesso peggiore della primitiva barbarie della sensazione; poiché mentre quest’ultima non va priva di una selvaggia nobiltà, quella è disprezzabile, indegna di fede e traditrice”. Il filosofo napoletano ripone massima fiducia in quelli che sono gli insegnamenti provenienti dall’epoca medievale e ripone nell’età fanciulla l’esempio concreto di quali siano le reali potenzialità umane: “il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarsi come se fussero, quelle, persone vive. Questa Degnità filologico-filosofica ne approva che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti”. La poesia di Vico opposta alla ragione di Cartesio delinea una contrapposizione inconciliabile tra i fautori del pensiero scientifico, per i quali l’intelletto deve essere egemone rispetto al corpo e ai suoi istinti, e i ferventi sostenitori del pensiero organico, secondo i quali il corpo e la mente siano parti di uno stesso insieme e che proprio grazie e solo a questa simbiosi, creativa, intuitiva, l’uomo possa raggiungere il Vero. ​ ​

Tutta la cultura medievale attraverso i racconti cavallereschi, è impregnata di riferimenti simbolici al concepimento e alla morte, è impregnata del Vero esaltato da Vico: la lancia del centurione romano che ferisce il costato di Gesù durante la crocifissione e la coppa nella quale viene raccolto il sangue, la lancia e la coppa, un’ambivalenza arcaica, primitiva, del maschile e del femminile. La lancia che ferisce, che uccide il bisonte, nei rituali propiziatori tra gli indiani nord americani, permette la sopravvivenza dell’intera tribù, diviene così un simbolo di morte e di fertilità. Proprio in questa ambivalenza tra morte e redenzione, è riconoscibile la violenza del concepimento, la vita che nasce da una ferita, per l’appunto quella provocata nella caccia, è paragonabile al rapporto sessuale, alla rottura della membrana verginale che porta alla fecondazione e quindi alla nuova vita. Qui si pone in rilevanza l’imprescindibilità tra la malattia, per l’appunto la ferita che affligge il re pescatore, e la cura, il sangue del Cristo contenuto nel Graal. A seguito di una perdita non può altro che esserci il ritrovamento, la guarigione, e il sangue come simbolo di immortalità, il sangue della passione della sofferenza di Gesù in croce, diviene acqua pura (come bene pubblico, natura), acqua come cura, medicina, che solo un uomo semplice di spirito, un giullare, un medico, un fanciullo, nel riferimento di Vico, può somministrare all’infermo per permettergli attraverso il dono della vista ritrovata, di rigenerarsi nel corpo e di conseguenza, di riportare la fertilità nei campi coltivati del regno. Marcel Detienne nel suo testo “La scrittura di Orfeo”, analizzando il mito delle Danaidi di origine presocratica, si sofferma sull’ambivalenza tra procreazione e morte, matrimonio e violenza. Il racconto evidenziato da Detienne, così come è caratteristica peculiare della tragedia greca, vede le figlie di Danao sgozzare i cugini, dopo essere state violentate, alla prima occasione e cioè la sera delle nozze, nella camera nuziale. La cosa strana, ci evidenzia Detienne, è che le Danaidi versano acqua pura e nel contempo spargono il sangue, portano la morte nel cuore della casa ma nel contempo appaiono come le iniziatrici della Demetra del matrimonio, insegnando alle donne il rituale delle Tesmoforie, la festa politica delle mogli legittime. Le Danaidi divengono le sacerdotesse che officiano l’unione tra l’uomo e la donna. Esse dimostrano che, se anche il contratto sociale del matrimonio può esorcizzare il sangue e la guerra tra gli esseri più prossimi e più simili, la cifra dell’unione tra l’uomo e la donna è sempre la violenza, e che è sempre sulla violenza che si fonda l’unione. La società Occidentale nell’interpretazione di Detienne nel mito originario, sia per la civiltà greca che per la nascita della tragedia con Eschilo, delle Danaidi, nasce dal sangue, ed è solo attraverso il sangue, il sangue di Cristo del Graal, che è possibile la vita.

Le accuse più rilevanti alle dichiarazioni del direttore medico, Tal Zacks, potrebbero pervenire principalmente da quel pensiero inerente al conservatorismo che reputa retaggio solo ed esclusivo della divinità, come entità suprema sola e unica in grado di poter decidere la sorte degli esseri viventi, ma senza per forza di cose doversi affrancare ad una ideologia che considera la fede in un’entità superiore, lo scopo ultimo dell’esistenza, è bene apporre qualche riflessione sulle modalità per mezzo delle quali la multinazionale ModeRnA affronta una questione, soprattutto per ciò che concerne la componente etica dell’argomento, di fondamentale importanza per il proseguo della vita sulla terra. Feuerbach all’inizio del libro “Essenza della religione” ci enuncia un’idea sulla quale non si può che condividerne il postulato: con parole semplici, senza troppi trabocchetti semantici, egli sostiene che l’ente diverso e indipendente dall’essenza umana che viene definito Dio, l’ente che non ha proprietà umane, individualità umana, questo ente non è altro, in verità, che la natura e specifica Feuerbach nelle note che con natura egli non intenda delineare un ente universale astratto o separato dal reale, mistificato, egli considera, al contrario, natura proprio lo spirito, un termine generale per designare cose e oggetti che l’uomo differenzia da sé e dai suoi prodotti. La natura per Feuerbach è reale, concreta, ma non dipende dall’uomo, non è un suo prodotto, esiste a prescindere dalla sua volontà, dalla sua ragione, in quanto è l’uomo stesso a riconoscerla come tale.​ La natura è il primo originario oggetto della religione ed è innata nell’uomo solo ed esclusivamente in quanto sentimento di dipendenza da un ente diverso. La religione professa ciò che l’uomo è, ma quest’ultimo non può essere senza acqua terra aria cibo, e quindi non può esistere senza natura. Questa dipendenza è inconscia. L’essenza divina, continua Feuerbach, che si manifesta nella natura non è altro che la natura stessa che si manifesta, si impone all’uomo come un ente divino. La credenza che la natura sia posseduta da un ente superiore, estraneo ad essa, (Dio), che la controlla e la regola, in verità non è altro che la dimostrazione dell’intervento dell’uomo, con la sua fantasia, o ragione, a fare di essa uno specchio della propria esistenza.​ ​ Nell’idea elaborata seguendo la logica causa effetto, caratteristica dei processi di sintesi in laboratorio, relativa all’origine della vita, e di ciò che non può sottostare a nessuna legge autoreferenziale, poiché la natura, nella sua istintività generatrice, creativa, è essa stessa legge, lo scienziato si assume il diritto, a causa dell’egemonia acquisita dal suo ruolo nella società, di conoscere, intervenire e regolare il processo in virtù del quale sia stata possibile la crescita e lo sviluppo dell’umanità sulla terra come se l’umanità grazie alle sue scoperte asfittiche fosse un ente distaccato dall’ambiente nel quale vive, in grado di deciderne le sorti. Questa assunzione di responsabilità avviene e viene imposta considerando ciò che è organico,​ in quanto inserito dall’interno di un organismo ambientale definitivo in base alle proprietà di adattamento derivanti dalla specifica connotazione sensibile, sia dal punto climatico che geologico che culturale, (con culturale sì intendono i rituali connotati da un preciso linguaggio del corpo regolati da uno specifico idioma dialettale), alla stessa stregua di ciò che non lo è, e non può esserlo per la sua peculiarità strumentale, per la sua utilità speculativa: per la sua caratteristica decontestualizzata prettamente omologante. Ciò che è programmabile è anche controllabile, si dice, e ciò che può essere controllato può essere predetto! Adattando l’uomo e il linguaggio indiziario al meccanismo di hardware e software, significato e significante, tipico degli strumenti pensati e utilizzati dall’uomo per la produzione, le macchine, egli non si assume l’incombenza spirituale di evocare l’archetipo universale che congiunge l’uomo materia, soggetto, con il cosmo spirito, oggetto, attraverso la constatazione di un ente a lui estraneo, per l’appunto la natura o Dio, estraneo alle sue ricerche e capacità, ma diviene esso stesso spirito, cosmo, ente superiore: l’uomo scorge se stesso celato dietro l’onnipotenza della tecnica come sostitutiva della potenza creatrice. Diviene così archetipo universale conquistando il ruolo del creatore che ricrea il creato, un archetipo però artificiale, frutto di un artifizio enormemente remunerativo dal punto di vista materiale e scisso dalla comunità in cui agisce, sottratto all’evidenza antropologica delle forme originarie di manifestazione misterica, o “simpatica”, da cui scaturisce la stessa metodologia scientifica in quanto magica nella sua accezione originaria. James Frazer nel suo testo “Il Ramo d’oro”, prendendo spunto dalla catabasi effettuata da Enea nel capitolo VI dell’Eneide di Virgilio, ci spiega quale sia all’interno di società arcaiche l’origine della magia o della medicina curativa, egli divide le forme di empatia curatrice propria dei mistici o medici o sciamani, in due manifestazioni tra esse collegate derivanti da una stessa origine simbolica che l’autore definisce “magia simpatica”. Con simpatia qui non si intende quello status piacione a cui ci ha abituati la cultura mediatica moderna, ma il suo significato più elevato, che equivale a quello originario di immedesimazione con l’altro. ​ Lo stesso Adam Smith nel campo teorico del sentimento morale, definisce la “simpatia” come unico collante all’interno di una società, confidando nell’immaginazione propria nell’essere umano. Per Smith l’uomo davanti alla miseria altrui, o alla sofferenza, compie un processo d’immedesimazione, simbolicamente riconoscibile nella catabasi di Enea per rivedere il padre Anchise, processo che l’immaginazione solo ed esclusivamente può garantire ai fini di rendere la società più solidale. La simpatia non è altro che il sentimento di partecipazione per qualunque passione, ma essa non sorge dalla vista della passione in sé, bensì, dalla vista della situazione che la suscita. Immaginando la sofferenza che può provocare una determinata circostanza si può per Smith provare effettivo dolore da cui scaturisce il sentimento morale della compassione. Il grande precetto della natura umana, ci dice Smith, è amare noi stessi non più di quanto amiamo il nostro prossimo o non più di quanto il nostro prossimo è capace di amarci. Alla stessa stregua Frazer, per “magia simpatica”, intende un’influenza tra le cose, e tra gli esseri umani, a distanza, per mezzo di una segreta empatia, un impulso, o influenza, che si trasmette attraverso un etere invisibile, uno spazio che appare vuoto. Egli riconosce due diramazioni della “magia simpatica” che definisce “magia omeopatica” e “magia contagiosa”, ovviamente, la magia simpatica sia nella sua espressione omeopatica che contagiosa può avere connotati curativi o all’opposto lesivi a seconda dell’utilizzo per cui è disposta, questa ambivalenza vita morte, viene più comunemente definita magia nera o magia bianca. Ma, attenendoci all’aspetto esclusivamente curativo, Frazer reputa la scienza medica moderna, una evoluzione, (settoriale e spesso necrotica si potrebbe pensare se si volesse pensar male), di quella che risulta la magia simpatica e per rafforzare le sue convinzioni ci porta degli esempi significativi. La magia omeopatica, per Frazer, consiste nel postulato secondo il quale il simile produca il simile, per cui, applicata alla medicina, se si volesse guarire un malato, si renderebbe necessario venerare la sua immagine. Frazer porta l’esempio di un guaritore dei Daiachi del Borneo, il quale nel caso sia stato chiamato per curare una malattia, non esiti a fingersi morto. Il rituale di guarigione implica che il guaritore assuma su di sé la condizione di massima privazione della malattia identificabile nella morte e come in tale stato venga trattato. Fasciato con le stuoie come si addice alla tradizione funebre Daiachi, esso viene portato fuori dalla casa ove risiede il convalescente e la regola vuole che rimanga deposto sopra il terreno per almeno un’ora, in assoluta immobilità cadaverica, di morte apparente. Passato il tempo necessario al compimento del rituale gli altri partecipanti sciolgono il guaritore e lo riportano alla vita e mentre egli si riprende così, secondo i Daiachi, dovrebbe fare altrettanto l’infermo. Il medico in questo caso interpreta per immedesimazione il malato, dando vita ad una vera e propria prova di caratterizzazione nella quale si assume tutto il travaglio della passione. L’altra derivazione della “magia simpatica” evidenziata da Frazer, è la “magia contagiosa”: essa parte dal precetto che le cose che siano state in contatto lo debbano rimanere sempre e per descriverla con l’esempio l’antropologo cita persino Francesco Bacone nell’omonimo testo “Nuova Atlantide”. Bacone suggerisce infatti, che nel caso vi sia una ferita da arma da taglio, per farla rimarginare, sarebbe preminente ungere la lama che ha procurato la ferita. Così ancora oggi in alcune zone della parte orientale dell’Inghilterra, e più precisamente nel Suffolk, se un uomo si taglia con un falcetto, mette attenzione a tenere lucida l’arma, e lo unge bene perché la ferita non vada in cancrena. Tale processo curativo applicato dai contadini inglesi esiste anche tra gli Aborigeni dell’Australia centrale, in essi infatti c’è la credenza che in certe circostanze i parenti stretti di un ferito debbano ungersi, osservare una dieta rigida e regolare la loro condotta per assicurare la guarigione. ​In tutte e due gli esempi portati da Frazer, sia nella magia omeopatica che in quella contagiosa, si rivela nonostante l’assenza di contatto diretto con il corpo del malato per applicare la cura, una empatia dettata dalla presenza dell’infermo, in quella omeopatica dei Daiachi con l’immedesimazione davanti al corpo stesso del malato, in quella contagiosa attraverso l’attenzione per lo strumento che ha indotto una ferita. Questi due elementi indiretti di cura ma collegati energeticamente alla persona fisica, denotano una differenza con la medicina moderna e nello specifico con ciò che possiamo definire il trattamento preventivo concepito nei laboratori delle multinazionali. Ma c’è un terzo elemento da non sottovalutare che consiste nel motivo per cui si ritiene la medicina una vocazione etica e questo motivo risiede nel principio stesso di quella che poi è diventata una professione, ovvero nel giuramento di Ippocrate. Autonomia di giudizio e responsabilità,​ rispetto della dignità e libertà della persona, eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute, principi morali di umanità e solidarietà,​ disponibilità nel prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni, sono solo alcuni dei precetti contenuti nel giuramento al quale ogni medico deve adempiere per poter esercitare. Ippocrate credeva nella medicina come missione rifuggendo da qualsiasi tentativo di esentarla dai suoi obblighi morali. Il rapporto con il malato attraverso un etere, uno spazio apparentemente vuoto, o attraverso lo strumento che ha procurato l’infermità, come nella magia simpatica di Frazer, l’immedesimazione con le circostanze in cui verte la persona bisognosa come nel sentimento morale di Smith,​ il re pescatore afflitto dalla malattia, e così come lui tutto il suo regno, curato da un semplice di spirito, la disciplina di Ippocrate per poter esercitare in coscienza l’arte medica, sono solo alcuni esempi che vanno a sottolineare quale sia il senso comune che spinge gli esseri umani gli uni verso gli altri e questo senso è ben delineabile nel viaggio. Il viaggio per il ritrovare il calice sacro è lo stesso viaggio del medico che si sobbarca tutto il peso della malattia per riportare alla vita non solo il bisognoso di cure ma l’intera comunità. Ed è lo stesso viaggio di Enea agli inferi, decantato da Virgilio nell’Eneide, che non avrebbe mai potuto concretizzarsi se le aspirazioni dell’eroe troiano fossero state personali, di ambizione e avidità. Virgilio, infatti, ci narra di come Enea si rechi dalla Sibilla Cumana per poter scendere nell’Ade così da ritrovare e riabbracciare il padre Anchise allo scopo di sapere da quest’ultimo come garantire un futuro alla comunità troiana sbarcata sulle coste italiche. Enea è spinto​ dalla preoccupazione per la sorte dei suoi simili di cui si sente responsabile, verso cui prova quella simpatia tanto celebrata da Smith. La Sibilla risponde all’eroe che non è possibile compiere il viaggio poiché nel caso dal mondo dei morti non potrà più fare ritorno. L’Ade, ​ è un retaggio riservato a coloro che non sono mortali, a meno che, Enea, non riesca a trovare il famoso ramo d’oro.​ Il ramo d’oro, così come il Graal, è l’elemento naturale, misterico, necessario per accedere all’immortalità, immortalità intesa come guarigione, rigenerazione, ed è, secondo le parole di Tal Zacks, l’mRnA che la multinazionale ModeRnA, dichiara di aver hackerato per accedere al software della vita. La Sibilla Cumana, nell’Eneide, risponde alle preghiere dell’eroe troiano invitandolo se davvero volesse passare due volte le paludi dello Stige e vedere due volte il nero Tartaro, se avesse davvero il coraggio di tentare un’impresa così pazzesca, ad ascoltare ciò che è d’obbligo che lui compia: “sopra un albero ombroso, opaco, pieno di foglie, c’è un ramo tutto d’oro, consacrato a Giunone infernale: lo copre e lo nasconde il bosco, un’alta ombra lo chiude in una valle oscura. Non si può penetrare nei segreti del suolo prima d’aver strappato dall’albero quel ramo dalle chiome dorate. L’ha deciso la bella Prosperina (Persefone), che vuole le si porti in regalo il ramo: chi lo strappa ne vede spuntare un altro eguale, mettere fronde di un eguale metallo. Cerca in alto con gli occhi, e quando riesci a trovarlo strappalo con le mani secondo il rito. Il ramo seguirà la tua mano con facilità se i destini ti chiamano; altrimenti non riuscirai a vincerlo neanche col duro ferro…”. L’eroe troiano di Virgilio dovrà, per ritornare dal viaggio tra i morti, compiere questa ricerca, sottostare alle regole di una natura, rappresentata dal culto per gli dei, verso la quale non si può presumere d’averne compreso la logica se non in una sorta di credenza, di “superstizione” che mette radici in quell’istinto primordiale riconoscibile nella monade unificatrice di Leibniz o nell’imperativo categorico principiale di Kant​, la stessa superstizione che impone al guaritore Daiachi per poter attuare il rituale catartico di purificazione del corpo sociale malato, di compiere un viaggio nel mondo dei morti. ​

Noubar Afeyan, co fondatore e presidente della start up ModeRnA​, in una delle svariate interviste rilasciate per sponsorizzare il suo prodotto preventivo delle malattie e trovare finanziamenti per la ricerca proprio sull’arma messaggero (RnA), dichiara che l’idea all’origine del suo percorso imprenditoriale consista nell’andare verso un luogo che non sia mai stato abitato prima per renderlo abitabile. Un luogo mai abitato per renderlo abitabile! Egli non vuole scendere agli inferi per ritornare così da guarire un malato o una società convalescente, ma vuole rendere abitabile l’inferno stesso. In questo è bene evidenziare che con il termine inferi o Ade si debba simbolicamente immaginare qualsiasi paese regione o stato con regole opposte a quelle di colui o coloro che desiderano intraprendere il viaggio verso la scoperta, o l’occupazione come nel caso di Afeyan. Per cui bisogna capire bene cosa intenda Afeyan per rendere abitabile un luogo non abitato dall’uomo occidentale presumo, ​ e quindi dalla medicina occidentale, dalla scienza e dalla tecnologia occidentale, e soprattutto se il pensiero esclusivamente utilitaristico caratteristico della cultura in Occidente sia accettabile per la natura di quelle popolazioni non assuefatte a tale legge. La storia, dei viaggi per mare dal Quattrocento in poi, ma anche quella recente dei grandi conflitti bellici del Novecento fino alla guerra fredda, ci ha abituati a valutare con sospetto la presunzione dimostrata dalla nostra società nel voler abitare luoghi lontani, la famosa esportazione di democrazia e libertà. Molto spesso dietro la scusa di voler civilizzare e convertire popolazioni diverse, nemiche o reputate primitive, si è celata la volontà molto materiale, per non voler ammettere esclusivamente materiale, di voler sfruttare le loro risorse. L’idea di andare in luoghi inesplorati, molto spesso ostili dal punto di vista climatico e geologico, è stata supportata dalla volontà tutta capitalista di trovare un vantaggio in termini di profitto come premio per la fatica del viaggio. Nulla per nulla e il giudizio verso popolazioni autoctone è stato ingeneroso, costringendo con la forza del ricatto tali popolazioni a sottomettersi a quella che può essere considerata la macchina produttiva moderna. Tratti in schiavitù, convertiti a religioni impersonali, depauperizzati e decontestualizzati i popoli cosiddetti selvaggi si sono visti sottrarre l’unica fonte del loro sostentamento, la natura come spirito dal quale traevano materialmente cibo e sostentamento. Voler imporre un’ideologia totalmente distaccata dal contesto, preconcettuale e pregiudiziale, quindi ideologica, facendo della religione, o della ragione, un dogma incontrovertibile imposto arbitrariamente, ha creato non poche discrepanze nell’eco sistema appartenente a micro realtà fino ad allora stabili nella loro cosiddetta superstizione. Molte di queste comunità ancestrali si sono arrese al progresso finendo per essere inglobate dalla macchina. La piaga dell’alcolismo e lo sfruttamento negli ambienti lavorativi sono alcune delle deformazioni subite, per esempio, dalle comunità aborigene australiane, per renderle adatte al progresso. Così come, per quanto riguarda gli indiani nord americani, le riserve nelle quali sono stati segregati. Questi sono solo degli esempi evidenti di quale sia stato il comportamento di coloro che professando la scoperta di mondi sconosciuti e remoti per civilizzarli, per abitarli, hanno in realtà sottomesso e snaturato intere etnie al volere di un’entità superiore denominata Dio o intelletto, o megilo, Dio intelletto. Ma alcuni popoli non si sono arresi all’occupazione, alle ruspe dei coloni sionisti o ai casinò dei mafiosi statunitensi, a quel concetto dell’abitare decantato da Afeyan. Popoli che hanno resistito come in terra di Palestina, o sull’isola di Cuba, pagando un caro prezzo in termini di sofferenza e di vite umane. In quelli che sono diventati ormai i meandri della storia, anche se di storia recente si tratta, un esempio lampante di questa resistenza al pensiero unico dell’abitare luoghi lontani e sconosciuti, tanto caro alle multinazionali, e al co fondatore di ModeRnA Afeyan, è stata la guerra nel Vietnam. Facendo un sondaggio tra i giovani di oggi, direi tra i ventenni, è allarmante constatare quanto pochi di essi sappiano cosa abbia rappresentato in termini simbolici la guerra nel sud est asiatico. Nessuno o quasi sa cosa sia Saigon (divenuta Ho Chi Minh City), mentre tutti conoscono il nuovo gioco sulla play station o quanto guadagni un influencer. Insomma gli accadimenti in Vietnam, per ciò che hanno evidenziato, sono stati volutamente occultati, progressivamente nascosti nei libri di scuola, non più diffusi, segregati a qualche trafiletto informativo e neanche troppo accurato. Insomma la disfatta del capitalismo imperialista in Vietnam viene trattata come un incidente della storia e non come un segnale di resistenza probatorio della reale possibilità di alternativa politico economica. Una resistenza che oggi può essere interpretata come una luce in mezzo all’oscurantismo del pensiero unico. ​Vent’anni di conflitto bellico, dal 1955 al 1975, nel quale si è palesata la volontà, espressa oggi dalle multinazionali, di conquistare nuovi mercati da parte di un sistema, quello capitalistico, che non riesce mai a saziare la sua voracità di assoggettare tutti i territori e le genti alle proprie regole inique. I danni degli ingenti bombardamenti; -tra il 1968 e il 1975 gli americani in Vietnam del Nord sganciarono bombe per oltre un milione di tonnellate; l’utilizzo del napalm spesso sui villaggi civili, documentati nella foto premio Pulitzer della bambina nuda in lacrime scattata da Nick Ùt, e di agenti chimici quali l’Agente Orange, tetracloro-dibenzo-diossina, fornito all’esercito dalla multinazionale Monsanto per la defogliazione i cui effetti sulla salute si fanno sentire ancora oggi a causa della tossicità che va ad intaccare il gene causando malformazioni nei feti-; hanno intaccato non poco il territorio e la cultura del popolo vietnamita, ma la resistenza a quella che può essere definita la macchina tecnologica nord americana, la macchina del progresso democratico ove l’interesse privato è implicito che prevalga sul bene pubblico (liberismo, neoliberismo, ordoliberismo), in Vietnam è riuscita ad avere la meglio, a non cedere al ricatto della forza dall’alto. E come sia potuto accadere di fronte alla sempre più arrendevole disposizione all’omologazione ce lo spiega Marlon Brando nel suo monologo di Kurtz nella pellicola di Coppola “Apocalypse now”, pellicola liberamente tratta da “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad: “Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa, andammo in un campo, per vaccinare dei bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio correndo a richiamarci, piangeva, era cieco. Tornammo al campo: erano venuti i vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio. Un mucchio di piccole braccia. E mi ricordo che ho pianto come una madre. Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quel che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo. Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito da un diamante, una pallottola di diamante in piena fronte e ho pensato: mio Dio che genio c’è in questo, che volontà per far questo, perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perchè loro la sopportavano. Questi non erano mostri, erano uomini, quadri addestrati, uomini che combattevano col cuore, che avevano famiglia, che facevano figli, che erano pieni d’amore ma che avevano la forza di far questo. Se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui, si risolverebbero molto rapidamente. Bisogna avere uomini con un senso morale, e che allo stesso tempo siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere, senza emozioni, senza passione, senza discernimento. Perchè è il voler giudicare che ci sconfigge… Perchè non c’è nulla che io detesti di più del fetore delle menzogne”.
In Vietnam hanno resistito, hanno resistito alle bombe chimiche, al napalm, alla fame, hanno resistito nonostante la portata del ricatto andasse oltre ogni più fervida immaginazione dal punto di vista morale arrivando al sacrificio maggiore quello dei figli, della mutilazione, come un animale in una tagliola, pur di non farsi sottomettere dal mito del profitto. Ma hanno resistito perché consapevoli che la resa avrebbe implicato la fine della loro cultura e civiltà per quanto quella cultura e civiltà possa essere definita barbara, selvaggia, dal punto di vista diametralmente opposto. Ed è così che i termini del viaggio per abitare luoghi sconosciuti sponsorizzato dal presidente della ModeRnA Afeyan prendono connotai allarmanti se visti in termini speculativi ed è inquietante come la scoperta nanotecnologica dell’mRnA fatta in virtù della salute pubblica abbia fruttato in Borsa miliardi di dollari nella vendita di azioni sia per il presidente che per il direttore medico della società. Così come la vendita dell’Agente Orange all’esercito statunitense per la deforestazione del Vietnam ha fruttato lauti guadagni alla multinazionale dei pesticidi Monsanto. In questi termini tutte le scelte diventano opinabili ed ogni sospetto anziché acquietarsi sotto l’egida legge della ragione, a causa proprio di un’ideologia inorganica, scissa dal corpo intuitivo e propensa a soggiogare l’ente naturale al suo volere, diviene convinzione morale, difesa della Degnità di cui ci parla Vico. Il viaggio in luoghi sconosciuti spesso divenuto un pretesto per l’omologazione al pensiero unico Occidentale deve essere un’occasione per imparare dalla diversità un modo di vivere a cui non si è avvezzi, abituati, educati, perché, come scrive Alvaro Mutis nella sua poesia “I Viaggi” da cui De Andrè ha tratto spunto per il testo di “Smisurata Preghiera”, ​ è doveroso lanciarsi alla scoperta di nuove città. Ci attendono razze generose. I pigmei meticolosi. I grassocci e imberbi indiani della selva, asessuati e bianchi come i serpenti delle paludi. Gli abitanti delle piane più alte del mondo, stupiti dinanzi al fremito della neve. I deboli abitanti delle distese ghiacciate. Le guide delle greggi. Coloro che vivono in mezzo al mare da tanti secoli e che nessuno conosce perché viaggiano sempre in direzione contraria alla nostra. Da loro dipende l’ultima goccia di splendore!

Davide Gori