O CONTE SUBITO O IL MOVIMENTO SALTA

Gestire un blog di area MoVimento 5 Stelle durante uno dei momenti più difficili della sua storia è illuminante.
Illuminante perché offre uno spaccato, una campionatura significativa dello stato d’animo della sua base. 25mila follower e spicci non sono moltissimi, ma sono sufficienti per capire da che parte sta tirando il vento.

Ebbene i casi sono 2: o tutti i picconatori si sono dati appuntamento sulla mia pagina (al netto di parecchi troll a cui è facile fare tana) oppure, per la grande legge dei numeri, una larga fetta della base non condivide la linea adottata dal MoVimento. Tira aria di sommossa. A quel 40% di iscritti che di primo acchitto hanno votato no all’entrata dei 5 Stelle nel governo Draghi, si stanno aggiungendo quelli che hanno fatto loro la teoria lanciata dalla Lezzi: il quesito sulla piattaforma Rousseau era mal posto e fuorviante. Hai voglia a spiegare a lor signori che la costituzione e il relativo perimetro di competenza del nuovo Ministero per la transizione ecologica si sta definendo solo adesso, dopo che Draghi ha ottenuto la fiducia. E che includerà altre competenze oltre quella dell’energia strappata al Mise di Giorgetti, il Richelieu della Lega. Le orecchie di molti ormai si sono chiuse a qualsiasi confronto. Le pacate spiegazioni date ieri da Luigi di Maio sono state subito etichettate come “democristiane”. Forse perchè nel pronunciarle Luigi non aveva gli occhi di fuori della Lezzi né l’aria scazzata e vagamente dandy dell’outsider Di Battista. O la lacrimona struggente della Laricchia.
Questa si che è gente che sa come rimescolarti le budella rievocando i bei tempi della piazza.

Lo devo riconoscere, la fronda parlamentare del no sta lavorando bene: come tanti “Che Guevara” de noantri (da cui si distingue Nicola Morra il quale, pur sul fronte del no, mantiene un profilo basso), stanno facendo più proselidi ogni giorno che passa. I messaggi via social, aggressivi e per certi versi violenti, profumano di rivoluzione, mettono a tacere la ragione e fanno dimenticare a molta base che periodo di cacca stiamo attraversando. Che essi stessi stanno attraversando: piccoli imprenditori che a migliaia non hanno più alzato la saracinesca, piccole partite Iva alla canna del gas, nuovi poveri, Ospedali al collasso e un piano vaccinale che stenta a partire. E, sullo sfondo, una sfida epocale: 209 miliardi da spendere, quanti tutti insieme l’Italia non ne ha mai visti. Dal modo in cui verranno spesi dipenderà il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Ma ai signori frondisti sembra che ciò non interessi: ciò che a loro sta più a cuore in questo momento non sono i destini della collettività in cui vivono, bensì di non tradire i loro principi. Nostalgici che sperano di recuperare consensi replicando la linea di 5/10 anni fa che li ha portati al Governo. Badate bene, linea che alla data ho condiviso anch’io. Tanto da portarmi, per la prima volta nella mia vita, alla piazza, ma che oggi, rispetto a ciò che mi tocca di vivere, mi evoca tutt’altro contesto storico e politico.

Sabato ho ascoltato per una decina di minuti il Dibba-pensiero su Istagram. Come un disco rotto ha rievocato le sue operazioni-verità, nobilissime tengo a dire, come quella che lo portò ad Arcore, ha declamare sotto casa di Berlusconi tutte le sue indicibili colpe. La sua fu un’entusiasmante campagna elettorale che contribuì non poco alla vittoria del MoVimento nelle politiche del 2018. Ma chissà perché nel riascoltarle sabato scorso rievocate dalla sua voce mi sono suonate patetiche. Un po’ come quelle del nonno che per la centesima volta ti racconta i suoi ricordi di guerra. Mi ha fatto tenerezza Alessandro. E lo dico con rispetto e senza l’ombra di derisione : il suo è stato un discorso, un ragionare, decontestualizzato dalla realtà di oggi.
Eppure questa linea sembra far presa nella base: tutti convinti che la migliore strategia per imporsi oggi sui Berlusconi, i Salvini, i Renzi e, a buon peso, anche Zingaretti, segnando l’abisso che li divide da loro, sia quello di tornare all’opposizione e lasciarli liberi di sfasciare leggi e spartirsi la torta del Recovery Fund.

Vuoi mettere la soddisfazione di rinfacciarglielo dalle piazze e da quei pochi talk show che ancora gli darebbero udienza?
La rivolta che si sta consumando in queste ore nella base non si limita a mettere in discussione la linea politica intrapresa dal MoVimento ma va o oltre: arriva a rigettare l’architrave stesso su cui poggia il Movimento: il suo Statuto. E questo nonostante molti di loro abbiano contribuito a formularlo, anche recentemente, attraverso il loro voto.

Rimango basita nel constatare quanti, che si definiscono grillini, delle regole che guidano il Movimento non conoscono niente o quasi, ovvero le conoscono ma se ne sbattono: le espulsioni? Illegittime! Vito Crimi? “perenne reggente”, va esautorato!. Non ha più poteri. Poi magari qualcuno di lor signori ci spiegherà chi, nelle more che si votino i componenti del nuovo organo collegiale direttivo, dovrà condurre la barca dei 5 Stelle.
Tutto da rifare: il quesito sul Governo Draghi va ripetuto. La fronda parlamentare se ne sbatte dei regolamenti: minaccia querele mentre, con velocità sospetta, già si sta riorganizzando in 2 gruppi di minoranza: “Alternativa” alla Camera e “Italia dei Valori” al Senato. Si, avete capito bene, il simbolo di Antonio Di Pietro, il precursore dei grillini.

Una scissione che montava da tempo nel MoVimento e che aspettava solo il casus belli per realizzarsi.
Anche Beppe Grillo è finito nel tritacarne dei frondisti. Ne parlano a mezza bocca e ciò che non osano dichiarare ufficialmente lo demandano alla base esagitata che li segue: Grillo ha toppato su tutta la linea, è il leitmotiv di queste ore. Addirittura c’è chi ne contesta l’autorità conferitagli dallo Statuto da sempre, quella del Garante.

“Ma chi cazzo è Grillo?” mi ha risposto urbanamente uno al quale stupidamente cercavo di spiegare l’abc del MoVimento.
È uno dei due che l’ha fondato il Movimento, coglione! Avrei voluto rispondere, ma per amor di patria mi sono astenuta.
Grillo sta pagando lo scotto di aver intuito che solo in asse col Pd il M5S avrebbe mantenuto la massa critica utile a contrastare il corpaccione dell’alleanza montante della peggiore delle destre italiane di sempre. Una destra che, ove avesse la meglio, ci riporterebbe nuovamente ai margini dell’area d’influenza europea. Quella faticosamente guadagnata da Giuseppe Conte in questo ultimo anno e che mai avremmo pensato potesse conquistare.
Un intuizione quella di Grillo, l’ennesima, che ha precorso i tempi della politica e ha tracciato un percorso che il susseguirsi degli ultimi eventi ha reso non più rinviabile, se non si vuole che le truppe cammellate renziane, con la regia delle destre, lo minino sul nascere come già stanno facendo in queste ore approfittando della faida grillina .

Lo stesso percorso politico, del resto, che solo pochi giorni fa aveva indicato Giuseppe Conte, prima di lasciare Palazzo Chigi, essere come l’unico praticabile se il Movimento ancora vuole aspirare ad avere un futuro da protagonista nella società italiana a cui imporre la sua visione. Che è quella di sempre del resto: votata a ricomporre le disuguaglianze sociali, a tutelare i più deboli, a sostenere l’imprenditoria sana di questo Paese e a favorire un modello di sviluppo sostenibile e rispettoso dell’ambiente.

Una “contaminazione” con un pezzo della vecchia partitocrazia che però suona ancora oggi, dopo ben 2 governi in “condominio” giocoforza, come un eresia per l’ala dei fanatici della prima ora, i sacerdoti dello splendido isolamento: una visione velleitaristica la loro che, ove prevalesse, ridurrebbe il Movimento a pelo superfluo della politica italiana nell’arco di qualche anno.

In questo scenario critico l’unica figura in grado di placare gli animi dei 5 Stelle, a ricondurli alle ragioni della politica e ha riallacciare il dialogo con l’area “derenzizzata” del Pd e’ lui, Giuseppe Conte.

Se la sua uscita di scena ha fatto esplodere le contraddizioni interne al Movimento, solo lui, grande federatore di anime, con il suo ritorno, può avere il potenziale atto a ricomporle. Da grand commis dell’asse 5Stelle/Pd o meglio, come si ventila in queste ultime ore da più parti, come primus inter pares nel MoVimento 5 Stelle, che lo faccia e presto o del MoVimento come lo abbiamo conosciuto resterà solo un ricordo.

Roberta Labonia.