SÌ, CHE CI CREDIATE O NO, ESISTE.

Esiste davvero una querelle, una polemica sugli applausi a Conte nel giorno del suo addio.

C’è qualcuno che, invece di ringraziare chi, con tutte le difficoltà del caso, ha portato sulle spalle il peso di un intero Paese nel mezzo di una pandemia, invece di rendere almeno all’uomo l’onore delle armi, o perlmeno tacere, si è imbarcato in una polemica surreale su quella che definiscono “niente più che una prassi consolidata” ricevuta da tutti i Presidenti del Consiglio, con tanto di pignoli video-confronti con i predecessori.

Ebbene, allora fatelo: andateveli a vedere davvero questi confronti e vi accorgerete che quella era, appunto, una prassi. Quelli applausi erano forma, omaggio, rito istituzionalizzato: cinque, massimo dieci secondi di riconoscimento a un premier che lascia.
Quelli di ieri a Conte no, quello era un lungo, commosso, saluto di persone che dicono – forse – addio a una persona che, al di là di qualunque visione politica, si è fatta voler bene e che, tutto sommato, avrebbe potuto essere uno di loro.
Questo c’è in quel minuto di applausi, per chiunque lo voglia vedere. Quello che prima non c’è mai stato, vuoi per il momento storico, vuoi per empatia, vuoi per il modo in cui si è consumata la crisi.

E non serve essere contiani o giallorossi per riconoscerlo. Basterebbe anche solo un filo di onestà intellettuale. E di rispetto, anche solo di facciata (se proprio non siete in grado), per uno che avrebbe avuto il diritto di rovesciare il mondo e, invece, se n’è andato da signore, senza una recriminazione, una rivendicazione, mai una parola fuori posto.
Certe cose la gente le riconosce. E finisce che ti applaude pure. Tutto qui.

Lorenzo Tosa