WELFARE AZIENDALE: UN’OPPORTUNITA’ PER TUTTI?

Di Roberta Lombardi Cittadina:

 

Il welfare aziendale è l’insieme di beni, servizi e agevolazioni non salariali che alcune aziende erogano ai propri dipendenti. Come mostrato da numerosi studi, si tratta di misure che incidono positivamente sul benessere dei lavoratori, migliorandone la produttività e dunque contribuendo alla competitività delle imprese e dell’intero Paese.

Pari opportunità? I dati ci dicono che ancora bisogna percorrere molta strada.

Pari opportunità? I dati ci dicono che ancora bisogna percorrere molta strada.

Queste forme integrative di welfare hanno una rilevanza sociale oltre che economica.  Basti pensare ad alcuni servizi sociosanitari come i care givers o agli asili nido aziendali. È sotto gli occhi di tutti come molte donne, più che gli uomini, parallelamente alla propria carriera debbano farsi carico dell’assistenza dei propri figli, soprattutto quando sono troppo piccoli, e poi dei propri genitori, troppo anziani. Nel nostro Paese sono assenti i servizi alla genitorialità e alla famiglia, costringendo di fatto molte donne a rinunciare alla carriera per prendersi cura dei propri familiari, una situazione che ha indubbiamente un impatto negativo sulla competitività internazionale.

Benché sia indubbio che welfare aziendale sia uno strumento essenziale per rendere i lavoratori più soddisfatti e metterli in condizione di lavorare al meglio, incrementando la forza produttiva dell’azienda, come legislatore devo tener conto anche delle ombre messe in luce da alcuni studi. Il rischio infatti, è che si possa produrre una ulteriore frammentazione tra i lavoratori che riescono ad accedere ai benefici e quelli che invece non possono, creando delle discriminazioni su base territoriale, dimensionale e fiscale, senza considerare la discriminazione verso coloro che non sono inseriti nel mercato del lavoro.

I dipendenti sono più produttivi e motivati in contesti attivi di “ascolto” delle loro esigenze lavorative ed extra lavorative.

I dipendenti sono più produttivi e motivati in contesti attivi di “ascolto” delle loro esigenze lavorative ed extra lavorative.

Il primo fattore potenzialmente discriminante è dovuto alla ben nota problematica del divario tra nord e sud del Paese e alla caratteristica frammentazione territoriale. Il tessuto economico e sociale locale potrebbe incidere sullo sviluppo imprenditoriale e dei servizi, rendendo talvolta impossibile la nascita di programmi di welfare per i dipendenti.

Un secondo fattore è la differenza tra lavoratori di grandi imprese e i dipendenti di PMI. Se le multinazionali italiane ed estere possono permettersi di offrire sistemi di welfare aziendale ai propri dipendenti, nelle micro, piccole e medie imprese le risorse finanziarie e organizzative sono spesso insufficienti per portare avanti iniziative di questo tipo. Questo fattore è particolarmente rilevante in un contesto come quello italiano, dove ben l’80% degli occupati è legato a PMI. Le casse pubbliche hanno favorito con ingenti risorse le politiche di welfare aziendale (circa 8 miliardi di euro dal 2007 ad oggi) ed è per questo ancor più importante porre fine alle disparità di trattamento.

Un utile strumento, in tal senso, è il Contratto di Rete. Queste reti d’impresa sono libere aggregazioni tra aziende con l’obiettivo di aumentare la capacità competitiva e le potenzialità di business. È troppo pensare che il contratto di rete possa servire anche all’implementazione di sistemi condivisi di welfare aziendale? Una ulteriore soluzione è l’impegno delle associazioni datoriali locali che, sempre più spesso, si muovono coinvolgendo iscritti e rappresentanze sindacali, generalmente partendo dalla firma di Patti per lo Sviluppo. Gli esempi sono pochi e molto recenti, ma promettenti.

Un ultimo fattore è il trattamento fiscale di favore da parte dello Stato. Queste misure di welfare aziendale sono necessarie per integrare quello che i welfare state pubblico non riesce più a garantire, principalmente per mancanza di fondi. E’ un bene che alcune imprese si facciano carico di questi servizi, ma qui sorge il problema: dal momento che misure aziendali sono rivolte ad una porzione ben circoscritta di cittadini e non alla loro totalità, in che misura lo Stato deve contribuire finanziandole? La risposta a questa domanda spiega perché, nell’ultima manovra di bilancio, siamo stati “rimproverati” di non aver incrementato il sostegno a queste iniziative: la nostra priorità sono stati gli esclusi e i piccoli. L’introduzione di ulteriori agevolazioni fiscali a sostegno di politiche di welfare aziendale rischia di essere un vantaggio per pochi beneficiari che sottrae risorse alla collettività, a danno di milioni di persone escluse dal mondo del lavoro o che, pur lavorando, vivono al di sotto della soglia di povertà. Io sono del parere che lo Stato debba tornare centrale nel garantire un welfare diffuso e universale, oltre a riprendere il controllo di infrastrutture strategiche nel nostro Paese (come ad esempio le TLC).

Per concludere, voglio citare la principale misura di welfare del MoVimento 5 Stelle: il Reddito di cittadinanza. Benché sia stato spesso accusato di essere una misura assistenziale, si tratta di una vera e propria manovra di rilancio della nostra economia. Una misura che ovviamente vuole andare incontro ai milioni di cittadini poveri, a cui verrà restituita la dignità e la possibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro; ma grazie ad essa, anche le stesse imprese avranno dei benefici, dal momento che sono previsti degli incentivi per le assunzioni. Si tratta di un provvedimento che rimetterà in moto il mercato del lavoro italiano, non una macchina mangia soldi, ma un investimento per la crescita.

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FONTE : Roberta Lombardi Cittadina