Sulla TAV siamo ad un punto critico

Di Davide Gori:

Sulla TAV siamo ad un punto critico, che sia stato creato apposta, o un evento inevitabile a causa delle differenze incolmabili con la Lega, poco importa. Il Movimento non può e non deve cedere, poiché un eventuale cedimento su questo punto specifico per motivazioni pragmatiche, creerebbe una frattura insanabile all’interno dei suoi attivisti o elettori. Rinnegare i propri valori non può essere sempre la posta in gioco per imporre un ricatto, e sulla TAV i valori disconosciuti sarebbero la tutela del territorio, la corruttibilita’ della politica, l’approvazione di un’opera che di per sé, per come è stata concepita, appartiene alla vecchia casta dei partiti, quella casta pesante, invasiva, dei paperoni o se volete peperoni a merenda che poi ti si rinfacciano con il tempo e son difficili da digerire.

Il Mose è l’esempio di come la politica sulle grandi opere faccia acqua da tutti i pori. La politica delle grandi opere? Mi viene da ridere, cosa vuole dire? Come mai accomuniamo sempre l’aggettivo grande con il giusto, il moderno, il potente, l’oggettivamente indispensabile, come se non valesse la legge secondo la quale più una cosa si mostra grande, o vuole sembrare tale, più impaurita timorosa fragile piccola, si rivela la sua natura.

La politica deve occuparsi di opere leggere che abbiano un impatto ambientale per nulla invasivo o costrittivo. Un ponte, un strada, una ferrovia devono sollevare l’immaginazione tendendo ad ampliare il respiro, migliorare la qualità della vita. Il viaggio, il movimento inteso come passaggio, ciò che in definitiva e simbolicamente, è una strada, una ferrovia, deve essere oltre che funzionale e sicuro, il più possibile vicino al sogno dell’uomo di sentirsi partecipe all’interno dell’ecosistema, di sentirsi tutt’uno con l’umanità al cospetto di una natura sovrana. Quale sogno però? Ed è qui la differenza tra chi brama il grande, l’imponente (o impotente, ma sono la stessa cosa), pensiamo al ponte sullo stretto, o al Mose, o alla TAV, o all’infausto Ponte Morandi, per non citare sogni futuristici di mondi interi ricreati artificialmente nello spazio, piattaforma tecnologiche, affinché la terra sia utilizzata esclusivamente come discarica. Sono gli stessi sogni di conquista, d’impero, che la storia ha conosciuto bene, sogni che non hanno fatto altro che sterminare intere popolazioni sottomesse, mentre i vincenti si sono crogiolati nell’abbondanza, nel lusso fine a se stesso, nella perdita di creatività.

Il sogno neoliberista di conquistare e di possedere tutto, implica la soggezione del popolino, la sua assogettazione alla legge del più forte, del più ricco. Questa assogettazione include le grandi opere come simbolo di onnipotenza, al fine di incutere timore verso chi, tra il popolo alla fame, è propenso alla ribellione. Questo sogno in grande è il sogno di Fabio Fazio, per esempio, nel trattare Macron come un Napoleone e Parigi come la capitale d’Italia. È il sogno dei ricchi lacchè abituati a genuflettersi quello delle grandi opere. Pensiamo alla Stazione Centrale di Milano, frutto del culto imperiale fascista, o alla basilica romanica ripresa poi nel rinascimento, anch’essa fatta di mura spesse, piene, ingombranti, per chi le subisce metaforicamente.

Il sogno di opere grandi, poco funzionali, di chiese con la cupola sia in segno fisico che simbolico. Opere molto costose e d’effetto, sono il sogno di un potere autoritario, un dispotismo centralizzato, un potere come quello dell’UE, dei banchieri tedeschi e francesi, del Fondo monetario internazionale, potere che vede nei suoi sudditi solo dei consumatori apolitici, per niente critici, assuefatti ad un mondo ove il luogo sia sostituito dal non luogo, supermercati; la cultura da una non cultura, moda; l’uomo stesso e la donna da non uomini e non donne, servi, strumenti, merci, pronti ad essere indebitati a dovere; le famiglie non famiglie, uomini che sposano uomini e viceversa, donne con donne, sterilità, vizio; i confini cancellati, omologati ad una lingua non lingua che è quella del mercato unico mondiale. E chi, all’opposto, a differenza di questo dispotismo centralizzato, di questo sogno di magnificenza europea di cui la TAV ne è simbolo, immagina e vuole realizzare un altro sogno, apparentemente umile, non telegenico, un sogno ove le opere non occupano spazio interiore, ma lo liberano, lo elevano. Opere barbare, gotiche, di fronte alle quali, o percorrendole se strade ponti o ferrovie, l’uomo e la donna, tutti gli uomini e le donne di qualsiasi condizione sociale, si sentono al centro del loro mondo e non sudditi di un mondo vecchio, morente, imposto dall’alto arbitrariamente.
Così Lewis Mumford: ” Il nostro scarso rispetto per gli scopi umani ebbe non poca responsabilità nel culto disumanato del fascismo”.

Potrebbe interessarti anche: