Patuanelli, lettera a “La Stampa”

Dal Ministero dello Sviluppo Economico:

Domenica, 03 Novembre 2019

Online il testo

Il Ministro Patuanelli

Intervento del Ministro Patuanelli sul quotidiano “La Stampa”

Gentile Direttore,

ho letto con interesse la vostra analisi sulla politica industriale del Paese legata all’annuncio della fusione tra FCA e PSA.

E’ un’operazione che certamente costituisce una potenziale occasione di rilancio per il comparto dell’automotive, un mutamento della prospettiva nazionale, in quanto viene a crearsi quello che viene definito un “campione europeo” dell’industria. Come ogni cambiamento, anche questo porta qualche incognita, legata soprattutto al fatto che – garantito il massiccio piano industriale sul nostro Paese – esiste un’importante filiera della componentistica anch’essa da tutelare e rilanciare.

Per questi motivi abbiamo deciso di convocare il tavolo permanente sull’automotive al Mise, che avrà il compito di trovare gli strumenti, anche normativi, per fronteggiare e accompagnare i cambiamenti dialogando direttamente con i cosiddetti “corpi intermedi” (un termine ingiustamente passato di moda) e con il mondo produttivo a 360 gradi. Ritengo che l’intero settore dell’automobile vedrà nei prossimi anni un profondo mutamento, determinato dall’avvento imminente di nuove tecnologie che non riguarderanno solamente il passaggio alla trazione elettrica ma più in generale il tipo di domanda dei clienti, che chiederanno di acquistare mobilità e non mezzi di trasporto.

È evidente che siamo dinanzi al momento in cui la politica deve farsi carico di alcune scelte strategiche, di visione, di lungo periodo, di orizzonte, anche quando ciò può portare alla perdita del consenso elettorale. Pensare di non cambiare, di non compiere passi in avanti indicando la strada, vuol dire condannare l’Italia ad arrivare in ritardo. Ricordo nitidamente gli attacchi ricevuti un anno fa quando proponemmo e attuammo il cosiddetto ecobonus, o bonus/malus per chi si diverte con la semantica; ebbene, stavamo parlando di un piccolo passo nella direzione della trazione elettrica e della propulsione ibrida, esattamente la strada che FCA-PSA hanno deciso di percorrere assieme. Con loro, tutte le altre case automobilistiche mondiali. L’ecobonus fu una misura che indicava la strada, criticabile o opinabile, ma contenente una visione di quel futuro che sta diventando il presente della politica industriale del Paese e dell’Ue.

Parlando invece di politica industriale generale, constato che stiamo parlando oggi di un argomento finalmente post-ideologico, a cui bisogna garantire una visione post-ideologica. Industria 4.0 costituisce certamente un tentativo riuscito di dare una politica industriale al Paese, ma oggi serve qualcosa in più: dobbiamo rendere le misure strutturali, non per slogan, ma per radicarle nel tessuto produttivo del Paese.

Gli imprenditori non devono rimanere appesi alla politica e al cambio frequente dei Governi per aspettare che Industria 4.0 prima, e Impresa 4.0 oggi, venga o meno rinnovata. Per questo ritengo fondamentale dare oggi, a chi vuole investire, innovare, creare ricchezza e lavoro, una prospettiva pluriennale di strumenti consolidati, così da consentire alle aziende di calcolare, programmare e studiare gli investimenti con tranquillità e lungimiranza. La politica, in questo modo, può smettere di strumentalizzare il mondo imprenditoriale ed iniziare a migliorare le norme in modo da rinvigorire costantemente il piano industriale del Sistema Italia.

Sul miglioramento delle norme vorrei spendere qualche parola in più: occorre, a nostro avviso, semplificare gli strumenti di accesso agli incentivi, sia diretti che “a sportello” ed inserire elementi di premialità green legata ad investimenti in materiali, macchinari e processi eco-sostenibili. Occorre agevolare l’accesso al trasferimento tecnologico alle micro, piccole e medie imprese del nostro Paese, vera colonna portante del tessuto produttivo italiano, per consentire a tutte le imprese di superare quel gap di produttività che contraddistingue il nostro sistema economico rispetto agli altri paesi europei.

E’ necessario al contempo che sia lo Stato, attraverso il Mise, a stimolare la ricerca e lo sviluppo di tecnologie di frontiera, come la blockchain, IoT e l’IA oppure come l’idrogeno o i sistemi di accumulo di energia di ultima generazione. Il mondo sta andando in questa direzione ed è vietato tardare l’appuntamento con la storia industriale del Continente. E’ necessario, quindi, che il Mise proponga precise linee di indirizzo e vengano individuati e realizzati gli strumenti necessari alle imprese per la necessaria transizione tecnologica. E’ necessario sentire la voce di chi fa impresa, lo facciamo ogni giorno e lo faremo al tavolo Transizione 4.0 che convocheremo a breve al MiSE.

Infine, gentile Direttore, le contraddizioni: avete posto l’accento sull’ostilità del MoVimento 5 Stelle verso le grandi imprese, mettendo in luce, qualche rigo dopo, l’eccessivo interventismo dello Stato francese nei confronti di alcune aziende. Queste due affermazioni, apparentemente scollegate tra loro, sono invece strettamente connesse e portano nel loro alveo cognitivo un problema, ancora una volta, di visione e di futuro: inutile dirle che il MoVimento 5 Stelle, e quindi il Governo, non ha nel dna l’ostilità verso le grandi imprese e le multinazionali, quanto piuttosto un rifiuto verso il profitto fine a se stesso o, peggio, un profitto mai reinvestito e maturato sul sudore, sulle spalle e sui talenti delle persone.

Anche qui, attenzione, il MoVimento 5 Stelle non è contro la ricchezza, non è contro la crescita, esattamente l’opposto. Sforziamoci, tutti, di uscire dall’ideologia e guardiamoci allo specchio: il libero mercato è fondamentale in un mondo interconnesso come quello moderno, direi una conquista, ma siamo davvero convinti che il ruolo dello Stato debba essere depotenziato? E qui arrivo alla Francia, parafrasando il vostro articolo: “Agevolare la competitività nazionale dovrebbe essere un obiettivo diffuso anche nella fragile Italia, posto che sono decenni che la Francia segue da vicino il destino delle imprese nazionali, anche troppo, in certi casi”. Ebbene, nel definire una vera politica industriale nazionale ed europea, quell’avverbio “anche troppo” deve necessariamente essere quantificato sulle esigenze e le specificità di ciascun Paese.

È di questo che si parla quando si invita a scomputare dal rapporto deficit/PIL gli investimenti in innovazione e green economy. Una scelta politica internazionale forte, un passo che deve essere compiuto nel dialogo e senza arroganze o isolamenti. Per questo oggi pensare di “staccare” l’Italia dal panorama continentale solo per cavalcare la polemica a livello nazionale, è semplicemente la peggiore strategia politica per il Paese. Il cambiamento non è sempre rottura, può essere semplicemente contaminazione di idee. Solo operando così non perderemo il treno della terza rivoluzione industriale.




FONTE : Notizie