Naturale, artificiale e coltivato. Riflessini sull’evoluzione dell’agricoltura.

Di Filippo Gallinella:

Oltre 10.000 anni fa, indipendentemente dal luogo, i cacciatori-raccoglitori sono diventati agricoltori. Questo oramai è un fatto. Motivo? Liberarsi dell’aleatorietà della propria esistenza. La “domesticazione” e la “coltivazione” sono i due processi che “inventano” l’agricoltura. I primi in assoluto, dai ritrovamenti fatti, sono stati gli abitanti della Mezzaluna fertile dove, nei pressi dei monti Zagros sono state ritrovate le tracce più antiche di agricoltura con la domesticazione e coltivazione del frumento, orzo, piselli, ceci, lenticchie e lino.

Più tardi (9.000-7.000 a.c.) sulle rive dello Yangtze e del Fiume Giallo si sviluppano le coltivazioni dell’impero cinese. Oltre il loto, il giglio d’acqua, la castagna d’acqua, la zizzania e la cannuccia di palude, il miglio e il panico c’è anche un cereale, l’oryza rufipogon che è il progenitore del riso con il quale si nutrono oggi oltre 2 miliardi di persone. Accanto ad un “carboidrato” ci deve sempre essere una “proteina” e la soluzione fu trovata nella soia, che oggi è il legume più coltivato del mondo. Il mais nasce in Messico, nella valle del fiume Balsas dal progenitore teosinte. Il teosinte è all’inizio una pianta sia maschile che femminile, contiene pochi semi racchiusi in un involucro. La domesticazione ha modificato radicalmente questi caratteri: oggi il mais ha un unico stelo, una sola spiga, con molti semi che restano attaccati.  La patata nasce in Perù, questa fornirà alla popolazione i “carboidrati” necessari alla vita, mentre le “proteine” saranno disponibili dalla nocciolina americana. Sempre in Perù nasce il pomodoro. Questo all’inizio aveva piccole bacche (meno di un centimetro) poi la domesticazione ci ha portato il pomodoro che conosciamo oggi.

Questo breve racconto vuole far comprendere che la domesticazione delle piante selvatiche ne ha permesso la coltivazione e conseguentemente lo sviluppo dell’agricoltura e dell’uomo. Le piante “domesticate” non possono vivere senza l’uomo, tornerebbero selvatiche e poco produttive. Allo stesso tempo, l’uomo di sole piante selvatiche non potrebbe vivere così come noi stiamo vivendo. L’agricoltura ovviamente cambia anche il paesaggio perché si cominciano a controllare le piene dei fiumi, le colline impervie si terrazzano, i campi vengono arati e si usa la forza motrice degli animali per poi arrivare ai trattori e ai droni.  Si costruiscono granai, mulini, frantoi e si impara a coltivare per arricchire la fertilità dei suoli così come a gestire l’irrigazione.

Lo abbiamo già scritto ma occorre sottolinearlo: le piante “domesticate” non sono più in grado di vivere senza l’uomo e viceversa. Andando avanti si scopre che oltre alla propagazione per seme vi è anche quella per talea e innesto. Questa scoperta permetterà di rendere più forti molte varietà e avere prodotti omogenei.

Se riflettiamo sull’episodio delle cavallette in Egitto ci rendiamo conto che le piante allevate devono essere anche protette. Proprio perché non più piante selvatiche, esse diventano facile preda di funghi, batteri, insetti e animali. Anche i Sumeri lo sapevano e già 4.500 anni fa usavano lo zolfo per combattere gli insetti dannosi. La peronospora in Irlanda ha distrutto la coltivazione della patata causando milioni di morti per fame. A Bordeaux invece Millardet scoprì per caso la  “poltiglia bordolese” per combattere la peronospora della vite.

A questo punto possiamo introdurre il tema del miglioramento genetico. Nel marzo del 1865 l’abate Gregorio Mendel presenta i risultati dei suoi esperimenti sulle piante di pisello e formulava l’idea che l’ereditarietà fosse un fenomeno dovuto a fattori specifici: i geni. Da questo momento si userà il metodo scientifico per selezionare le caratteristiche migliori. Strampelli nel 1913 incrociando varietà di frumento italiano con uno giapponese crea il grano (a taglia bassa) che conosciamo oggi. Più tardi, Norman Borlaug incrociando centinaia di varietà di frumento ne produce una resistente ad un fungo (ruggine bruna) e a taglia bassa che produce dal 20 al 40% in più rispetto alle precedenti varietà. Borlaug sarà il padre della rivoluzione verde e riceverà il premio Nobel per la pace nel 1970.

Un’antichissima norma sconsiglia i matrimoni tra i consanguinei perché vi è un maggior rischio di malattie genetiche che se la leggiamo al contrario vuole dire che soggetti non imparentati tra loro producono progenie più vigorose. Questa idea, applicata alle piante, ha dato risultati straordinari. Un esempio è il mais che tramite incroci ha permesso la produzione di seme ibrido fino a 100 q.li per ettaro. La triticale invece è stata creata a tavolino e oggi è coltivata su milioni di ettari e aiuta a recuperare la fertilità dei terreni.  il mais. Il creso, sviluppato in Italia nel 1960 attraverso mutagenesi, è tra i grani, quello più famoso. Sia che la mutazione sia “casuale” che indotta dall’uomo, i geni colpiti sono esattamente gli stessi. Questa è una tesi che ci servirà per le future riflessioni.



FONTE : Filippo Gallinella