Le nostre azioni #PlasticFree e il Decreto #SalvaMare per combattere un’emergenza planetaria

Di Paolo Parentela:

Quella della plastica in mare è un’emergenza planetaria e non può essere rinviata. L’Italia poi è bagnata da due terzi dal mare: intervenire su questa bomba ecologica, che ha effetti anche nella catena alimentare, non è più procrastinabile.
Grazie al decreto Salva Mare tanto voluto da Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, siamo riusciti ad ottenere diversi risultati concreti:

1.    I pescatori potranno portare a terra la plastica accidentalmente finita nelle reti. Quei rifiuti sono equiparati a quelli prodotti dalle navi. Si tratta di marine litter: il mix di plastica e altri rifiuti, ma per la maggior parte plastica.
2.    Questi rifiuti potranno essere portati nei porti dove saranno allestite delle isole ecologiche
3.    I pescatori che diventeranno “spazzini” del mare potranno avere un certificato ambientale e la loro filiera di pescato sarà adeguatamente riconoscibile e riconosciuta.
4.    Si lavorerà di concerto con il MIPAAFT per introdurre i meccanismi premiali e i benefici per la filiera ittica green.

Di seguito vi elenco alcuni numeri dell’emergenza plastica in mare:
•    Il 95% dei rifiuti in mare aperto è plastica. Rappresenta oltre 150 milioni di tonnellate.
•    Oggi il 90% degli uccelli marini ha nello stomaco dei frammenti di plastica. Nel 1960 erano il 5% e saranno il 99% nel 2050 se non si cambia direzione.
•    L’Italia è il terzo paese del Mediterraneo a disperdere più plastica nel mare con 90 tonnellate al giorno.
•    Spesso usata UNA VOLTA SOLA, la plastica rimane in mare:
– 20 anni per una busta
– 50 anni per un bicchiere
– fino a 600 anni per un filo da pesca.
•    A causa della plastica, l’impatto economico sul settore pesca in Europa è stimato intorno ai 61,7 milioni di euro.
•    Se non si cambia rotta, nel 2025 gli oceani conterranno 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce ed entro il 2050 ci sarà in peso più plastica che pesce.
•    L’Europa versa in mare ogni anno dalle 150 alle 500 mila tonnellate di macroplastiche e tra le 70 e le 130 mila tonnellate di microplastiche
•    L’80% della plastica nei mari proviene da fonti terrestri, il 20% da fonti marine come pesca, acquacoltura e trasporto navale

E il mondo della ricerca in Italia cosa sta facendo?
In Italia esistono già dei progetti sperimentali che stanno producendo degli ottimi risultati: a Livorno e anche in Puglia, dove la Regione avvia proprio in questi giorni la sperimentazione.
Con la Legge Salvamare tutti i nostri pescatori potranno farsi coinvolgere in questa attività generando un circuito green che si ripercuoterà positivamente anche sulla loro attività commerciale, oltre a tutelare il mare, la fauna ittica e quindi la nostra salute.
Uno studio condotto nel 2018 dal Cnr, da Greenpeace e dall’Università Politecnica delle Marche ha scoperto che la loro presenza nelle nostre acque marine superficiali è paragonabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti nelle acque di Portici (Napoli) ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (Foggia).
I risultati diffusi dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (ISMAR), dall’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM) e da Greenpeace Italia sono il frutto dei campionamenti nelle acque realizzati durante il tour “Meno Plastica più Mediterraneo” della nave di Greenpeace Rainbow Warrior che nel 2017 ha monitorato le coste.
La campagna ha analizzato campioni di acqua di mare prelevata in 19 stazioni lungo la costa italiana, da Genova ad Ancona, sia in presenza di un forte impatto antropico come nelle foci di fiumi e nei porti che in aree marine protette.
I campionamenti effettuati da ISMAR hanno permesso di conoscere sia la quantità che la composizione delle microplastiche sulla superficie delle acque marine italiane e nello zooplancton.

La produzione della plastica è aumentata a dismisura negli ultimi 50 anni: solo nel 2015 ne sono state prodotte 300 milioni di tonnellate e ogni anno in mare ne finiscono circa 8 milioni. Nella stazione di Portici (Napoli) zona a forte impatto antropico, si trovano valori di microplastiche pari a 3,56 frammenti per metro cubo ma valori non molto inferiori – 2,2 – si trovano anche alle Isole Tremiti.
Per dare un’idea, se riempissimo due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici, nella prima troveremmo 5.500 pezzi di plastica, nella seconda 8.900. Dalle analisi è emersa la presenza di 14 tipi di polimeri, sopratutto polietilene ossia il materiale in cui viene prodotta la maggior parte del packaging e degli imballaggi usa e getta.

Per arginare questo gravissimo problema occorre intevenire anche a monte nella complessa gestione dei rifiuti del nostro paese. Su questo punto il Ministro Sergio Costa in audizione alla Camera ha annunciato che sarà sottoscritto un nuovo accordo quadro ANCI-CONAI per la gestione della raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio che è in via di definizione, e verrà sottoscritto entro fine anno. Grazie a questo strumento negoziale già previsto dal Decreto Ronchi, il sistema consortile garantisce ai comuni italiani la copertura dei maggiori oneri sostenuti per effettuare la raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio.
In questo nuovo accordo verranno rafforzati i principi basilari e introdotti ulteriori criteri, anche stimolati dal Ministero dell’ambiente, quali la valorizzazione di modalità di gestione locali particolarmente efficaci ed efficienti, per individuare modelli replicabili sull’intero territorio nazionale, una maggiore attenzione ai concetti di trasparenza e di tracciabilità dei flussi di rifiuti di imballaggio, anche verificando il bilancio di materia in ingresso ed in uscita dagli impianti.
Per quanto riguarda le criticità nell’attuale sistema di gestione dei rifiuti, in riferimento alla macro-area del centrosud, il Ministro ha sottolineato che queste riguardano, in particolare, “le attività di raccolta differenziata nelle grandi città metropolitane, ma siano in parte dovute anche alla sfiducia dei cittadini in merito al sistema della raccolta differenziata, che necessita di una più incisiva informazione sulle modalità di funzionamento. Occorre inoltre superare le difficoltà legate alla chiusura delle frontiere adottata dal mercato cinese, che ha causato un blocco dell’esportazione dei rifiuti di imballaggio.
L’Accordo ANCI-CONAI rappresenta dunque uno strumento indispensabile nel quale devono essere previste specifiche misure volte al progressivo riequilibrio tra le diverse aree del territorio, che includa maggiori investimenti soprattutto nelle aree del Mezzogiorno e in quelle Regioni dove si manifestano rilevanti difficoltà dovute sia ad una raccolta insufficiente ovvero di scarsa qualità sia all’assenza di adeguate infrastrutture relative alla selezione e al riciclaggio.
Si ritiene peraltro basilare che il CONAI si adoperi, in linea con le intenzioni del legislatore Europeo, affinché i maggiori oneri sostengano gli interi costi della raccolta – ha detto Costa – e di conseguenza l’ANCI si impegni in maniera uniforme sul territorio nazionale ad incrementare gli standard qualitativi della stessa. Si potrebbe così ipotizzare, a fronte di maggiori corrispettivi riconosciuti dal sistema consortile ai Comuni, una diminuzione della tariffa rifiuti (Ta.Ri.), al fine di attenuare la pressione fiscale dell’ente locale sui cittadini.
Il nuovo Accordo Quadro dovrebbe inoltre includere un operatore affacciatosi da poco sul mercato, il consorzio CORIPET, che si occupa della gestione autonoma e diretta di rifiuti primari, derivanti da contenitori in PET per liquidi alimentari.

Inoltre proprio in questi giorni estivi è stato avviato il percorso affinché gli alberghi italiani diventino plastic free. Alla presenza del ministro Sergio Costa, del presidente del Wwf Donatella Bianchi e del direttore scientifico Gianfranco Bologna, del vice presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, del fotografo subacqueo e documentarista Alberto Luca Recchi si è tenuto un incontro interlocutorio ma operativo affinché le strutture alberghiere aderenti a Federalberghi si liberino dalla plastica monouso.
Per raggiungere questo obiettivo ambizioso il ministero dell’Ambiente si avvarrà della collaborazione di un partner solido come il Wwf, da anni in prima linea contro l’inquinamento da plastica, di Federalberghi, a cui aderiscono circa 27 mila hotel italiani su 33 mila, e della Fondazione Recchi che, insieme, hanno già sottoscritto in giugno un protocollo che prevede l’eliminazione della plastica da parte degli alberghi di Roma. Sulla scia di questa intesa, il ministero sottoscriverà con loro in settembre un protocollo per estendere su scala nazionale gli hotel plastic free, inclusi quelli che gravitano nei territori dei parchi nazionali. Ogni singola struttura alberghiera eviterebbe così di usare ogni anno circa 200 mila flaconcini di plastica per l’igiene personale.
Stiamo quindi iniziando a creare le premesse affinché anche gli hotel italiani, dopo la nostra iniziativa di applicarlo in tutti gli enti pubblici,  possano diventare plastic free, che significa avere cura dell’ambiente e creare un nuovo mercato. L’obiettivo, ambizioso, è di arrivare al total plastic free.

Le nostre iniziative estive #PlasticFree sulle spiagge italiane per sensibilizzare l’opinione pubblica insieme al nostro impegno legislativo con la conversione in legge del decreto “SalvaMare” sono dei passi importanti per portare avanti la nostra rivoluzione Zero Waste, concetto che è stato sempre presente nel nostro programma (anche nel contratto di governo) da quando è nato il nostro MoVimento. Tutti insieme possiamo portare avanti questa battaglia di civiltà per il nostro ambiente e il nostro futuro. Non c’è più tempo da perdere!

FONTE : Paolo Parentela