Le mafie ed il silenzio giornalistico…

di Paolo Borrometi:

Avrei voluto raccontare, approfondendole e cercando di spiegarle, le parole del falso pentito Scarantino. Volevo ricostruirle e metterle a confronto.
Purtroppo l’Agi non mi ha permesso di farlo ed è giusto che Voi possiate sapere la verità.
Penso che il ruolo di ciascun giornalista sia questo, informare e spiegare uno dei peggiori depistaggi della storia. E magari tentare anche di ridare dignità al costante impegno di Magistrati (dome Di Matteo e Petralia) che, in questi anni, hanno vissuto un costante e continuo tentativo di delegittimazione su tutti i media.
Se ciò non bastasse, pochi giorni prima del 23 maggio sono stato a Porto Selvaggio, un posto unico, meraviglioso per rendere omaggio a Renata Fonte, la donna che sconfisse – per sempre – la violenza mafiosa e gli affaristi che, per tentare di arricchirsi, avrebbero voluto ridurre questo paradiso ad un “affare privato”.
Renata Fonte morì per mano mafiosa, lasciando due meravigliose figlie.
Dopo aver fatto una puntata su Tv2000, avrei voluto raccontare la storia di Renata, tramite le parole della figlia, anche per l’Agi ma, anche in questo caso, mi è stato detto che non interessava.
Purtroppo siamo tutti bravi a parole, il 23 maggio, in occasione della strage di Capaci, abbiamo fatto immensi servizi giornalistici per ricordare Giovanni Falcone.
Trascorsa quella giornata in memoria del Giudice Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti, Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, ci siamo lavati la coscienza e ricominciamo a dire “no” alle storie di resistenza, come quella dei familiari delle vittime.
Mi rendo conto che nella lotta alle mafie, nel giornalismo, si trovano ancora molte – troppe – resistenze. E il “non ci interessa” dell’Agi, sulla storia di Renata Fonte e sulle parole di Scarantino, ne è la testimonianza più viva (mentre colgo l’occasione per ringraziare Tv2000 per la libertà che ci offre).
Ciò che più mi amareggia è che l’Agi prende contributi pubblici. Insomma, con i soldi pubblici si dovrebbe fare informazione, il più libera possibile.
Noi giornalisti ce la mettiamo tutta.
Tante e tanti sono le colleghe ed i colleghi che cercano di fare il proprio dovere sparsi per tutta Italia, ma tutto questo non basta se chi dovrebbe pubblicare i nostri articoli sceglie di non farlo.
Così a perderci sono i cittadini.
Perché è molto meglio puntare sui pettegolezzi o sulle “misure” delle miss.
Vi dovevo queste parole di verità per la vostra stima ed il vostro affetto.

Paolo Borrometi

Commento di Dino Giarrusso:

Paolo Borrometi non solo ha ragione, ma solleva un problema concreto e annoso, che per calcolo viene spesso dimenticato: al di là delle parole e delle celebrazioni pubbliche, quanto sì vuole davvero fare una seria e costante e capillare informazione antimafiosa? Quanto sì vuole promuovere la cultura della legalità, quanto la si vuole inculcare ai nostri giovani? Quanto e come si usa la memoria dei martiri di mafia?
Leggetelo, pensateci, condividete e se avete osservazioni postatele qui sotto.

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