Dal Manifesto di Marx a quello di Calenda

Calenda ha capito che se si presenta col simbolo del Pd  non lo voterebbero nemmeno i parenti più intimi e una poltrona a Bruxelles se la scorda. Quel nome e quel simbolo ormai fanno venire il vomito anche ai militanti più stoici. Ricordano solo anni di futili litigi e bugie e delusioni. Anni buttati via amaramente. La fifa di Calenda per le elezioni europee è condivisa da tutta la dirigenza del Pd. Pare infatti che abbiano smesso di litigare a vanvera per qualche ora ed abbiano aderito al Manifesto. Da quello di Marx a quello di Calenda. Una mossa frutto della disperazione e che trascura un piccolo dettaglio. Sono decenni ormai che il centrosinistra prende per i fondelli gli elettori con qualche furbata di marketing spacciata come rinnovamento. Da talmente tanto tempo che ormai non ci casca più nessuno. Ma l’ottimismo naif di Calenda va compreso. Lui è uno scalatore esterno, ha fatto la tessera del Pd dopo il 4 marzo come quegli investitori azionari che comprano i titoli spazzatura dopo i crack nella speranza che il valore di quei titoli risalga nel tempo. Ma in politica non funziona così. I partiti e le classi dirigenti che falliscono sono condannati ad un declino a volte lento ma sempre inarrestabile. Come sta succedendo al Pd che è molto di più che un partito fallito, è l’emblema del passato, della vecchia politica che ha fatto disastri non solo in Italia, ma in tutta Europa. Altro che camuffamenti last minute. Le macerie del Pd sono figlie dell’era dei grandi partiti di massa e dei politicanti di professione che da giovani volevano rivoluzionare il mondo, poi quando le loro ideologie sono svanite nel nulla, da idealisti si son reinventati poltronisti. Hanno fatto carriera, si sono arricchiti, si sono imborghesiti, si son fatti casta con la presunzione di occuparsi dei poveri cristi dall’alto dei loro eleganti uffici rococò e dall’alto della loro superiorità intellettuale e morale. Quando però è scoppiata la crisi, quando è arrivato cioè il momento del bisogno, Lorsignori si sono schierati coi ricchi, con le lobby, coi privilegiati. Con le caste del loro livello. Il Pd non ha solo fallito, ha tradito. Un tradimento che è stato perpetrato in tutta Europa sia dai vecchi partiti di sinistra che di destra e che ha contagiato anche Bruxelles dove il progetto continentale è stato soffocato dall’ingordigia delle lobby e delle caste politiche e burocratiche. Altro che europeisti, l’Europa l’hanno castrata loro. Un tradimento che in Italia è sfociato col 4 marzo ma che ha scatenato rivolte in tutta Europa. Rivolte che continueranno fino a quando si compirà il nuovo paradigma populista. Un paradigma che mira a sbarazzarsi delle vecchie caste traditrici e dei loro cartelli elettorali travestiti da partiti. Un paradigma che mira a rimettere il cittadino al centro della politica. Che mira a rimettere il popolo al centro della democrazia. I suoi interessi, i suoi bisogni ma anche i suoi sentimenti. In tale scenario storico, l’operazione di camuffamento di Calenda fa ridere i polli. Il Pd puzza di vecchio lontano chilometri e puzza perché è marcito dentro, altro che marketing ipocrita. Basta vedere chi siede in prima fila ad ascoltare lo scalatore romano. Dirigenti falliti che non hanno mai ammesso le ragioni delle loro sconfitte perché altrimenti avrebbero dovuto pagarne le conseguenze e magari farsi da parte e magari cambiare per davvero. Una ottusità impressionante. Un egoismo sconvolgente. Un partito fallito e traditore che disperato e incapace perfino di provare vergogna passa dal Manifesto di Marx a quello di Calenda.

Tommaso Merlo

http://www.tommasomerlo.com

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